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Dietro le baby-modelle si cela la perversione degli adulti?

FASHION GIRL

Kojoku - Shutterstock

Silvia Lucchetti - Aleteia Italia - pubblicato il 20/11/17

Se quindi tendono ad escludere il rischio di abusi sessuali, non temono comunque che la circolazione delle immagini dei loro figli possa nutrire le fantasie di soggetti malati e contribuire ad alimentare il circolo della pedofilia?

Ho iniziato a sondare questo argomento sottolineando che l’80% del dark web si nutre delle fotografie dei minori frutto della condivisione sui social network dei loro genitori. A questo punto chiedevo se non fossero preoccupati per l’utilizzo che poteva essere fatto degli scatti del loro figlio, della loro figlia. A questa domanda normalmente ribattevano che erano problemi che non si ponevano. Alla base di ciò vi è ovviamente il fatto che hanno un obiettivo preciso perseguito ad ogni costo che li rendi sordi e ciechi rispetto alle considerazioni che vengono proposte loro al riguardo.




Leggi anche:
Il web nascosto e la pedofilia: il report 2016 dell’associazione Meter

Al di là del ritorno economico e di immagine, vi sono altre motivazioni che spingono questi genitori a incamminare i loro figli su questa strada?

In alcuni casi i figli, in particolare per le loro madri, diventano strumento per una qualche forma di riscatto. Non sempre fortunatamente, perché ci sono molte mamme che si affacciano a questo mondo con leggerezza, mentre altre utilizzano questa occasione per entrare a far parte di una vetrina agognata in cui non erano state ammesse da giovani. Ad esempio ho intervisto una mamma che tutte le settimana partiva dalla Sicilia per Milano per i casting del proprio figlio. Quando le chiesi il perché rispose: “Sai, io da sempre desideravo entrare a far parte del mondo della moda, poi sono rimasta incinta e questo sogno è svanito.  Oggi posso dire che questa è un’occasione per me molto importante: in Sicilia non c’è niente di simile e poi a mio figlio questa cosa piace”. E il figlio aveva un anno e mezzo.

Dobbiamo concludere quindi che questi genitori sono adulti immaturi?

La risposta me l’ha data Giuseppe Saggese, professore ordinario di pediatria all’Università di Pisa, past president della Società Italiana di Pediatriae fondatore, nonché presidente, della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza. Egli afferma che molto spesso si tratta di adulti non completi che vedono i figli come un prolungamento della loro vita, e quindi sfruttano l’opportunità di andare avanti attraverso di loro in quello che essi non sono riusciti a raggiungere.

Questo a mio parere si inserisce in un discorso molto più ampio, perché dobbiamo constatare che gli adulti non adulti non sono semplicemente le mamme delle baby modelle o aspiranti tali: questi sono solo i casi eclatanti e più visibili.

Molto spesso sono mamme che ambivano ad un ruolo e ad una dimensione che non si fonda sul valore intrinseco della persona ma si basa su elementi secondari: l’aspetto fisico, la visibilità, l’apparenza, il successo, la riconoscibilità, che sono tutte caratteristiche difficilmente presenti nei valori di una madre di famiglia. I padri in tutta questa storia sono spesso assenti, in secondo piano, rassegnati di fronte alle scelte delle mogli, e ritenendo che si tratti di una fatto transitorio, che durerà fino a quando il bambino non raggiunge il metro e trenta, lasciano correre.

Questi genitori non chiamano i figli con i loro nomi, ma usano dire: “il bimbo”, “la bimba”, e poi li inglobano in un “noi” come quando affermano per esempio: “noi andiamo a fare il servizio fotografico”, evidenziando chiaramente il proprio bisogno di essere protagonisti che viene agito attraverso i minori.

La classe sociale e culturale di appartenenza è spesso medio bassa, anche se ho avuto modo di intervistare una madre architetto con il marito avvocato che mi ha confessato: “Sa in famiglia noi siam tutti belli, la bimba è una bella bimba e quindi abbiamo pensato bene di farle cominciare questo percorso”.

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