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Dietro le baby-modelle si cela la perversione degli adulti?

FASHION GIRL
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Nella Giornata Mondiale dei diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza la nostra intervista a Flavia Piccinni autrice di un libro-denuncia sul mondo dei baby modelli

Il libro di Flavia Piccinni Bellissime. Baby miss, giovani modelli e aspiranti lolite” (Fandango editore) ci aiuta ad aprire gli occhi su una realtà del mondo infantile a molti di noi completamente sconosciuta. Quello delle bambine e dei bambini sotto il metro e trenta di altezza “arruolati”, loro malgrado, nell’esercito della moda, e intrappolati in casting stancanti, lunghi provini, servizi fotografici, sfilate interminabili. Di solito questo fenomeno lo immaginiamo presente essenzialmente negli Stati Uniti, con le loro baby reginette, dal trucco marcato, gli abiti di paillettes, i tacchi alti, gli sguardi caricaturalmente ammiccanti, accompagnate e spronate in queste assurde competizioni da genitori agguerritissimi, soprattutto mamme, purtroppo. E invece scopriamo che anche il nostro Bel Paese non è da meno.

CHILD BEAUTY CONTEST
LloydGallman CC BY SA 4.0

L’autrice, vincitrice del Premio Campiello Giovani e coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide, ha studiato e osservato questo fenomeno per quattro anni andando in giro per l’Italia  – dalle periferie più estreme a Milano, capitale per antonomasia della moda –  a seguire le baby performance: sfilate nei centri commerciali, casting presso le agenzie fotografiche, concorsi di bellezza. Tutte le sue interviste, le numerose testimonianze raccolte nel libro raccontano di un fenomeno inquietante: l’adultizzazione precoce di minori che rischiano di venire espropriati del loro mondo, spinti ad esprimersi e comportarsi come i grandi e sottoposti, al pari di un lavoro vero e proprio, a notevole stress, lunghe attese, ritmi intensi. Spesso senza poter fare pause, oltre che con poco cibo ed acqua, (per non sgualcire gli abiti, rovinare il trucco, perdere la concentrazione…), “forzati” a distorcere la propria immagine ed identità infantile, abusando di fatto del loro tempo libero, del bisogno di spensieratezza e di gioco. Il gioco spontaneo, per divertirsi in libertà, e non quello subdolamente imposto vestendo impropriamente i panni degli adulti.

Le pagine di questo libro colpiscono davvero, sconvolge soprattutto l’atteggiamento di quelle madri disposte a tutto pur di vedere la propria figlia o il proprio figlio sfilare, magari a Pitti Bimbo, o girare una pubblicità per la televisione.

Dobbiamo ringraziare davvero l’autrice per il suo lavoro prezioso, per aver raccontato un mondo sconosciuto ai più, rinunciando al facile obiettivo di puntare il dito, cercare il colpevole, ma con l’unico proposito di mostrarci una realtà da conoscere e riflettere attentamente. In occasione della Giornata Mondiale dei diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza che ricorre oggi, ho avuto il piacere di intervistare Flavia Piccinni.

Cara Flavia non ritieni che il linguaggio usato dai fotografi e dai manager, per interagire con questi bambini, così apparentemente sdolcinato e infantilizzato, sia solo uno strumento per “manipolarli” e di fatto farli lavorare senza incorrere in inconvenienti e resistenze?

C’è un lessico precostituito che punta a illudere i bambini che sia un gioco, mentre i bambini hanno molto chiaro che si tratta di un lavoro. I bambini vengono fortemente adultizzati, passano tantissimo tempo con i grandi, percepiscono chiaramente di trovarsi in un ambiente con adulti che lavorano. È molto diverso trascorrere giornate con genitori, zii, cugini, nonni, piuttosto che rapportarsi ad un adulto estraneo come un fotografo, una parrucchiera o una truccatrice. Parlando con un fotografo mi sono sentita gelare quando gli ho chiesto: “Questi bambini come li tratti?” E lui: “Sono sì bambini, ma nel momento in cui vengono pagati per me sono lavoratori”. Quindi è chiaro che il bambino quando viene di fatto contrattualizzato diventa un lavoratore che deve svolgere un preciso compito, portandolo a termine nel più breve tempo possibile con il massimo risultato.

La storiella che ci viene raccontata “per loro è un gioco”, “c’è un clima di gioco”, è una balla allora?

Io credo si tratti della retorica con cui gli adulti e gli addetti ai lavori ammantano di accattivante e luminosa leggerezza questo mondo. Ho percepito chiaramente fin dall’inizio l’enorme divario tra quanto dicono e ciò che realmente pensano. Infatti, essendo consapevoli di muoversi su un terreno facilmente criticabile e attaccabile, la loro strategia è quella di presentare questa realtà come un gioco, un divertimento, una passione, mentre di fatto si tratta di un vero e proprio business. Perché i corpi di questi bambini, ridotti a manichini in movimento per essere fotografati o ripresi, diventano proficui testimonial di brand, apprezzati protagonisti delle pubblicità più varie, conquistando attraverso la loro immagine il ruolo di lavoratori a tempo determinato.

GIRLS FASHION
FashionStock.com - Shutterstock

I genitori, in particolare le mamme, percepiscono che la mancanza di controllo sui figli che rimangono per lunghe ore da soli a contatto con adulti estranei possa esporli al rischio di abusi sessuali?

Il fantasma della pedofilia rimane sempre sotto traccia: infatti quando ne parlavo con le mamme esse rispondevano sempre: “no, questo è un mondo pulito è un mondo dove non c’è nessun tipo di problema”. La sintesi perfetta di questa fittizia auto-rassicurazione me l’ha fornita una mamma quando le ho chiesto: “Quando lasci tua figlia da sola per le prove degli abiti non sei preoccupata? Non hai paura? Io non ho figli, ma se avessi una figlia avrei paura, non la lascerei sola”. La mamma mi ha candidamente risposto: “Io le raccomando sempre che se qualcuno le chiede di togliersi le mutandine lei non lo deve fare, deve gridare, scappare e venire da me”. Di fronte a questa risposta, quantomeno opinabile, mi viene da riflettere che questi genitori si trovino all’interno di un meccanismo di potere: vedono che tutti fanno così, e pertanto non si azzardano a fare resistenza per non essere esclusi, per non venire emarginati. Quando sono stata a Pitti dove i bambini vengono tenuti un pomeriggio intero senza acqua, e i genitori sono informati di ciò, nessuno prende il bambino e lo porta via. Perché? Perché temono di non essere più chiamati dagli organizzatori, di non essere più protagonisti di manifestazioni così prestigiose attraverso la partecipazione dei loro figli.

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