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Perché alcuni sacerdoti ai funerali indossano il viola mentre altri il bianco o il nero?

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Foto della Guardia Nazionale degli Stati Uniti dell'aviatore senior Joshua Horton | CC0

Philip Kosloski - pubblicato il 17/11/17

Ogni colore liturgico sottolinea un aspetto diverso della morte

Quando si celebra un funerale cattolico, il sacerdote ha tre opzioni circa il colore dei paramenti da indossare. Ecco cosa viene stabilito chiaramente nell’Ordinamento Generale del Messale Romano:

346. Il colore viola si usa nel tempo di Avvento e di Quaresima. Si può usare negli Uffici e nelle Messe per i defunti. Il colore nero si può usare, dove è prassi consueta, nelle Messe per i defunti.

Ogni colore ha il suo significato specifico associato al rito funebre sacro.

Viola

Il colore viola è spesso associato alla Quaresima e all’Avvento. Il motivo per il quale viene indossato ai funerali è il suo significato simbolico di penitenza e lutto. Il funerale è un momento in cui i fedeli sono chiamati a pregare e a fare penitenza per l’anima del defunto, e il colore viola ricorda questo aspetto spirituale.

Bianco

Usato in genere nelle occasioni gioiose dell’anno liturgico, il bianco trasmette ai funerali un tocco di speranza. Ricorda la speranza della vita eterna e celebra il Battesimo cristiano che il defunto ha ricevuto in vita. Il bianco è anche collegato alla vittoria di Gesù a Pasqua, quando ha sconfitto la morte e ha aperto le porte della gloria celeste. Nelle culture asiatiche, il bianco è il colore tradizionale del lutto.

Nero

Si vedeva più frequentemente prima delle riforme del Concilio Vaticano II, ed è ancora una valida opzione per i funerali, venendo indossato da alcuni sacerdoti. Il nero è stato associato al lutto fin dall’antica Roma, e simboleggia tradizionalmente la morte. È un colore che indica l’oscurità e riflette la tristezza della morte. Sottolinea anche il fatto che il defunto ha bisogno di preghiere e potrebbe non essere nella visione beatifica del Paradiso, ma nella dimora di purificazione del Purgatorio.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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