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L’“emisessualità” è un orientamento anomalo… o normale?

© Wavebreakmedia / Shutterstock
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Quantunque non esista alcuna pubblicazione scientifica al riguardo, la grande stampa ce ne dà notizia: alcune persone avrebbero bisogno anche dei sentimenti, non solamente del sesso. Ciò prende il nome di “emisessualità”. Ma che cosa vuol dire veramente tale termine? Non è semplicemente in linea con la teologia del corpo di san Giovanni Paolo II?

I giornalisti di Biba [settimanale femminile francese, N.d.T.] o dell’Huffington Post hanno forse ripassato i loro appunti di scienze sull’ossitocina, oppure hanno assistito a un convegno del CLER [Centre de Liaison des Équipes de Recherche sur l’amour et sur la famille, una sorta di Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, ma sorto dal basso a Grenoble, N.d.T.] sulla sessualità, per parlare di “emisessualità”? Niente affatto: la sola fonte sulla quale la stampa si fonda per descrivere l’“emisessualità” sembra essere il sito anglofono Asexuality Archive, creato nel 2011 da una persona asessuale per informare su «tutte le forme di orientamento sessuale». E quale definizione codesto sito, e ormai una parte del web mainstream, vuole darne? Ecco: una persona “emisessuale” «non prova attrazione sessuale senza che abbia prima creato un forte legame emozionale con una data persona». Questo legame può essere «di natura romantica o no» e i lettori sono pregati di notare la differenza tra l’“emisessualità”, che comprende dell’attrazione, e il «non ho relazioni sessuali fino a che non amo qualcuno», che è un comportamento. Voi capite bene che l’“emisessualità” sarebbe innata e non una decisione volontaria, come si sarebbe potuto supporre. Numerosi blog hanno fatto presto a considerare questo “orientamento sessuale” come “diverso”, decisamente non nella norma, pur trovandolo molto rispettabile. Questo naturalmente ci rassicura tutti, ma restiamo comunque in attesa di informazioni…

Sessualità e sentimenti intimamente legati

Agnès, educatrice alla vita del Cler, incontra centinaia di giovani ogni anno per parlar loro di amore. La sua reazione di fronte all’eccitazione collettiva sull’“emisessualità” è sfumata:

Di primo acchito, si potrebbe pensare che tale attitudine sia lodevole: Finalmente dei giovani che sanno attendere e controllare le proprie pulsioni, che non fanno della relazione sessuale il criterio numero uno di una buona intesa. Finalmente si parla della necessità di prendersi il tempo di conoscersi a vicenda invece di cedere al giochino sessuale di “una botta e via”. È cosa giudiziosa riconoscere che la relazione sessuale è una tappa importante, e non anodina, tra due persone. D’altro canto, dov’è il sentimento amoroso? Il cuore? C’è come un’ipertrofia della pulsione, del progressivo aumento del desiderio sessuale che potrebbe condurre a un blocco e conseguentemente a una delusione. È un po’ spezzettare la persona in compartimenti stagni senza considerarla in tutte le sue dimensioni, che vanno spiegate al servizio dell’amore.

Come sottolinea Olivier Florant, sessuologo, «il passaggio all’atto è motivato dall’equilibrio tra il desiderio e le paure». Nove adolescenti su dieci ritengono quindi che il sesso sia meno importante del fatto di amare e di essere vicendevolmente amati, secondo una ricerca dell’istituto Ipsos per la fondazione Pfizer, pubblicata nel maggio 2017 da Le Parigine. Il 78% degli adolescenti tra i 15 e i 18 anni sono già stati innamorati, e con proporzioni analoghe tra maschi e femmine. E gli adolescenti si rivelano sentimentali. Per il 74% tra loro, bisogna essere innamorati prima di passare all’atto per la prima volta, e la sessualità è causa di molte paure tra loro: paura delle malattie, paura di non avere garanzie, paura di illudersi quando uno dei partner è romantico e l’altro è principalmente motivato dal perseguimento dell’eccitazione fisica. Uno studio che mostra come, più che di bizzarri neologismi, i giovani abbiano un bisogno cruciale di educazione affettiva, relazionale e sessuale.

Sessualità o genitalità?

Esther è specialista in teologia del corpo e organizza degli eventi formativi in materia, i “Forum WOW”. Se di primo acchito anch’ella giudica positiva la ri-valorizzazione del sentimento amoroso, anche da parte sua arriva una chiosa:

Non esultiamo troppo presto: chiamare una tale attitudine “emisessualità” comporta una connotazione negativa, e soprattutto stabilisce per formula inversa la definizione di sessualità quale molte persone la considerano (o piuttosto pensano che bisogni viverla), perché è questo che la società dice loro dalla loro prima adolescenza: avere relazioni sessuali con il primo che passa (o i primi che passano…), quale che sia il suo sesso (o che siano i loro sessi), basta che la cosa dia gusto. Si può paragonare questa sessualità a una partita di tennis: un piacevole diversivo sportivo da praticare con il compagno (o i compagni) che si preferisce, salva restando la consensualità. Si tratta in realtà di genitalità, che recide di netto ogni legame con la vita che può dare in una delle configurazioni del gioco. In realtà cresce giorno dopo giorno il numero delle persone che non ne può più di genitalità, perché sono trattate e trattano gli altri come oggetti di godimento. Non sono considerate persone, con una dignità inestimabile, persone che sono fatte per amare e per essere amate. Le loro pratiche sessuali sono rivolte verso il loro piacere. Di conseguenza, sono perpetuamente insoddisfatti, visto che l’uomo non è fatto per il piacere ma per la felicità.

Ma allora la felicità nel sesso è una chimera? Non per Esther, la quale prosegue sulla scorta di santa Teresa e dei Papi:

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