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I 2 errori più grandi sulla mia depressione…

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Pixabay / CC

E. Chitolina - pubblicato il 11/10/17

... e quanto mi hanno aiutato a vincerla!

Credo che il mio errore più grande per quanto riguarda la mia depressione sia stato osar dire che non avevo la depressione.

Il mio secondo grande errore è venuto dopo, quando ho riconosciuto finalmente di avere la depressione ma ho avuto l’audacia di pensare che avrei potuto risolverla da solo, con la forza del pensiero e alcune modifiche dell’atteggiamento emotivo e pratico.

Questi due errori, ad ogni modo, sono stati fondamentali perché riuscissi a superare la mia depressione – ma solo a partire dal momento in cui li ho riconosciuti come errori, è chiaro!

Il primo errore mi ha aiutato a capire cosa NON è la depressione.

Pensavo come tante persone che la depressione fosse una modalità più o meno somatizzata della cosiddetta “freddezza”. Per me il soggetto depresso o depressivo era qualcuno che era stufo di varie cose, insoddisfatto e frustrato per una serie di fatti scomodi collegati alla propria quotidianità, sopraffatto soprattutto da pensieri confusi, che per tutto questo cadeva in una condizione di stanchezza e scoraggiamento che si sarebbe risolta con una dose ragionevole di vergogna, riorganizzazione dell’agenda, meno brontolii, meno vittimizzazione e più lavoro disciplinato con obiettivi chiari.

Ho dovuto capire che queste misure sono importanti, sì, ma non sufficienti.

È così che ho iniziato a riconoscere il mio secondo errore, e di conseguenza a comprendere come NON risolvere la depressione.

Il fatto è che il secondo errore deriva ovviamente dal primo. Se non sapete cosa sia la depressione, è chiaro che non saprete come curarla. Perderete solo mesi preziosi della vostra vita cercando di negare che avete la depressione, facendo finta di non sapere cosa sia e fingendo che riuscirete a superare da soli la situazione.

Dall’altro lato, capire la depressione è anche capire come curarla.

Io ho capito che la depressione è una malattia psicosomatica: influisce allo stesso tempo sull’aspetto fisico e su quello emotivo, non solo su quest’ultimo – anche perché non esiste la presunta separazione tra i due aspetti. L’essere umano è un’unità, non un insieme di dimensioni indipendenti. Se la nostra psiche attraversa una “fase di tristezza”, vuol dire che anche il nostro corpo sta attraversando una fase di squilibrio. Non c’è separazione.

È chiaro che non ogni “fase di tristezza” è depressione. A volte basta adottare uno stile di vita più sano, camminare al sole, sentire il vento sul viso, sfogarsi, scambiare idee sui fantasmi del passato e del presente, svegliarsi presto, correre scalzi sull’erba, riguardare vecchie foto felici di famiglia, immergersi nel mare, definire e raggiungere mete concrete, dare meno spazio alle cose negative e molto più a quelle positive, lamentarsi di meno e ringraziare di più, migliorare l’alimentazione, meditare, lavorare a un progetto insieme ad altre persone entusiaste, imparare qualcosa di nuovo, e in questo modo le cose acquistano un nuovo senso, più vissuto e vivificante. Questa “partnership” tra l’aspetto fisico e quello emotivo rinvigorisce entrambi.

Ci sono però dei casi in cui la “fase di tristezza” è realmente un sintomo di una vera malattia, legata allo squilibrio chimico dei neurotrasmettitori. In questo caso ci troviamo di fronte alla depressione clinica, la depressione propriamente detta.

Avendo una radice fisiologica, la depressione clinica esige più di qualche cambiamento nello stile di vita, richiedendo anche l’accompagnamento medico adeguato, dalla diagnosi al trattamento in sé. Come un problema cardiaco richiede la diagnosi e il trattamento insieme a un buon cardiologo, e come un problema alla vista richiede la diagnosi e il trattamento insieme a un buon oculista, anche la depressione clinica richiede la diagnosi e il trattamento insieme a un bravo psichiatra. Non sembra molto sensato pretendere di curare un’arteria ostruita solo con la forza del pensiero, né eliminare la miopia solo con bagni quotidiani di acqua fredda.

La depressione è caratterizzata dalla produzione inadeguata dei neurotrasmettitori serotonina, noradrenalina e dopamina, il che suscita un forte abbattimento e provoca scoraggiamento, stanchezza, debolezza e mancanza di iniziativa nei confronti di qualsiasi attività. La depressione diminuisce la produzione di serotonina e noradrenalina, in grande misura responsabili dello squilibrio emotivo. Da ciò derivano, ad esempio, l’aumento della sensibilità al dolore gastro-intestinale, comune nei quadri depressivi.

E visto che l’aspetto psichico e quello fisico procedono sempre di pari passo, lo squilibrio nel sistema nervoso intensifica il malessere emotivo, e al contempo le frustrazioni e le insicurezze vengono scaricate nel corpo e finiscono per essere sentite da questo a livello fisico, provocando dal mal di testa alla sensazione di mancanza d’aria. Ciò vuol dire che insieme ai disturbi fisiologici che si riflettono in malessere emotivo ci sono anche disturbi emotivi che si riflettono in somatizzazioni. Ancora una volta, è un unico processo psicosomatico.

Questo quadro clinico porta a uno stato costante di allerta, ansia e nervosismo, che genera tensione nella muscolatura, soprattutto alla nuca e alle spalle, ma che aumenta anche la sensazione di male alla schiena e al petto, perché la stanchezza propria della depressione compromette la postura fisica, e questo peggiore i dolori muscolari, in un circolo vizioso. Per via di tutta questa corrente di effetti consecutivi e legati tra loro, anche la liberazione degli ormoni diventa fuori controllo, influendo sulle cellule di difesa e interferendo sull’immunità, che può abbassarsi molto.

Il rapporto di interferenza tra quella che definiamo “dimensione psichica” e quella che intendiamo per “dimensione fisica” è totale e non potrebbe essere diversamente, visto che formano un’unità indissociabile.

È come l’unità dei sistemi fisiologici: il sistema respiratorio influisce sul sistema digestivo, che può interferire sul sistema cardiovascolare, che ha un’elevata dipendenza dal sistema nervoso, su cui influisce il sistema endocrino, ampiamente collegato al sistema linfatico, e così via. La vita di un essere umano è sistemica: non ci sono compartimenti isolati, né sistemi indipendenti l’uno dagli altri. Tutto condiziona tutto ed è condizionato da tutto.

Proprio per questo, è del tutto contrario alla realtà pretendere che qualche dimensione del nostro essere non abbia relazione con le altre, il che significa che non è possibile trattare il corpo senza trattare la psiche, né trattare la psiche senza trattare il corpo.

L’aspetto fisico e quello psichico sono una cosa sola, e comprendere questa unità è fondamentale per capire la depressione e iniziare a superarla, visto che la depressione è, come dice il termine stesso, un “abbassamento” di questa unità, una “brusca caduta” di questa unità, un “buco” in questa unità.

C’è chi commette l’errore di curare solo la parte somatica (fisica) di questo quadro psicosomatico. Questi malati sperano che solo i farmaci risolvano tutto, senza dover compiere alcuno sforzo per cambiare il loro atteggiamento emotivo. E c’è chi commette l’errore contrario, trattare solo la parte psichica partendo da questo quadro psicosomatico. Questi malati sperano che il loro atteggiamento emotivo risolva tutto, senza aver bisogno dei farmaci che agiscono sui neurotrasmettitori per riequilibrarli.

Ma se il quadro è psicosomatico, ovvero se influisce allo stesso tempo sulla dimensione fisica e su quella emotiva, allora il trattamento dev’essere rivolto al contempo sia alla dimensione fisica che a quella emotiva. Ciò vuol dire che bisogna combinare un trattamento esterno adeguato e un atteggiamento interno positivo, senza prescindere da nessuna di queste due parti di uno stesso e unitario processo di riequilibrio.

Devo dire che questo è solo un commento personale.

Sto condividendo considerazioni sul mio caso personale e su come sono riuscito a recuperare con un successo sufficiente il mio equilibrio psicosomatico partendo dalla comprensione di questa unità indissociabile tra quella che definiamo “dimensione fisica” e quella che chiamiamo “dimensione psichica”. Capire che formano un’unica realtà sistemica è stato fondamentale per capire come ripristinare sistemicamente questa unità.

Personalmente, tendo a evitare al massimo i farmaci perché li ritengo artificiali, e quindi invasivi. Nella nostra vita, ad ogni modo, ci sono ben poche cose naturali al 100% nel senso di essere prive di qualsiasi interferenza artificiale. Io uso gli occhiali, che non sono naturali. Uso dei vestiti, che sono artificiali. Dormo in un letto e non per terra. Mi lavo i denti, mi insapono il corpo, mi lavo i capelli e mi vesto con risorse artificiali. Abito in una casa e non su un albero. E nessuno di questi atteggiamenti è antinaturale solo perché ricorro ad artifici costruiti intelligentemente dalla razionalità umana per migliorare la nostra qualità di vita. Ciò che è naturale e riconoscere e lavorare in modo intelligente e responsabile con la miriade di ingredienti che la natura ci offre per costruire la migliore esperienza di vita in questo passaggio per un mondo transitorio. Antinaturale (e incoerente) è rinnegare la nostra natura di esseri razionali capaci di trasformare positivamente le risorse per il bene ancor maggiore della nostra specie e di tutti gli esseri viventi. E questo include la medicina, che risponde a una delle nostre necessità più naturali. Non si tratta di assumere farmaci a piacere, irresponsabilmente, ma solo di non rifiutarli quando una diagnosi seria li ha indicati come risorsa utile e positiva, all’interno di un determinato trattamento, con dosi ponderate e un attento accompagnamento.

I farmaci specifici che hanno funzionato per me non funzioneranno necessariamente per tutti gli altri (ho dovuto cambiare psichiatra prima di azzeccare il trattamento migliore per il mio quadro specifico). Allo stesso modo, le modifiche della postura emotiva che ho dovuto fare probabilmente non solo le stesse che dovranno fare altri pazienti nella propria vita e in base al loro modo di essere.

Non ho quindi (e penso che non esista) una ricetta unica per curare la depressione. Non sono uno psichiatra né uno psicologo e non ho alcuna pretesa di dettar legge sulla questione – anche perché io stesso ho ben più domande e dubbi che risposte e certezze su questa malattia interessantissima. Dico interessantissima perché la depressione ha fatto aumentare la mia curiosità nei confronti della mia unità sistemica e delle sue sfide – un’unità che mi stupisce e che sta ampliando i miei orizzonti di autoconoscenza e autosviluppo in modo inimmaginabile!

Nonostante questo, ho l’audacia di affermare, con grande sicurezza, che esiste qualcosa di valido per tutti coloro che affrontano la sfida della depressione.

Si tratta dell’importanza radicale di capire che siamo un’unità psicosomatica, che esiste un’integrazione sistemica inseparabile tra quelle che chiamiamo “dimensioni” biologica, fisiologica, mentale, spirituale, animica e qualsiasi altra categorizzazione che le varie teorie vogliono proporre o osano stabilire. Tutto questo è legato, e si deve tener conto di tutto ciò in un processo sistemico e unitario di riequilibrio e perfezionamento personale.

Comprendere questa unità porta a capire che la depressione non si cura solo con le risorse interne, come il pensiero e la volontà, né solo con le risorse esterne, come terapie e medicinali, ma con la partnership sistemica e armoniosa tra tutte queste risorse, rispettando la realtà della nostra unità psicosomatica.

Forse il grande frutto positivo della dura esperienza della depressione è proprio questo: un livello di autoconoscenza e autosviluppo molto più consapevole della nostra unità, e quindi il concentrarsi sul ripristinare i nostri pezzi e riunirli in un pezzo unico, integrato, che anche se segnato è comunque bello, armonioso e pieno di senso!

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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