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Monica Mondo: la mia fede con il cuore e con la ragione

MONICA MONDO

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Credere - pubblicato il 07/09/17

La conduttrice di Soul su Tv2000 si racconta: dall'anoressia, all'incontro con CL, alla vita di professionista e madre

La conduttrice di Soul su Tv2000, racconta l’adolescenza difficile in lotta contro l’anoressia, l’incontro con comunione e liberazione, l’avvio alla professione e la sfida di essere madre e lavoratrice: tutto con lo stile dei cristiani.

«Era il periodo di Vatileaks, la Chiesa si trovava sotto attacco. Per un anno e mezzo, quasi tutte le settimane, ho avuto la fortuna di frequentare l’anziano cardinale George Cottier: ci siamo incontrati, abbiamo chiacchierato di tutto e ne è nato un libricino, Selfie. Dialogo sulla Chiesa con il teologo di tre Papi (Cantagalli). Di lì a non molto Cottier ci ha lasciato. Ma prima di morire, in ospedale, mi ricordò che gli avevo promesso di scrivere un libro sulla Chiesa, accogliendo la sua proposta. Cottier, infatti, si raccomandava che finalmente toccasse ai laici, e specialmente alle donne, parlare della Chiesa».

Monica Mondo, autrice e conduttrice di Tv 2000, spiega con queste parole, accompagnate da un sorriso che gli spettatori conoscono bene, la genesi dell’ultima sua fatica, Io, cristiana per amore e per ragione, da pochi giorni in libreria per i tipi di San Paolo. «L’ho scritto per onorare la promessa fatta a Cottier», si schermisce Monica: «Non è un trattato, ma un insieme di domande e riflessioni che si intrecciano a esperienze vissute e storie vere».

Il punto di partenza è presto detto: «Nel “Ti adoro”, ogni mattina», spiega, «ringraziamo Dio per essere stati “fatti cristiani”. Ma che vuol dire, davvero? La fede e l’appartenenza alla Chiesa sono una mannaia o qualcosa di bello da riconquistare ogni giorno? E come posso aderire alla Chiesa con la ragione e con i dubbi? Ecco, il mio libro prende le mosse da qui».

Quale esperienza di Chiesa hai fatto nella tua famiglia di origine?

«Sono cresciuta a Torino negli anni Settanta in un contesto nel quale si tollerava il fatto religioso quando dà frutti visibili (pensiamo ai “santi sociali”), ma culturalmente ne era lontano, quasi sprezzante. Ho avuto la fortuna di avere papà e mamma che mi hanno sempre portato a Messa la domenica. Mio padre (Lorenzo Mondo, giornalista e critico letterario della Stampa) cresciuto alla scuola dell’Azione cattolica, era rimasto deluso dall’uso strumentale della fede in ambito politico».




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E a scuola?

«Ho frequentato il liceo classico più severo di Torino, dove si formava la borghesia della città: lì non si poteva parlare di fede, era quasi disdicevole. Finché ho incontrato alcuni rompiscatole di Cl che mi invitarono alle loro vacanze. Ed è al santuario di Oropa, in quell’occasione, che ho conosciuto un prete con un grande carisma: don Bernardino Rainero, “Berna” per gli amici e, tramite lui, don Giussani. Di lui mi colpì la sua irrefrenabile volontà di mettere insieme fede e ragione».

Da giovane, però, hai vissuto anche una stagione di grande sofferenza…

«Mi sono ammalata di anoressia, senza riuscire a darmi un perché, in una stagione in cui quella malattia era ancora poco conosciuta e faceva paura. Improvvisamente mi sono ritrovata sola. Se non sono diventata completamente atea in quel momento è per grazia: star male e sentirsi abbandonati dagli amici è una prova dolorosa. In un momento così difficile sono andata a vivere da mia nonna: una donna semplice, ma che mi ha accolto con amore e tenerezza».

Come hai iniziato a lavorare nel mondo dei media?

«Nel momento peggiore della mia vita, don Francesco Meotto, un santo sacerdote, l’allora direttore della Sei (Società editrice internazionale), che conoscevo, mi ha chiesto di lavorare per l’ufficio stampa. Nessuno avrebbe puntato su di me in quella situazione, lui sì. In quegli anni, finite le superiori, lavoravo anche per Radio Proposta, un’emittente diocesana grazie alla quale ho avuto la possibilità di scoprire un volto più ampio della Chiesa, accostando focolarini, boy scout, giovani di Azione cattolica, missionari…».

Poi ti sei sposata: cos’è cambiato da allora?

«Siamo andati a vivere a Milano e, in quel periodo, ho partecipato a una stagione molto intensa, nella quale ho avuto modo di lavorare con colleghi come Riccardo Bonacina, Giuseppe Frangi e altri, che all’epoca erano giovani di 25-30 anni animati di grande entusiasmo e passione. Ci sentivamo certi dell’esperienza di fede che avevamo, ma con addosso una enorme voglia di imparare da maestri di umanità, da Testori a Luzi…».

Oggi hai tre figli: come riassumeresti la tua esperienza di madre?

«I figli sono il più evidente segno che quello che hai non dipende da te. Ne ho tre: Francesco, che studia Scienze politiche; Luca, che fa Economia, e Chiara, di 25 anni, che si è appena sposata. Si chiama così per un voto a santa Chiara d’Assisi: dopo l’esperienza dell’anoressia, mi avevano detto che non avrei potuto avere figli. E invece… Sono infinitamente grata a Dio che tutti e tre, ciascuno a modo suo, siano cristiani».




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Come li hai cresciuti nella fede? Oggi, per una mamma credente non è una passeggiata…

«Li abbiamo educati alla Messa e alla preghiera fin da piccoli. E poi abbiamo cercato di far loro conoscere persone preziose, a noi care, tant’è (ride) che i miei figli mi prendono in giro dicendomi che ho amici solo preti. Quando hai dei ragazzi che stanno crescendo, diventa naturale cercare qualcuno che gli stia vicino, qualcuno di cui ti fidi. La cosa che ci interessava di più era far capire ai nostri ragazzi che la fede riguarda l’intelligenza e il cuore. Ebbene, i miei figli non si vergognano di credere. Non è facile, Gesù non ci ha detto “Guardate che sarà facile”. È scomodissimo essere credente, devi rendere ragione a te stesso e agli altri. Però ne vale la pena».

Ti è capitato di essere discriminata, come credente, sul lavoro?

«Ho lavorato in Mondadori, in Rai, in Mediaset e – devo dire – mai è accaduto. Ho sempre percepito grande rispetto, a volte qualche presa in giro, ma nulla più».

Sei figlia di un giornalista, hai un marito giornalista, Franco Bechis, vicedirettore di Libero

«Ma non sono giornalista. Curioso, no? Non ho voluto dare l’esame da professionista, perché, alla vigilia, un’ex collega insinuò il sospetto che sarei stata favorita e io, per ripicca, non mi presentai. Ciò detto, sono un po’ all’antica: penso che i figli debbano stare soprattutto con la mamma, quindi ho sempre fatto la free-lance, rifiutando di essere assunta. Usiamo una parola che la gente non usa più: essere madre è una vocazione. Le rinunce sono tante, ma per un valore più grande».

La donna nella Chiesa: a che punto siamo?

«Non sopporto il clericalismo dei laici, ridurre la questione-donna a un problema di ruoli. È evidente che dovrebbe essere normale che nei consigli pontifici ci siano donne, ma non è così. Tant’è che fa notizia la nomina di questa o quella donna. La verità è che la Chiesa riflette quello che c’è nella società, ma, nei fatti, rispetta le donne più di quanto non avviene altrove: basta vedere come vengono usate le ragazze nei media o nel mondo del lavoro. Come cattolici, trovo che siamo andati dietro (sbagliando) a un certo femminismo quando la Chiesa è piena di sante, note per la loro grande intelligenza».

Il programma che conduci, Soul (che in inglese significa anima), ha un titolo ambizioso.

«L’idea di partenza è che noi non siamo quello che facciamo o il successo che abbiamo, ma le domande che portiamo in cuore. Purtroppo viviamo in un mondo che cerca di occultare le domande. Cosa ci unisce, credenti e no? Il fatto che ognuno si chieda come essere felice o che senso abbia tutto».

Chi più ti ha colpito dei tanti intervistati?

«Penso a missionari come suor Rosemary Nyirumbe, ugandese, o a padre Flor Maria Rigoni, scalabriniano bergamasco che vive al confine tra Messico e Usa. Ma mi hanno colpito molto anche personalità laiche come Umberto Galimberti o Erri De Luca».

In video, a Soul, lo spettatore vede solo te e l’interlocutore, senza immagini o filmati…

«È un programma… quasi radiofonico. In televisione, però, si vedono gli sguardi. E quando c’è il coraggio di guardarsi negli occhi, si vede che la persona che ho davanti mi interessa. Dobbiamo stupirci di chi abbiamo davanti. Passiamo la vita a sfiorarci, ma, in fondo, abbiamo tutti lo stesso destino».

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