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Pedofilia: la lettera di un prete cattolico al “New York Times”

©DR
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Il quotidiano americano non ha ricusato di pubblicare questo corsivo, ripreso dal sito argentino “Enfoques Positivos” con un successo fenomenale

Resta pure poco interessante che, insieme con altri preti,

  • abbiamo dovuto soccorrere circa 15.000 persone negli accampamenti di guerriglia, dopo la loro resa, perché gli alimenti del governo e dell’Onu non arrivavano;
  • Non è certo una notizia interessante che un prete di 75 anni, padre Roberto, percorra ancora la città di Luanda curando i bambini di strada, accompagnandoli a centri di accoglienza perché vengano disintossicati della benzina che mandano giù per sbarcare il lunario come mangiatori di fuoco;
  • L’alfabetizzazione di centinaia di prigionieri non deve sembrare, essa pure, un’informazione cruciale;
  • Allo stesso modo è inutile sapere che altri preti, come padre Stéphane, organizzano ostelli della gioventù che servano da rifugio ai giovani maltrattati, picchiati e perfino violentati;
  • Tanto meno è interessante che padre Maiato, dall’alto dei suoi 80 anni, visiti le case dei poveri, una per una, confortando i malati e i disperati;
  • Neppure è una notizia degna di tale nome che pressappoco 60.000 preti – sui 400.000 preti e religiosi presenti al mondo – abbiano lasciato i loro Paesi e le loro famiglie per servire i loro fratelli in un lebbrosario, in ospedali, in campi per rifugiati e orfanotrofi. Che si prendano cura dei bambini accusati di stregoneria o degli orfani di genitori morti di Aids. Che mandino avanti scuole per i più poveri, centri di formazione professionale, centri di accoglienza per i sieropositivi e via dicendo…
  • Senza parlare di quelli che offrono la propria vita nelle parrocchie e nelle missioni, per dare alla gente motivi per vivere bene e soprattutto per amare;
  • Non è un’informazione, che il mio amico padre Marc-Aurèle, per salvare dei bambini durante la guerra in Angola, li abbia trasportati da Kalulo a Dondo e che sia stato mitragliato sulla via del ritorno dalla sua missione. O che frate François sia morto, insieme con cinque catechiste, in un incidente occorso mentre andavano a dare una mano nelle regioni rurali più sperdute del Paese;
  • Che decine di missionari in Angola siano morti per una banale malaria, a causa dell’inconsistenza dei mezzi sanitari;
  • Che altri siano saltati in aria sulle mine mentre andavano a visitare i loro fedeli (nel cimitero di Kalulo si trovano le tombe dei primi preti che sono arrivati nella regione: nessuno aveva più di quarant’anni);

Seguire un prete “normale” nel suo lavoro quotidiano, nelle sue difficoltà e nelle sue gioie, mentre dispensa vita, senza strepito, alla comunità che serve… questo non vende.

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