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Accumulo un fallimento dopo l’altro, come mantenere vive la passione e la voglia di lottare?

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© Ivan David Gomez Arce / Flickr / CC

padre Carlos Padilla - pubblicato il 21/06/17

Non sono Dio, ma la mia debolezza può essere anziché una barriera un trampolino per arrivare a Lui

Commenta padre Josef Kentenich: “Guardate, l’uomo di oggi non può sopportare, non può tollerare di essere semplicemente una creatura, di non essere Dio. L’uomo non può sopportare di essere un essere sessuato che ha bisogno dell’altro sesso, che gli è complementare. Non può riconoscere i propri limiti. L’uomo non può sopportare di non valere di per sé, di dover dipendere da altri”.

Sono fragile. Mi costa non essere Dio. Sperimento ogni giorno la fragilità. Mi costa tanto toccare i miei limiti… Alzarmi e ricadere. Vorrei essere Dio per non essere mai spezzato. Desidero essere ovunque per arrivare a tutti. Essere onnipotente per risolvere tutto. Vincere sempre in quello che mi propongo.

Per questo mi ribello contro quella fragilità che accarezzo fin dalla nascita. Voglio essere Dio.

Quando mi comunico non divento Dio. Divento più figlio, più fragile, più docile. E allora la mia debolezza non si trasforma in una barriera, ma in un trampolino verso Dio. La mia debolezza mi guarisce, non mi condanna. La mia fragilità mi eleva a Dio, non mi affonda. Che paradosso! Imparo a sentirmi bisognoso del suo potere e del suo amore.

Mi comunico per ricevere nuovamente il suo abbraccio e per poter continuare a camminare.




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Sperimento il suo amore e mi rialzo. Mi dà la forza per rendere realtà quello che diceva Winston Churchill: “Il successo è la capacità di andare di fallimento in fallimento senza perdere l’entusiasmo”. La mia vita, un fallimento dopo l’altro, ma senza mai perdere la passione per la vita. Senza smettere di lottare.

Diceva Samuel Beckett: “Hai sempre provato. Hai sempre fallito. Non importa. Riprova. Fallisci di nuovo. Fallisci meglio”. Non importa fallire. Non importa spezzarmi. Ciò che conta è rialzarmi. Spezzarmi nuovamente. Ripartire.

Spesso credo che il successo nella vita consista nel non soffrire. Nel non avere ferite. Nel non avere crisi. Come se vivere così mi rendesse più felice. Come se questa fosse la meta del mio cammino. E mi turbano la sofferenza, il fallimento e la perdita. Non mi arrendo. Non voglio smettere di lottare, di spezzarmi. Riprovo. Fallisco di nuovo. Fallisco meglio.

Ma non smetto di camminare nella vita con lo sguardo alto. Senza venir meno. Non voglio dimenticare l’amore di Dio nella mia vita. Non dimentico l’amore di Dio nella mia vita spezzata. Non dimentico il dolore e la sofferenza del passato. Fanno comunque parte del mio cammino. In loro c’è Dio che mi alimenta ogni giorno, mi sostiene, dà pace alla mia anima.

Dio guarisce le mie ferite, la mia anima spezzata. Mi dà la forza per ricominciare, per spezzarmi di nuovo. Non perdo la speranza. Lotto. Ci provo. Che abbia successo o meno. Non importa. Non perdo mai la fiducia.

Mi costa donare la vita per amore degli altri, spezzarmi volontariamente. In generale mi cerco in modo egoista. È la tentazione della mia anima. Non voglio che il mio grano venga triturato. Ma forse è l’unico modo per far sì che ci sia del pane.

L’amore vero muore per la persona amata. Dona tutto senza limiti, senza egoismi, senza barriere. Si spezza. Non è più spezzato in forma passiva. L’atto è volontario. Io mi spezzo per altri. Non è tanto semplice.

Ho chiaro che il pane che si custodisce diventa duro e non nutre nessuno. Se non sono capace di dare la vita, il mio pane si indurirà. Custodirò la mia anima senza ferite, perché non sarò stato capace di amare. Mi fa paura l’idea di perdere ciò che mi rende felice. E custodisco il pane che ricevo da Gesù.

Egli si fa carne perché io abbia la vita, perché mi spezzi per gli altri. Si fa carne perché io lo possa ricevere ed essere più audace nella mia fede. Più coraggioso, più deciso, più libero. Voglio che la sua presenza resti nel mio cuore per sempre. Mangio Gesù ed Egli lascia la sua traccia in me. Mi dà la vita. Mi insegna come sia il vero amore.

Voglio che ogni Messa produca un cambiamento nella mia anima. Spezzarmi ha a che vedere con il fatto di mettere Gesù al centro. Lo adoro, lo ricevo. È presente in me.

La mia tendenza è girare intorno ai miei desideri e ai miei gusti. Metterlo al centro richiede che io cambi il mio sguardo. Smetto di darmi tanta importanza. Voglio lasciare che Cristo sorga in me e cambi il mio cuore. Voglio spezzarmi per altri.

Ne sono convinto: ogni volta che mi comunico assomiglio un po’ di più a Gesù. Mi è chiaro. Ogni Comunione mette Gesù più al centro.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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