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10 errori che il parroco deve evitare durante un’omelia

© Africa Studio/SHUTTERSTOCK

Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 06/06/17

Dalla mancanza di preparazione al moralismo...

Cose assolutamente da evitare, errori da non commettere. Sono tanti i “rischi” che può correre un parroco durante un’omelia. In “E IO TI DICO:

IMMAGINA! L’arte difficile della predicazione” (edizioni Città Nuova), Gaetano Piccolo e Nicolas Steeves elencano almeno dieci possibili sbagli.

«Lo scopo della predicazione, la sua meta – premettono gli autori – lo possiamo enunciare così: non si predica tanto per sé, quanto per salvare chi ascolta».

Ogni predicatore avrà i propri punti forti e i propri punti deboli. Alcuni dicono che ogni predicatore ha un unico tema su cui ritorna sempre, in tutte le sue prediche, direttamente o indirettamente. Non si tratta di diventare supereroi della predica, quanto di identificare grandi debolezze ricorrenti che si devono evitare.

1) Mancanza di preparazione

A monte, a prescindere dalla preparazione remota ricevuta in seminario, un errore classico è la mancanza di preparazione per l’omelia. Ci sono migliaia di buone ragioni o di pessime scuse per non preparare l’omelia: riunioni, colloqui, problemi personali, sovraccarico di lavoro. Ma questi motivi portano immancabilmente a una grande superficialità che stanca molto gli uditori.

2) Assenza di messaggio centrale

La mancanza di preparazione ha spesso, per conseguenza, l’assenza di un messaggio centrale, anche se questo grande problema formale può capitare, purtroppo, anche quando l’omelia è stata preparata. Uno dei problemi più frequenti dei predicatori è quello di non sedersi con calma, prima di predicare, e chiedersi: «In poche parole, qual è il messaggio che voglio comuni- care domenica prossima ai fedeli?». Se il predicatore non ha un’unica idea da comunicare alla gente, può essere sicurissimo che neanche la gente saprà, dopo l’omelia, di cosa ha voluto parlare.

3) Lunghezza eccessiva

Un altro difetto ben noto delle omelie non preparate – anche di quelle preparate, ma spesso un po’ meno – è la loro lunghezza “abusiva”. S’insegna nei noviziati gesuiti: «Non più di dieci minuti la domenica, e cinque in settimana». Altrove si dice: «I primi cinque minuti muovono il cuore, il resto, il sedere». In modo ancora più leggero si dice – sperando di non cadere nel maschilismo: «L’omelia deve essere come una minigonna: abbastanza lunga per coprire l’essenziale, e abbastanza corta per suscitare l’interesse».




Leggi anche:
7, 10, 15 minuti? Quanto deve essere lunga l’omelia?

4) Lo spettacolo d’intrattenimento

Papa Francesco ricorda, nell’Evangelii Gaudium, che l’omelia «non può essere uno spettacolo di intrattenimento; non risponde alla logica delle risorse mediatiche, ma deve dare fervore e significato alla celebrazione» (EG 138). Ovviamente si devono evitare le volgarità, la banalità o l’eccessivo gusto per lo spettacolo. Sono veramente pochi i predicatori che riescono a usare bene un oggetto (una lanterna, una bandiera…) mentre predicano, senza distrarre i fedeli dall’incontro che devono vivere con Cristo.

5) Autoreferenzialità del predicatore

In realtà, l’omelia dovrebbe «essere realmente un’intensa e felice esperienza dello Spirito, un confortante incontro con la Parola, una fonte costante di rinnova- mento e di crescita» (EG 135). In effetti, l’omelia è «il momento più alto del dialogo tra Dio e il suo popolo, prima della comunione sacramentale» (EG 137). Ora, se il predicatore “tira a sé la coperta”, cioè se attrae su di sé tutta l’attenzione degli uditori anziché portarli a dialogare col Signore, sebbene possa avere da dire le cose più interessanti del mondo, la sua non sarebbe un’omelia, perché lo scopo della comunicazione sarebbe sbagliato.

6) Moralismo

Come vedremo nel quarto capitolo, l’omelia deve sollecitare da parte degli uditori una risposta concreta a partire dalla contemplazione di un aspetto del mistero della vita divina o della creazione. La predica può, anzi dovrebbe, spesso, prevedere, dopo una prima parte in cui si è visto il bello e capito il vero, una parte etica ed esortativa in cui viene sentita la chiamata a fare il bene. Ma la predicazione non può essere dall’inizio alla fine un catalogo di cose da fare o da non fare.

L’omelia non è il momento per fare una lezione di morale. Alcune prediche moralizzanti vanno più “a destra” (morale sessuale, richiamo all’ordine…), alcune più “a sinistra” (economia, ecologia, giustizia sociale…): il problema non è tanto il contenuto in sé, quanto la sproporzione fra contemplazione e azione a favore di quest’ultima. L’omelia non deve mai essere una mera arringa socio-politica moralizzante, sebbene debba anche portare a un

agire cristiano migliore.

7)Spiritualismo

Con questa parola, non designiamo qui la stregoneria, ma il difetto opposto rispetto a quello appena esposto, cioè il moralismo. Cosa sarebbe, dunque, questo “spiritualismo”? Anziché avere radici concrete nella vita quotidiana dei fedeli o della loro società, alcune prediche volano sopra le nuvole, speculando su aspetti pseudo-mistici che non hanno incidenza reale.




Leggi anche:
Un po’ di umorismo: 15 tipi di omelie da evitare

8) Intellettualismo

È un difetto vicino a quello dello spiritualismo, ma più culturale, ed è molto diffuso. A causa della formazione rigorosa e intellettuale che i seminaristi ricevono nel seminario, dove gli elaborati, le tesi e le presentazioni sono gli unici modi d’espressione richiesti, capita allora l’errore di pensare che questi siano anche i modi giusti per comunicare con i fedeli nell’omelia. Quindi si pensa di fare dell’omelia un’esegesi storico-critica o narrativa, come una lezione di teologia dogmatica o fondamentale ecc.

9) Catechismo

Un difetto vicino all’intellettualismo è quello di fare una catechesi. Questa tentazione è molto sottile, perché c’è una grande tradizione nella Chiesa, soprattutto primitiva: d’istruire, durante l’omelia, i fedeli circa i misteri cristiani. È il caso, in particolare, delle omelie catechetiche o mistagogiche dei primi secoli. Queste catechesi (quelle di Cirillo di Gerusalemme o di Ambrogio) furono riscoperte durante il periodo del ressourcement patristico, verso gli anni Cinquanta, e si è molto giustamente lodata la loro paziente pedagogia.

Numerose sono le diocesi oramai che hanno sviluppato un programma di catechesi mistagogica per i catecumeni adulti. Il problema che ci interessa qui è che l’omelia durante l’eucaristia non è il momento adatto per fare una catechesi.

10) Parafrasi

A metà fra gli errori formali e quelli materiali si trova la parafrasi del testo scritturistico. Nella loro mancanza d’immaginazione, o di preparazione, alcuni predicatori pensano che per predicare sia sufficiente ripetere con le proprie parole i testi della liturgia appena letti. Questa prassi, purtroppo, risulta noiosa, perché è una mera ripetizione dell’esercizio della lettura, senza il tentativo di mettere a fuoco un messaggio centrale.

La parafrasi ha l’effetto di svilire l’impatto della parola sulla vita delle persone. Proprio perché la Parola di Dio non è sempre chiara, essa non va semplicemente ripetuta, ma spiegata. Meglio lasciare l’esercizio della parafrasi agli alunni delle scuole medie…

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