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Monsignor Viganò a Cannes: Il cinema, “una vera catechesi di umanità”

Amirah Parker for the American Pavilion (Festival of Cannes)
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Intervista al prefetto della Comunicazione della Santa Sede al Festival del Cinema

Una delle grandi novità della settantesima edizione del Festival del Cinema di Cannes è stata la presenza del uomo a cui Papa Francesco ha affidato l’unificazione e riforma della Comunicazione della Santa Sede, monsignor Dario Viganò.

Come hanno sottolineato i giornalisti e rappresentanti del mondo del cinema, è stato un gesto che segna un nuovo rapporto tra la spiritualità e la settima arte, che non è più di polemica, ma di comune responsabilità.

La presenza di monsignor Viganò, prefetto della Segretaria per la Comunicazione del Vaticano, è stata inquadrata nella sua partecipazione al “Festival Sacré de la Beauté”, promosso dalla “Diaconia della Bellezza”.

Ecco le risposte di questo sacerdote, grande esperto di cinema, e uomo di fiducia di Papa Francesco.

Cosa è il cinema per Papa Francesco?

In un suo recente viaggio a Milano papa Francesco ha parlato di cinema insieme ai giovani cresimati, richiamando un noto film di Vittorio De Sica, I bambini ci guardano del 1943. Il Papa ha definito quel film, tutte quelle opere realizzate nell’immediato dopoguerra, «una vera “catechesi” di umanità» (Milano, 25 marzo 2017), per il loro essere racconto di difficoltà e insieme speranza, di miseria ma anche di riscatto.

In questo senso, lei crede che il cinema abbia un ruolo sociale?

Il cinema, infatti, ha un ruolo sociale significativo, come mezzo e soprattutto come arte, ovvero è in grado di raccontare la realtà, mostrandola da vicino, addentrandosi nelle pieghe carsiche del vivere dell’uomo, senza sottrarsi a sguardi complessi o problematici. Ma il cinema non dimentica di farsi anche portatore di una visione altra, di aprire nell’orizzonte squarci di luce.

Lei è venuto a Cannes per testimoniare il valore della spiritualità nel cinema…

Il cinema è riuscito persino a spingersi sulle tracce dell’invisibile, di Dio, a cogliere manifestazioni della Sua misericordia nella storia dell’uomo. Penso alla poetica di Robert Bresson, da Il diario di un curato di campagna (Journal d’un curé de campagne, 1951) ad Au hasard Balthazar (1966), opera quest’ultima dove l’autore ritrova l’immagine di Gesù nelle membra di un povero asinello, percosso e trascinato sino agli stenti come Cristo.

Ancora, posso citare La strada (1954) di Federico Fellini, film caro a papa Francesco, opera dove risplende l’innocenza della giovane Gelsomina che con candore si affaccia alla vita, sfidando fidandosi della barbarie dell’uomo, Zampanò. È uno sguardo estroverso il cinema, un guardare che tiene con sé, vivo ai bordi dell’immagine, quello che non si vede; esso ci mostra i propri confini e si (ci) spinge a oltrepassarli.

Perché è importante la presenza della Chiesa in un festival come quello di Cannes.

Proprio al Festival di Cannes sono passati grandi autori, che hanno offerto agli spettatori, al mondo tutto, opere capaci di infrangere il torpore della nostra quotidianità, ricordando l’importanza dell’inclusione sociale e della misericordia.

Come non citare a questo punto il film vincitore della Palma d’oro nel 2016, Io, Daniel Blake (I, Daniel Blake) di Ken Loach, regista inglese da sempre in prima linea nel racconto delle periferie umane, della condizione dei lavoratori appartenenti alla classe operaia, a quel sottoproletariato cui si interessava anche Pier Paolo Pasolini. In Io, Daniel Blake Loach si fa portatore di un’istanza di denuncia contro il volto disumano della burocrazia, che schiaccia il più delle volte chi è già disgraziato, senza difese; ma nel narrare tutto questo, Ken Loach ci porta anche una storia di speranza, la speranza che si accende proprio grazie alla misericordia, al donarsi all’altro per il bene dell’altro.

Questo stesso sguardo emerge dalle opere dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, che al Festival di Cannes hanno trionfato con Rosetta (1999) e poi L’Enfant (2005). Nella loro filmografia, a dire il vero, c’è un altro titolo sempre in concorso sulla Croisette cui sono particolarmente legato. Si tratta di Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit, 2014), un film che presenta le storie di lavoratori “scartati”, dell’operaia Sandra, licenziata appena rientrata sul posto di lavoro da una convalescenza per depressione. Sandra è cacciata dal lavoro perché ritenuta non più utile, improduttiva, perché è caduta nella malattia, dunque “fallata”. I Dardenne non lesinano in durezza, mostrandoci tutta la freddezza di un mondo lavorativo che va via via perdendo i contorni dell’umano; nel contempo, però, tracciano anche un cammino di risalita, di riscatto, grazie al ruolo decisivo giocato dai legami affettivi, dalla famiglia, vero baluardo nelle tempeste. Da lì tutto ricomincia, da lì si irradiano i colori della possibilità.

Nel suo intervento al Padiglione Americano del Festival, i giornalisti e rappresentanti dell’industria cinematografica hanno pubblicamente sottolineato come la sua presenza a Cannes cambia l’atteggiamento nel dialogo Chiesa-Cinema: da una visione frequentemente polemica a un rapporto di collaborazione. Tutti abbiamo bisogno di speranza.

Di questa urgenza di un racconto di speranza, ne parla proprio papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che si celebra in questa domenica, 28 maggio. “Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo”, è il titolo scelto dal Papa per la 51a Giornata, per richiamare l’attenzione di tutti gli operatori dei media e dell’informazione, della comunità tutta, a farsi promotori di un racconto vero e onesto, senza omettere fiducia nell’oggi e nel domani.

Come lui stesso confessa in quel messaggio, il Papa vuole offrire “un contributo alla ricerca di uno stile comunicativo aperto e creativo, che non sia mai disposto a concedere al male un ruolo da protagonista, ma cerchi di mettere in luce le possibili soluzioni, ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia. Vorrei invitare tutti a offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo narrazioni contrassegnate dalla logica della ‘buona notizia’”.

È quello che ci aspettiamo (sempre) dal buon cinema…

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