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Ma quale omofagia! L’Eucaristia è tutta un’altra cosa!

Alessandra Tarantino | AP

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 29/05/17

Gli eccessi della teologia… e le sue costanti

È vero, quella della “presenza reale” sarebbe diventata quasi un’ossessione, per seguire la quale la teologia sarebbe fatalmente arrivata a dimenticare il dinamismo ecclesiale ed escatologico dell’eucaristia e concentrarsi sulla famigerata “transustanziazione” – più o meno come i ragazzini di oggi (si generalizza pour parler, eh…) non sanno più andare coi pattini ma passano i pomeriggi a giocare con gli “spinner”, senza minimamente sospettare che i cuscinetti a sfera sono stati inventati per far funzionare meccanismi più grandi e più complessi (e ogni pattinatore ne porta otto sotto ai piedi!). Però, del resto, lo “stupore eucaristico” che si ricava dalla contemplazione di quello che già Agostino chiamava “mysterium caritatis” può ben giustificare l’indulgenza al miracolistico.

La bussola, tuttavia, non è mai stata persa fintanto che si è conservato l’equilibrio dogmatico nel comprendere la dottrina della fede. Ad esempio san Gaudenzio di Brescia, che opera a metà tra Ambrogio e Agostino, scrive in uno dei suoi trattati:

Cristo è lui solo che è morto per tutti. È lui il medesimo che si trova nel sacramento del pane e del vino anche se sono molte le assemblee nelle quali si riunisce la Chiesa. È il medesimo che immolato ricrea, creduto vivifica, consacrato santifica i consacranti.

La carne del sacrificio è quella dell’Agnello divino, il sangue è quello suo. Infatti il Pane disceso dal cielo ha detto: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» [Gv 6, 52].

Molto giustamente il suo sangue viene indicato anche sotto il segno del vino. Lo disse egli stesso nel vangelo: «Io sono la vera vite» [Gv 15, 1]. Il vino offerto nella Messa come sacramento della passione di Cristo è suo sangue.

Per questa ragione il patriarca Giacobbe aveva profetizzato di Cristo, dicendo: Egli laverà nel vino la sua veste e nel sangue dell’uva il suo mantello [cf. Gn 49, 11]. Avrebbe infatti lavato nel proprio sangue la veste del nostro corpo, di cui egli stesso si era rivestito. Egli, creatore e signore di tutte le cose, produce il pane dalla terra e dal pane produce sacramentalmente il suo corpo, poiché lo ha promesso e lo può fare. Egli inoltre che ha fatto dell’acqua vino, dal vino fa il suo sangue.

«È la Pasqua del Signore» [Es 12, 11], cioè il passaggio del Signore. Queste parole ti ammoniscono di non credere terrestre quello che è diventato celeste. Il Signore “passa” nella realtà terrestre e la fa suo corpo e suo sangue.

Quello che ricevi è il corpo di colui che è pane celeste e il sangue di colui che è la sacra vite. Infatti mentre porgeva ai suoi discepoli il pane consacrato e il vino, così disse: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue» [Mt 26, 26-27]. Crediamo dunque a colui al quale ci siamo affidati: la verità non conosce menzogna. Quando infatti diceva alle turbe sbigottite che il suo corpo era da mangiare e il suo sangue da bere, molti sussurravano: «Questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?» [Gv 6, 60].

Per cancellare con il fuoco celeste quei pensieri aggiunse: «È lo Spirito che dà la vita; la carne invece non giova a nulla. Le parole che vi ho dette, sono spirito e vita» [Gv 6, 63].

Gaudenzio, Trattato 2, 26. 29-30

Però se dovessi rispondere in sintesi a perché – no – l’eucaristia non può in alcun modo essere definita omofagia direi:

  1. perché non è un’accusa che è stata rivolta ai cristiani prima degli ultimi due secoli (nell’antichità li accusavano anche di cannibalismo e di incesto, ma di parentela coi culti dionisiaci mai), e quindi è facilmente scartabile come una inferenza a posteriori delle recenti ricerche storico-filologiche, dall’idealismo tedesco in qua;
  2. perché il culto cristiano è sempre stato caratterizzato da ordine e trasparenza: i mysteria erano riservati agli iniziati, sì, ma nessuno ha mai avuto problemi a diventare cristiano, nella storia;
  3. perché fin dall’antichità, anzi, v’era stata una robusta tradizione poetica che voleva identificare così strettamente Gesù crocifisso (e quindi il suo sacramento) con l’agnello della Pasqua ebraica, al punto dal volerlo “arrostito d’amore”.

Cristo, il divino abbacchio

Tra sant’Ambrogio e sant’Ilario, e probabilmente non più tardi del VI secolo, l’innologia latina si era arricchita di un preziosissimo inno, che il breviario romano ancora riporta nei vespri festivi del tempo di Pasqua: nella seconda quartina dell’Ad cenam agni providi leggiamo che il corpo di Cristo sarebbe stato «rovente sull’altare della croce» [«in ara crucis torridum»]. E ancora Lutero avrebbe composto un inno in tedesco in cui leggiamo: «Ecco qui il vero Agnello di Dio, / del quale Dio ha comandato; / esso è stato arrostito in un torrido amore / all’albero della croce [Christ lag in Todesbanden]».

Omofagia, dunque?

No, nulla di meno vero, se si parla dell’eucaristia cristiana: quella infusa dallo Spirito di Cristo è una “sobria ebbrezza” – bisogna essere parecchio più sballati, per lasciarsi andare ai misteri di Dioniso.

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cattolicesimocomunioneeucarestiapatristicateologia

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