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Ma poi, in fondo, siamo sicuri che Cristo sia stato crocifisso?

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Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 30/05/17

Sembra incredibile, ma nella storia del pensiero teologico non è mancato chi abbia detto e insegnato che Gesù non sarebbe stato crocifisso. Sono tradizioni religiose non cristiane o antiche eresie, dalle cui ragioni si può però imparare molto sul cristianesimo

Ieri dicevamo di aver ricevuto in redazione due domande, che spiccavano tra le altre per due ragioni:

  1. da una parte mettevano in dubbio cose di primo acchito evidenti;
  2. dall’altra presentavano un singolare nesso tra loro, come evidenziava prontamente sant’Ignazio di Antiochia

Se dunque ieri abbiamo discusso dell’omofagia – e delle ragioni per cui non si può prendere sul serio l’accusa rivolta al cristianesimo in tal senso – oggi ci dedichiamo alla questione della crocifissione.

Storia

E prima di tutto farei delle considerazioni di ordine storico:

Quando Tacito, nei suoi Annales, parla di Cristo, accenna sì alla pena capitale comminatagli dal procuratore Pilato, ma non fa cenno alcuno all’eventualità che questa non sia stata eseguita o non abbia sortito l’effetto: le sue fonti non sembrano neppure conoscere una simile eventualità. Si legge infatti:

L’autore di questa denominazione, Cristo, sotto l’impero di Tiberio era stato condannato al supplizio [supplicio adfectus erat, N.d.T.] dal procuratore Ponzio Pilato; ma, repressa per il momento, l’esiziale superstizione erompeva di nuovo, non solo per la Giudea, origine di quel male, ma anche per l’Urbe, ove da ogni parte confluiscono tutte le cose atroci e vergognose.

Cornelio Tacito, Annales XV, 44

A parte il luogo comune di “Roma fogna dell’Impero” (riscontrabile anche in satirici come Giovenale), non ha bisogno di raffinate esegesi il disprezzo con cui lo storico presenta la “exitiabilis superstitio” dei cristiani: il curioso riferimento a Pilato come “procuratore” (laddove invece i Vangeli canonici e l’archeologia concordano nel qualificarlo come “prefetto”) non sembra inficiare la credibilità delle fonti di Tacito – la variante potrebbe spiegarsi con un intento attualizzante dell’autore, che scrive almeno cinquant’anni dopo i fatti e in un contesto che ha già conosciuto l’inizio delle guerre giudaiche (Tacito vedrà i regni di Tito e di Traiano, ma non quello di Adriano, che terminerà la distruzione di Gerusalemme).

Ad ogni buon conto, Tacito è l’unico – tra le fonti antiche extrabibliche e non cristiane – a fare un sia pur rapido accenno alla crocifissione di Gesù. Giuseppe Flavio, con il suo controverso testimonium, ci sarebbe più d’impaccio che d’aiuto (e comunque non apporterebbe novità rispetto alla questione della crocifissione: non fa che un asciutto cenno).

Letteratura

Esistono però fonti letterarie indirette, non bibliche e non cristiane, che se pure non avanzano pretese di veridicità storica sono comunque il segno sicuro di una temperie culturale – quella in cui il cristianesimo nasceva alla storia – in cui nessuno dubitava che Cristo fosse stato crocifisso. Tali fonti sono essenzialmente il Satyricon di Petronio e un paio di romanzi greci antichi (Le avventure di Cherea e Calliroe di Caritone Abrocome e Anzia di Senofonte di Efeso, che però è sensibilmente posteriore al primo).

Dunque, nel testo (enigmatico) di Petronio alcuni critici avrebbero scorto una serie di rimandi al Vangelo secondo Marco: la questione è tutt’altro che pacifica, molto più per le difficoltà filologiche riscontrate in Petronio che per quelle esegetiche suscitate da Marco, ma se guardiamo solo alle datazioni la cosa è ben possibile. E nel Satyricon leggiamo la nota digressione piccante sulla “matrona efesina”, inconsolabile vedova che – tra un pianto per il marito morto e l’altro – si concede agli amorazzi di un soldato più desideroso di consolare la signora che diligente nell’eseguire gli ordini dei superiori: il cadavere del crocifisso che doveva vegliare, infatti, viene rubato in quell’ora di piacere e la vedova, per non piangere due uomini invece di uno solo, dà al nuovo amante il corpo dell’insostituibile marito da appiccare alla croce in vece del ladrone.

Il romanzo di Senofonte si limita a raccontare la crocifissione del protagonista e un’invocazione agli dèi del crocifisso… niente di eccezionale. Più impressionante è invece quello di Caritone (che peraltro avrebbe una datazione estremamente alta, forse contemporanea dei soggiorni romani di Pietro e Paolo!), che narra dell’infelice amore di due giovani di Siracusa: lei muore e al terzo giorno (!) il suo sepolcro viene trovato vuoto, l’amante ne decreta l’apoteosi; lui viene processato e non si difende, e una volta crocifisso viene sfidato a scendere dalla croce.

Insomma, se la letteratura non è una fonte storica essa è certamente una fonte culturale, e lo spaccato della Roma e dell’Italia della seconda metà del I secolo che essa ne restituisce presenta una classe colta (per la quale soltanto si scrivevano i romanzi) eclettica e curiosa, specialmente delle “novità” esotiche del vicino oriente – tra cui si annovera questa meravigliosa fola del galileo crocifisso e risorto. Che tali testi presentino spessissimo toni sarcastici, o perlomeno irrisori, nei confronti del fatto cristiano, non autorizza affatto a ritenere che essi non siano affidabili: anzi, ci dicono dell’elevato grado di pervasività che la proposta cristiana seppe ricavarsi in molti livelli della società ellenistico-romana.

Come si vede (in particolare nel passo di Petronio), la credenza nella risurrezione era talvolta neanche considerata; la fede in un crocifisso era brutalmente irrisa (e questo anzi è attestato anche per altre vie); nessuno nondimeno pensava, anche solo lontanamente, a negare che quel Cristo – giudeo, samaritano o cristiano che fosse… – avesse vissuto in croce la sua ultima ora. Semmai commentavano dicendo che aveva avuto quel che si meritava.

Agiografia

Viceversa, ed esaminando il medesimo argomento (però stavolta in salsa cristiana, benché extracanonica), si deve osservare come – pure in assenza di un vero e proprio culto pubblico del crocifisso e della croce – gli atti dei martiri (e le più tarde passioni e leggende) fanno generoso riferimento alla passione e alla morte di Cristo – delle quali il martire diventava similitudo (non a caso anticamente negli altari si potevano inserire unicamente delle reliquie martiriali). Questo si vede in modo lampante negli Atti di Pietro – databili alla metà del II secolo – ma è pure palese in altri che non contemplino necessariamente la medesima pena della crocifissione.

Una menzione d’onore, in tal senso, va riservata al martirio di san Policarpo, che chiese di poter salire sulla pira del rogo senza essere assicurato con le catene: si capisce, doveva poter alzare le mani e recitare la propria ultima preghiera eucaristica.

Così poi restò libero, solo gli legarono le mani dietro la schiena e salì al rogo. Alzando allora gli occhi al cielo, esclamò: «O Signore, Dio degli angeli e degli arcangeli, nostra risurrezione e prezzo per il nostro peccato, rettore di tutto l’universo e protettore dei giusti: ti ringrazio perché mi hai reso degno di subire il martirio per voi, perché in questo modo percepisca la mia corona e cominci il martirio per Gesù Cristo nell’unità dello Spirito Santo, e così, terminato oggi il mio sacrificio, veda compiute le tue promesse. Sii poi benedetto ed eternamente glorificato per mezzo di Gesù Cristo, Pontefice onnipotente ed eterno, e tutto vi sia dato con Lui e lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen».

Perché Policarpo, il cui martirio si colloca intorno alla metà del II secolo, non solo si vedeva similitudo della passione di Cristo, morendo per lui, ma anche similitudo di quel sacramento che della pasqua di Cristo sarebbe stato detto (dal Concilio di Trento) re-præsentatio. E difatti, poiché di eucaristia si tratta, così riferiscono i testimoni oculari – assemblea estrema di quella mistica messa:

Appena ebbe alzato il suo Amen e terminato la preghiera, gli uomini della pira appiccarono il fuoco. La fiamma divampò grande. Vedemmo un prodigio e a noi fu concesso di vederlo. Siamo sopravvissuti per narrare agli altri questi avvenimenti. Il fuoco, facendo una specie di voluta, come vela di nave gonfiata dal vento, girò intorno al corpo del martire. Egli stava in mezzo, non come carne che brucia ma come pane che cuoce, o come oro e argento che brilla nella fornace. E noi ricevemmo un profumo come di incenso che si alzava, o di altri aromi preziosi.

Capito? Altro che “omofagia”: come il pane del Cielo è la carne di Cristo, così il corpo dei martiri dato alle fiamme ha la fragranza della manna celeste. In realtà, questo prezioso passaggio del Martyrium Polycarpi lumeggia alla perfezione il parallelismo che – lo vedevamo ieri – Ignazio stabiliva tra il rifiuto della dottrina eucaristica e quello della “parola della Croce”. Ciò sarà più chiaro procedendo oltre.

Il Corano

Ora che però abbiamo mostrato per via positiva come nessuno, all’epoca dei fatti, dubitasse della morte di Cristo – piuttosto negavano la sua risurrezione, ed è una posizione infinitamente più ragionevole e rispettabile dell’altra –, consideriamo pure chi nella storia ha preteso che Cristo non fosse morto, e cerchiamo di coglierne il perché.

Viene subito in mente la sura 4 del Corano, che in un breve passaggio riporta:

[Abbiamo maledetto gli ebrei, N.d.R.] per via della loro miscredenza e perché dissero contro Maria calunnia immensa, e dissero: «Abbiamo ucciso il Messia Gesù figlio di Maria, il Messaggero di Allah!». Invece non l’hanno né ucciso, né crocifisso, ma così parve loro. Coloro che sono in discordia a questo proposito, restano nel dubbio: non hanno altra scienza e non seguono altro che la congettura. Per certo non lo hanno ucciso, ma Allah lo ha elevato fino a Sé. Allah è eccelso, saggio. Non vi è alcuno della Gente della Scrittura che non crederà in lui prima di morire. Nel Giorno della Resurrezione testimonierà contro di loro.

Corano, IV 156-159

Di solito c’è sempre qualcuno che si stupisce, quando racconto di come i musulmani credano al parto verginale di Maria e al ruolo di giudice escatologico che l’Islam riconosce a Gesù. Ci sarebbero diverse cose da osservare, ma ora andremmo fuori tema: qui c’interessa che il Corano neghi non solo l’uccisione di Cristo, ma anche la sua crocifissione.

Che significa? Come si spiega? Nel Corano è piuttosto semplice: il contesto in cui il testo nasce conosce una forte venerazione per Gesù e, pur negando la figliolanza divina (perché teologicamente incapace di articolare un pensiero trinitario), non sopporta che l’altissima dignità che attribuiscono a Gesù venga intaccata da una morte tanto ignominiosa.

Il Corano però non dice come è possibile che ai presenti sul Golgota effettivamente «parve» che Gesù fosse crocifisso e morisse. Per capirlo dobbiamo risalire alle radici più antiche di quel pensiero teologico, che proprio dal verbo “parve” (in greco δοκέω) prende il nome.

Gli gnostici

I doceti (da cui il sostantivo “docetismo”) erano soprattutto gnostici, ma non solo (anche se tutti gli gnostici, o quasi, erano doceti): la cosa che caratterizza il loro pensiero, inficiato da un forte disprezzo di ogni tipo di materialità, è la negazione di ogni reale corporeità in Cristo. Proprio perché cercano di costruire cristologie alte, che sfocino variamente in forme embrionali di dottrine trinitarie, essi rigettano – più o meno esplicitamente – tutto quanto abbia a che fare con la materialità dell’esperienza umana. Ce ne dà notizia ad esempio il solito Ireneo, che a proposito di Basilide – gnostico attivo in Egitto intorno al 120 d.C. – scrive:

E non bisogna professare fede in quello che è stato creduto crocifisso, che è stato chiamato Gesù ed è stato mandato dal Padre, per distruggere con tale disposizione le opere dei creatori del mondo. Se quindi qualcuno professa fede nel crocifisso, questi è ancora servo e sotto il potere di quelli che hanno creato i corpi: invece chi lo avrà rinnegato si è liberato dal loro potere e conosce la disposizione del Padre ingenerato.

Ireneo, Adversus Hæreses I 24,4

Dunque chi attinge alla gnosi profonda deve rifiutare l’idea che Dio abbia parlato mediante una simile barbarie. La crocifissione è cosa assolutamente indegna di Dio. Il dettaglio più interessante, tuttavia, mi pare il riferimento polemico a “quelli che professano la fede nel crocifisso”: come dicevamo per la letteratura profana e agiografica, anche questa è un’attestazione del fatto che fin da subito e ben prima di lasciarne testimonianze nell’arte e nell’elaborazione teologica, i cristiani si riconoscevano come i credenti nel Crocifisso.

Sempre in Egitto erano molto attivi gli gnostici Ofiti e Sethiani, dal linguaggio spesso più criptico di quello di altre gnosi (purtroppo anche nel breve passo che ora riporto). Leggiamo dunque dalla Confutazione di Ippolito la dottrina di tale Giustino gnostico, che si segnala per una cristologia adozionista (anche lussureggiante: uno degli “eletti” prima di Gesù era Ercole! – peccato sia finito male…) e per il linguaggio irto di riferimenti allegorici:

[…] Gesù obbedì all’angelo dicendo: «Signore, farò così tutto; e cominciò a predicare. Naas volle sedurre anche lui, ma non riuscì: infatti quello rimase fedele a Baruch. Allora irato Naas, poiché non riuscì a sedurlo, lo fece crocifiggere. Ma quello, abbandonato il corpo di Eden sulla croce, salì al Bene. Dopo aver detto a Eden: «Donna, hai tuo figlio», cioè l’uomo animale e terreno, egli, avendo rimesso nelle mani del Padre lo spirito, salì al Bene.

Ippolito, Refutatio V, 31-32

È un vero peccato che non sia il caso di proseguire oltre, perché scopriremmo come il Bene sia Priapo (proprio lui!), ma forse ne parleremo meglio un’altra volta. Ora mi sembra invece il caso di cercare una testimonianza che aiuti a capire meglio il quadro complessivo, visto che il Corano non spiega chi sarebbe morto in croce, mentre Giustino gnostico spiega che sulla croce Gesù avrebbe abbandonato “il corpo di Eden” per andare da Priapo (sic!). Tocca tornare alla lezione di Ireneo, che sempre parlando di Basilide aveva spiegato il tutto poco prima del passo già riportato qui sopra:

Il Padre, ingenerato e innominato, vedendo la rovina di tutti costoro, ha mandato il suo primogenito, l’Intelletto – e questo è colui che è chiamato Cristo – per liberare quanti avrebbero creduto in lui dal potere degli angeli che avevano creato il mondo. Alle genti di costoro egli è apparso in terra come uomo e ha compiuto prodigi. Perciò non ha patito lui, ma un certo Simone di Cirene che, contro la sua volontà, portava per lui la croce: questo è stato crocifisso per ignoranza ed errore, in quanto Cristo lo aveva trasformato così che si credesse che fosse lui Gesù. Gesù invece aveva assunto l’aspetto di Simone e stando ritto in piedi irrideva i crocifissori. Infatti egli era la Potenza incorporea e l’Intelletto del Padre ingenerato: perciò si è trasformato come voleva ed è asceso a colui che lo aveva mandato, prendendo gioco di quelli, poiché non poteva esser preso era invisibile a tutti.

Ireneo, Adversus Hæreses I 24,4

Si resta sempre in dubbio, davanti a testi così: restare ammirati dalla fantasia di chi elaborava certe teorie o inorridire all’idea che Gesù ne risultasse così sardonicamente sfigurato da salvarsi la pelle (pelle a cui peraltro non teneva) facendo morire un innocente al suo posto?

Ma un’ultima citazione voglio dedicarla a colui che l’eresiologia antica ha tramandato come il padre di tutti gli eretici – il povero Simon Mago, che anche gli Atti degli Apostoli menzionano (At 8) e che Ireneo credeva essere ancora venerato, ai suoi tempi, sull’Isola Tiberina a Roma. Leggiamo dunque negli Atti di Pietro, che già ricordavo sopra a proposito della morte del Primo apostolo:

Simone mago rispose [Pietro aveva appena annunciato Cristo al popolo, N.d.R.]: «Tu hai la faccia tosta di parlare di Gesù Nazareno, figlio di un artigiano e artigiano egli stesso, la cui stirpe abita in Giudea? Ascolta, Pietro: i Romani sono gente seria, non dei fessacchiotti». Quindi, rivolgendosi al popolo, disse: «Popolo romano! Può nascere come uomo un Dio? Può venire crocifisso? Chi ha un signore non è Dio!». A quelle considerazioni molti dicevano: «Parli bene, Simone».

Atti di Pietro 23

Insomma, sembra che la ragionevolezza del “teologo liberale” vinca sul paradosso annunciato dalla Chiesa nascente. Ma Pietro, stando ai suoi Atti apocrifi, non si fece intimorire. E rispose con un’impressionante carrellata di citazioni veterotestamentarie. Quando poi fu finalmente crocifisso anche lui, non lontano dal Vaticano, si rivolse a quelli che gli stavano attorno indicando che la natura umana ormai vedeva le cose alla rovescia, così come ora quelli vedevano a rovescio lui (e in realtà era lui quello dritto, che vedeva le cose come stavano):

Voi dunque, miei cari, che state ascoltando o che vi interessate al discorso che faccio, dovete scostarvi dal primo errore e rifare il cammino. Sarebbe infatti conveniente salire sulla croce di Cristo, il quale è il Verbo disteso, uno e solo, di cui lo Spirito dice: «Che è dunque Cristo, se non il Verbo, eco di Dio?». Il Verbo pertanto sarà questa parte retta del legno, sulla quale sono crocifisso. L’eco invece è la parte trasversale, cioè la natura dell’uomo. Il chiodo poi che congiunge nel mezzo la parte di traverso con la parte retta sarà la conversione e la penitenza dell’uomo.

Atti di Pietro 38

Mi colpisce profondamente che in questo passo il pensiero dell’autore sia così maturo da non disperdersi in questioni di dogmatica cristologica (in senso essenzialista), ma da concentrarsi piuttosto in un’esortazione rivolta al lettore, che lo inviti a credere in Gesù, messia crocifisso per la salvezza degli uomini, e a vivere concretamente la fede. Non riesco a togliermi dalla testa l’idea che l’estensore degli Atti riportasse in questo testo (composto un secolo dopo gli eventi, ampiamente romanzato e anche incerto dal punto di vista teologico) qualcuna delle parole del buon Pescatore di Galilea.

In sintesi

Di fronte a questa carrellata di storia, letteratura e teologia – e per forza di cose abbiamo dovuto tralasciare la storia dell’arte e la liturgia – penso si debba concludere che in nessun modo l’ipotesi che Gesù non sia morto in croce possa accreditarsi di una qualunque credibilità storica. Anzi, tutte le fonti che parlano di una non-morte di Gesù in croce lo fanno a partire da una precisa idea di Dio, e di ciò che Gli converrebbe e di ciò che non Gli converrebbe. E scopriamo che la lettura più nitida, penetrante e aderente alla storia la diede proprio san Paolo, che già sul finire della prima metà del I secolo scriveva ai Corinzi:

Infatti la parola della croce è follia per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano – per noi – è potenza di Dio. […] Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è mai il sottile ragionatore di questo mondo?

1Cor 1,18.20

Ecco, oggi lo abbiamo visto, dov’era: era impegnato a inventare che in realtà Gesù mandava a morire al suo posto il povero Simone di Cirene, o che Cristo saltò dalla croce per andare da Priapo.

Eh, lo diceva il buon Ignazio di Antiochia (lo citavamo già ieri):

Coloro che si oppongono al dono di Dio a forza di discutere muoiono. Converrebbe piuttosto che praticassero la carità per poter risorgere.

Lettera agli Smirnei 7,1

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