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Ma poi, in fondo, siamo sicuri che Cristo sia stato crocifisso?

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Sembra incredibile, ma nella storia del pensiero teologico non è mancato chi abbia detto e insegnato che Gesù non sarebbe stato crocifisso. Sono tradizioni religiose non cristiane o antiche eresie, dalle cui ragioni si può però imparare molto sul cristianesimo

Ieri dicevamo di aver ricevuto in redazione due domande, che spiccavano tra le altre per due ragioni:

  1. da una parte mettevano in dubbio cose di primo acchito evidenti;
  2. dall’altra presentavano un singolare nesso tra loro, come evidenziava prontamente sant’Ignazio di Antiochia

Se dunque ieri abbiamo discusso dell’omofagia – e delle ragioni per cui non si può prendere sul serio l’accusa rivolta al cristianesimo in tal senso – oggi ci dedichiamo alla questione della crocifissione.

Storia

E prima di tutto farei delle considerazioni di ordine storico:

Quando Tacito, nei suoi Annales, parla di Cristo, accenna sì alla pena capitale comminatagli dal procuratore Pilato, ma non fa cenno alcuno all’eventualità che questa non sia stata eseguita o non abbia sortito l’effetto: le sue fonti non sembrano neppure conoscere una simile eventualità. Si legge infatti:

L’autore di questa denominazione, Cristo, sotto l’impero di Tiberio era stato condannato al supplizio [supplicio adfectus erat, N.d.T.] dal procuratore Ponzio Pilato; ma, repressa per il momento, l’esiziale superstizione erompeva di nuovo, non solo per la Giudea, origine di quel male, ma anche per l’Urbe, ove da ogni parte confluiscono tutte le cose atroci e vergognose.

Cornelio Tacito, Annales XV, 44

A parte il luogo comune di “Roma fogna dell’Impero” (riscontrabile anche in satirici come Giovenale), non ha bisogno di raffinate esegesi il disprezzo con cui lo storico presenta la “exitiabilis superstitio” dei cristiani: il curioso riferimento a Pilato come “procuratore” (laddove invece i Vangeli canonici e l’archeologia concordano nel qualificarlo come “prefetto”) non sembra inficiare la credibilità delle fonti di Tacito – la variante potrebbe spiegarsi con un intento attualizzante dell’autore, che scrive almeno cinquant’anni dopo i fatti e in un contesto che ha già conosciuto l’inizio delle guerre giudaiche (Tacito vedrà i regni di Tito e di Traiano, ma non quello di Adriano, che terminerà la distruzione di Gerusalemme).

Ad ogni buon conto, Tacito è l’unico – tra le fonti antiche extrabibliche e non cristiane – a fare un sia pur rapido accenno alla crocifissione di Gesù. Giuseppe Flavio, con il suo controverso testimonium, ci sarebbe più d’impaccio che d’aiuto (e comunque non apporterebbe novità rispetto alla questione della crocifissione: non fa che un asciutto cenno).

Letteratura

Esistono però fonti letterarie indirette, non bibliche e non cristiane, che se pure non avanzano pretese di veridicità storica sono comunque il segno sicuro di una temperie culturale – quella in cui il cristianesimo nasceva alla storia – in cui nessuno dubitava che Cristo fosse stato crocifisso. Tali fonti sono essenzialmente il Satyricon di Petronio e un paio di romanzi greci antichi (Le avventure di Cherea e Calliroe di Caritone Abrocome e Anzia di Senofonte di Efeso, che però è sensibilmente posteriore al primo).

Dunque, nel testo (enigmatico) di Petronio alcuni critici avrebbero scorto una serie di rimandi al Vangelo secondo Marco: la questione è tutt’altro che pacifica, molto più per le difficoltà filologiche riscontrate in Petronio che per quelle esegetiche suscitate da Marco, ma se guardiamo solo alle datazioni la cosa è ben possibile. E nel Satyricon leggiamo la nota digressione piccante sulla “matrona efesina”, inconsolabile vedova che – tra un pianto per il marito morto e l’altro – si concede agli amorazzi di un soldato più desideroso di consolare la signora che diligente nell’eseguire gli ordini dei superiori: il cadavere del crocifisso che doveva vegliare, infatti, viene rubato in quell’ora di piacere e la vedova, per non piangere due uomini invece di uno solo, dà al nuovo amante il corpo dell’insostituibile marito da appiccare alla croce in vece del ladrone.

Il romanzo di Senofonte si limita a raccontare la crocifissione del protagonista e un’invocazione agli dèi del crocifisso… niente di eccezionale. Più impressionante è invece quello di Caritone (che peraltro avrebbe una datazione estremamente alta, forse contemporanea dei soggiorni romani di Pietro e Paolo!), che narra dell’infelice amore di due giovani di Siracusa: lei muore e al terzo giorno (!) il suo sepolcro viene trovato vuoto, l’amante ne decreta l’apoteosi; lui viene processato e non si difende, e una volta crocifisso viene sfidato a scendere dalla croce.

Insomma, se la letteratura non è una fonte storica essa è certamente una fonte culturale, e lo spaccato della Roma e dell’Italia della seconda metà del I secolo che essa ne restituisce presenta una classe colta (per la quale soltanto si scrivevano i romanzi) eclettica e curiosa, specialmente delle “novità” esotiche del vicino oriente – tra cui si annovera questa meravigliosa fola del galileo crocifisso e risorto. Che tali testi presentino spessissimo toni sarcastici, o perlomeno irrisori, nei confronti del fatto cristiano, non autorizza affatto a ritenere che essi non siano affidabili: anzi, ci dicono dell’elevato grado di pervasività che la proposta cristiana seppe ricavarsi in molti livelli della società ellenistico-romana.

Come si vede (in particolare nel passo di Petronio), la credenza nella risurrezione era talvolta neanche considerata; la fede in un crocifisso era brutalmente irrisa (e questo anzi è attestato anche per altre vie); nessuno nondimeno pensava, anche solo lontanamente, a negare che quel Cristo – giudeo, samaritano o cristiano che fosse… – avesse vissuto in croce la sua ultima ora. Semmai commentavano dicendo che aveva avuto quel che si meritava.

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