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A chi lo ha condannato a morte ha detto: “Morirai cristiano”. La profezia si è avverata

LUCIEN BOTOVASOA MARTIRE

ofmcap.org

Alfa y Omega - pubblicato il 29/05/17

Lucien Botovasoa è stato martire durante l'indipendenza del Madagascar

di María Martínez López

Ogni anno a Vohipeno il 1 novembre c’è una processione lungo la strada tra la parrocchia e il luogo in cui gli indipendentisti del Madagascar decapitarono Lucien Botovasoa. Questo insegnante e genitore, laico, fu il pioniere del Terz’Ordine Francescano nel paese. Il suo digiunare e il modo di vivere la povertà facevano impazzire la moglie.

Lucien Botovasoa era un leader nato, molto apprezzato sia per il suo impegno cristiano che come direttore della scuola di Vohipeno. Così, quando nel 1947 l’insurrezione separatista si andava diffondendo nel Madagascar, il capo del clan, che lo stava giudicando per la collaborazione con i colonizzatori, gli offrì di unirsi al suo partito e in cambio gli avrebbe salvato la vita.

Il Movimento democratico per il rinnovamento del Madagascar è stato il più radicale tra i partiti pro-indipendenza. Ci militavano sia Tshimihono, re o capo del clan, e Mbododo, cognato di Lucien.

L’insegnante, che aspettava il suo quinto figlio, rifiutò: “Quelli del suo partito perseguitano la religione, strappano i crocifissi dai colli delle persone, calpestano la croce, chiudono le chiese per trasformarle in sale da ballo e così via. Sapete quanto è importante per me la religione e non posso aiutare il suo partito”.

Pochi minuti prima, si era offerto di morire e in cambio nulla sarebbe dovuto succedere al resto del paese, in particolare alla sua famiglia. In quel momento, la sua condanna a morte fu confermata. Alla partenza, profetizzò al capo del clan: “Morirete cristiano. Sarà molto difficile per voi, ma non abbiate paura, io sarò con voi e vi battezzerò”.

“Tagliami la gola in un colpo solo”

Un gruppo di giovani, molti dei quali erano stati suoi studenti, lo fecero scendere in riva a un fiume. Si legò le mani da solo e, in due occasioni, pregò per i suoi assassini.

Vedendo che vacillavano e che il coltello tremava nella mano, chiese: “Smettete di tremare, cercate di tagliare la gola con un colpo pulito“. Non aveva paura di perdere la vita, ma del momento in cui sarebbe stato decapitato sì, lo aveva confessato alla moglie tempo addietro.

Chi alla fine riuscì a imprimere il colpo mortale negò fino alla sua morte di esserne stato il responsabile. Tuttavia, riconobbe che “se lui non avesse dato la sua vita, tutto il suo villaggio sarebbe stato ucciso“. Così finì la vita terrena di questo laico e padre, il cui martirio è stato riconosciuto lo scorso 4 maggio da Papa Francesco.




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Un esempio fino a oggi

Sin da subito cominciò a essere famoso come martire e santo”. Ancora oggi a Vohipeno si dice: “Fate come Botovasoa, che quando trovava del denaro lo restituiva al suo proprietario”, ha raccontato a Zenit anni fa monsignor Benjamin Ramaroson, vescovo di Farafangana, la diocesi del nuovo martire.

Lucien Botovasoa è nato nel 1908, appena nove anni dopo che il cristianesimo giunse a Vohipeno. Suo padre era stato il primo ad essere battezzato. Ebbe un’attitudine allo studio, che usò per formarsi da insegnante con i gesuiti.

Riuscì a maneggiare la lingua locale, il latino, l’inglese, il tedesco, il francese e persino il cinese, che aveva imparato da alcuni negozianti. Ogni giorno, dopo aver terminato le lezioni, leggeva le vite dei santi ai bambini che volevano. Le preferiti erano quelle dei martiri.

Un laico che voleva di più

Decenni prima che il Concilio Vaticano II mettesse in evidenza il ruolo dei laici, aveva capito molto bene quella che sarebbe potuta essere la sua missione per l’opera evangelizzatrice della Chiesa.

A una suora che ammirando per le sue qualità, deplorava il fatto che non fosse diventato un prete, rispose: “Sono molto contento della mia condizione, perché mi ha chiamato Dio ad essere laico, insegnante e sposato. In questo modo vivo con la gente del popolo e posso fare quello che suore e preti non possono perché la maggior parte di essi è ancora pagana e io posso mostrare loro il carattere cristiano in modo accessibile, perché io non sono uno straniero in mezzo a loro. ”

Nel 1930, all’età di 22 anni, sposò una ragazza cristiana di 16 anni, Susana Soazanna. Ma sentiva che Dio lo chiamava ad un maggiore impegno.

Cercando senza successo storie di santi sposati, trovò il manuale del Terz’Ordine Francescano. Questa associazione pubblica di fedeli era sconosciuta in Madagascar, ma Lucien trovò ciò che stava cercando: la possibilità per una coppia di coniugi di fare una consacrazione religiosa di questo genere. Da quel momento fu determinato nel trovare partner con i quali fondare una confraternita.

Problemi a casa

Questo maggiore impegno gli costò un po’ di problemi a casa. Susana capiva il modo in cui Lucien cercava di vivere i precetti evangelici: digiuno il mercoledì e il venerdì, andare a preghiera a mezzanotte e alle quattro del mattino, con indosso solo pantaloni e camicia cachi.

Inoltre temeva che li avrebbe abbandonati per diventare un monaco. Lui lottò per spiegare che non sarebbe successo, e che la penitenza non avrebbe pregiudicato il resto della famiglia: essi avrebbero mangiato e si sarebbero vestiti bene, per quello che avrebbe potuto permettergli il suo piccolo stipendio.




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Sotto i riflettori

Quando iniziò a soffiare l’aria di indipendenza, Lucien cominciò ad essere sotto i riflettori: “Era a capo della scuola e viveva vicino alla parrocchia. Era il braccio destro del sacerdote, che era stato legato alla amministrazione coloniale”, ha detto monsignor Ramaroson.

Gli era stato ordinato di partecipare alla festa filo-francese, e l’insegnante sentiva che non poteva rifiutare. Tuttavia, non partecipò mai alle riunioni e rifiutò di comparire nella lista per le elezioni. Gli amministratori coloniali lo perseguitarono per questo, ma ciò non impedì ai separatisti di includerlo nella lista nera dei “nemici del popolo”.

La Domenica delle Palme 1947, il 30 marzo, giunse la notizia che gli insorti stavano arrivando. Lucien e tutti i suoi fratelli si nascosero in un terreno di proprietà della famiglia nel bosco. Nel corso della Settimana Santa, le chiese e i conventi vennero bruciati.

Lucien tornò da solo in città quando i ribelli avevano minacciato di uccidere tutta la sua famiglia, che avrebbero raggiunta una settimana più tardi. Dato che tutti i preti e le suore erano fuggiti, fu lui quella domenica a chiamare cattolici e protestanti a pregare.

“Io non temo la morte”

Il 16 aprile giunse l’avviso di andare alla casa del Clan per il processo. Sapeva che stava per morire, e chiese al fratello André di prendersi in carico Susana, che era incinta, e i bambini. Si rifiutò di nascondersi, consapevole che così i ribelli sarebbero andati alla sua famiglia.

Mangiò tranquillamente, trascorse il pomeriggio pregando e disse addio alla moglie: “Ho sempre atteso questo momento, io sono pronto. Non temo la morte, anzi la desidero, perché è beatitudine. La mia unica preoccupazione è quella di lasciare voi“.

Dopo la sua morte, secondo il vescovo, la gente cominciò ben presto “a parlare di apparizioni e gli attribuirono varie cure. Gli anziani preservarono il luogo del suo martirio “dove ogni anno”, il 1 ° novembre [Solennità di Tutti i Santi, ndr], arriva una processione che parte dalla chiesa. Nessuna delle altre 260 vittime della rivolta in Vohipeno viene onorata così”.

Inoltre, la sua profezia si è avverata: “Nel 1964, morendo abbandonato da tutti, “il re Tsimihono chiese e ricevette il battesimo”. Il vescovo ha anche spiegato che la sua morte viene vista come un segno di riconciliazione.

Nel 2010, i capi delle case del clan, eredi di chi ha ordinato la sua morte, hanno chiesto di costruire una cappella nel luogo della sua morte “e i bambini non esitano a rappresentare la storia davanti ai loro genitori e nonni”.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Valerio Evangelista]

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