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Nella confessione vanno ricordati anche i peccati contro l’ambiente?

© Piotr Tumidajski / KAI / ALETEIA
25 July 2016. pm. 11.00 at the Centre of John Paul II "Do not be afraid!"  the Shrine of the Holy John Paul II has been za³o¿ony Park Mercy.
Trees planted: Prime Minister Beata Szyd³o, Archbishop of C
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Con la «Laudato si’» Papa Francesco ha detto parole molto forti sulla salvaguardia del creato, sul rispetto della natura e dell’ambiente. Eppure non credo che a nessun sacerdote verrebbe mai in mente di chiedere, nel confessionale, oltre alle domande consuete, se chi si sta confessando è stato attento nell’uso dell’acqua o dell’energia elettrica, se ha evitato gli sprechi, se ha evitato di inquinare. Eppure questi temi non meriterebbero lo stesso impegno che viene messo, ad esempio, sulla morale sessuale?

Daniele Morozzi

 

Risponde don Leonardo Salutati, docente di Teologia morale sociale alla Facoltà Teologica dell’Italia centrale.

La risposta alla domanda di Daniele richiede alcune precisazioni. Prima di tutto perché, specialmente dopo la Laudato si’, si ritiene che certe tematiche non vengano in mente ai sacerdoti? Studi recenti hanno accertato che la «sensibilità ecologica» appartiene da sempre alla visione cristiana, che è sempre stata ben attenta a presentare una ecologia umana (LS 5), integrale (LS 10) e sociale (LS 142) e a non scivolare su posizioni ecologiche superficiali o apparenti (LS 59). Per esempio, già nel Basso Medioevo le popolazioni di montagna danno vita alle prime forme di cultura ecologista volte a preservare alcune specie arboree messe a rischio dalle trasformazioni dell’epoca. Il primo documento «verde» è del 1033, si tratta di un atto con il quale il vescovo di Modena concede in affitto terre boscate, mettendo per iscritto una clausola che prescrive ai contadini di adoprarsi affinché «le querce più grandi siano custodite e le più piccole lasciate crescere» (R. Rao, 2015). Certo non si può dire che tali disposizioni rivelino una vera e propria consapevolezza ecologica perché si tratta piuttosto di una forma di ecologia volta alla salvaguardia di risorse paesaggistiche che hanno un ruolo centrale nel sistema economico locale, tuttavia non si può negare che non rispondano ad una qual certa sensibilità ambientale.

Piuttosto la Laudato si’ esprime la propria preoccupazione per il fatto «che alcuni movimenti ecologisti difendano l’integrità dell’ambiente, e con ragione reclamino dei limiti alla ricerca scientifica, mentre a volte non applicano questi medesimi principi alla vita umana» (n. 136), e prende le distanze da versioni puramente spiritualistiche dell’ecologia quando afferma: «Non possiamo sostenere una spiritualità che dimentichi Dio onnipotente e creatore. In questo modo, finiremmo per adorare altre potenze del mondo, o ci collocheremmo al posto del Signore, fino a pretendere di calpestare la realtà creata da Lui senza conoscere limite. Il modo migliore per collocare l’essere umano al suo posto e mettere fine alla sua pretesa di essere un dominatore assoluto della terra, è ritornare a proporre la figura di un Padre creatore e unico padrone del mondo, perché altrimenti l’essere umano tenderà sempre a voler imporre alla realtà le proprie leggi e i propri interessi» (n. 75).

Pertanto il discorso è complesso e di questa complessità i confessori sono indubbiamente consapevoli e, per questo, attenti a non scadere nella superficialità. Tra l’altro l’esperienza insegna che ancora oggi in famiglia, nella generalità dei casi – forse oggi più di ieri a causa (o grazie) della crisi economica che stiamo vivendo – si insegna ai figli a fare attenzione agli sprechi, ed è prassi comune domandare ai fanciulli e ai giovani che si confessano se custodiscono e fanno buon uso sia di quanto con sacrificio i genitori mettono loro a disposizione, sia dei beni pubblici che si trovano ad utilizzare, sia dei beni degli altri. Sempre la Laudato si’ ci ricorda che: «La cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico» (n. 111).

Tra l’altro la pratica stessa del Sacramento della Riconciliazione, come tale, rigenera l’ambiente in cui le persone vivono perché, attraverso la grazia sacramentale, le restituisce a un coraggio nuovo, a una disponibilità più generosa verso il bene, a un rinnovato desiderio di carità verso i fratelli. Noi non ci rendiamo conto della valenza sociale e pubblica di questo sacramento e degli effetti reali e concreti che può avere per l’ecologia umana integrale della società. La vita nuova ricevuta nel sacramento, infatti, si trasmette e si riflette in ogni situazione della vita quotidiana, con ricadute che intervengono positivamente nel risanamento dei conflitti e giungono fino alle periferie esistenziali della povertà, del dolore, delle preoccupazioni umane e della solitudine. Le persone riconciliate portano questa pace ritrovata negli ambienti in cui vivono, nelle case, nei quartieri, nei posti di lavoro e nell’habitat naturale dove sono posti, potendo con rinnovato vigore e senza fraintesi rispondere all’antica benedizione divina che invita l’essere umano a dominare e soggiogare la terra (Gen 1,28), ovvero non a spadroneggiare sul dono della creazione ma a collaborare col Creatore nel custodirla e nel coltivarla, secondo il suo progetto originario e armonioso.

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