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Un galeotto ignorante regala perle di teologia al cappellano del carcere

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Don Marco Pozza ripercorre l’”iradiddìo” dell’Incarnazione attraverso le stagioni della vita di Gesù e le illuminanti gaffe di un carcerato

Il nuovo libro di don Marco Pozza “L’iradiddìo” (San Paolo edizioni) è un percorso attraverso le quattro stagioni della natura, collegate alle quattro stagioni della vita di Gesù: la primavera dei trent’anni a Nazareth, l’estate dei tre anni in Galilea, l’autunno dei tre giorni a Gerusalemme, l’inverno delle tre ore sul Golgota. Don Marco procede in questo viaggio narrativo presentandolo attraverso la lotta tra il Bene e il Male, tra Lucifero e il Creatore, tra la bellezza e la menzogna.

La parola “Iradiddio” in senso figurato, indica una quantità smisurata, viene usata per commentare un’eccedenza, un numero enorme, o per indicare una situazione di caos e confusione: il finimondo, il pandemonio. Don Marco Pozza, sacerdote, teologo e scrittore, cappellano del carcere Due Palazzi di Padova, ha scelto di abbinare questo modo di dire alla figura di Gesù Cristo: «Di Uno così, il mondo è ancor lì che si scervella: “Quanto costa amare così?” L’iradiddìo».

Del libro ci ha colpito la storia di Salvatore, due episodi della quale aprono e chiudono il testo, quasi incorniciandolo in una speciale “iradiddìo” teologica. Il dotto autore infatti impara profonde verità spirituali dagli apparenti strafalcioni, che sembrano quasi rasentare l’eresia, di questo illetterato galeotto.


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LA STORIA NELLA STORIA: SALVATORE

L’incipit e la conclusione del libro hanno quindi come protagonista Salvatore, un uomo carcerato da quattordici anni, “tutto goffo: è lo strabico della sezione. Il matto del Villaggio”. Salvo è ignorante, ma fiero del suo ruolo di lettore durante la messa. Nella notte di Natale, vestito con le “braghe azzurro-cielo, maglia verde-fluo, scarpe arancio-fluo” conia una definizione nuova, comica, imprevista ma profondissima, dell’amore di Dio per i suoi figli.

“«Salvo! Dai che comincia la messa: vieni!» «E come no! E chi legge se non arrivo io?» Non ha la terza media, ma sentirsi dire lettore gli piace assai. (…)Salvo (…) incurante della messa, continua a ripassare le parole della prima preghiera (…) M’accorgo dei suoi ripassi, faccio finta di non accorgermi della sua distrazione. Brucia d’impazienza, ma è capace di attendere: (…) Ha pur sempre il ministero del lettorato. La preghiera, dopo una decina di ripassi, è stampata sul volto: «Nel mistero del Verbo incarnato, nel quale è apparsa agli occhi del mondo la luce del tuo fulgore, ti preghiamo, Dio nostro salvatore, che tutti possiamo crescere nel tuo amore (Ascoltaci, o Signore)».”

DA DIO INCARNATO A DIO… INCALMATO

Salvatore parla la lingua dei poveri, loro non si accorgono dei suoi clamorosi errori di lettura, mentre il sacerdote sì, cerca occhi d’intesa per ridere dell’ignoranza di Salvo ma nessuno gli ricambia lo sguardo.

«Nell’attimo esatto in cui tocca a lui, Salvo s’alza di scatto, inafferrabile: che nessuno gli rubi la primogenitura. Legge tutto d’un fiato, com’è di chi prende la rincorsa per fare il salto migliore: «Nel mistero del Dio incalmato…» (…) Alzo lo sguardo: cerco sorrisi d’alleanza, l’ironia per un simpatico sberleffo. Tutti concentrati, invece, un sorriso neanche a pagarlo oro: manco si sono accorti, questi! Sono un gregge di capre. Oppure Salvatore ha detto ciò che anche loro pensavano?»

«LA SALVEZZA È UN INNESTO: O ATTECCHISCE O NIENTE»

Salvo, “l’uomo del lapsus natalizio”, nella sua ignoranza e attraverso i suoi errori di lettura, insegna a don Marco cos’è davvero il Natale, cosa rappresenta realmente la nascita di Cristo per l’umanità.

“«Nel mistero del Dio incalmato…» Incalmare è verbo di botanica, porta l’odore lercio dello sterco, ha discendenza contadina: è inserire il ramo di una pianta su un’altra di diversa varietà, per ottenere una pianta nuova: (…) S’incalma per migliorare, è una manovra per ortolani esperti, un raggiro di prima qualità: «Dio si è incalmato ed è venuto ad abitare in mezzo a noi» (dal vangelo apocrifo di Salvo, galeotto strabico). Il riverbero di Dio sul muro di cemento del cuore di un prete. Natale, per Salvo, è la divinità che s’innesta nell’umanità, l’Onnipotenza che s’innesta nell’impotenza, Dio che s’incalma con l’uomo. La salvezza è un innesto: o attecchisce o niente.”


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«TI PREGHIAMO, DIO NOSTRO SALDATORE»

Dopo il primo strafalcione Salvatore sbaglia a leggere un’altra parola, l’assemblea di “poveracci” lo segue in silenzio, mentre don Marco scoppia a ridere. Ride solo però, perché gli altri rispondono concentrati e ad alta voce: “Ascoltaci, o Signore”.

«Il primo strafalcione di Salvo fu l’incalmarsi del Dio Bambino. Non ancora contento, oppure troppo fiero, della sua fanta-teologia, non s’arresta più. È un teologo in erba il galeotto strabico. «Ti preghiamo, Dio nostro saldatore». (…) “Saldare” è un verbo dell’industria del ferro, (…) si saldano due tratti di tubo, si salda con lo stagno, a piombo, all’ossigeno. Si saldano anche le ossa: è pure un verbo medico, dunque. Anche dei lembi di una ferita si dice che sono stati saldati. Saldare: prendere due pezzi e farli diventare un tutt’uno. La cicatrice è una saldatura. Con le mani mi copro gli occhi, come di chi vuol sottolineare coi gesti un’ignoranza infettiva in materia. Dimeno il capo: le letture e le preghiere vanno preparate prima d’essere lette, signori/e. Quante volte lo dobbiamo ripetere che qui in chiesa non s’improvvisa? Scoppio a ridere, ma stavolta tutti s’accorgono: con lo sguardo qualcuno mi fa pure notare che ridere dei poveri è pur sempre un grosso rischio. Difatti, di gente che rida in mia compagnia, non v’è traccia alcuna. Che anche stavolta Salvo abbia letto ciò di cui tutti i poveri, qui dentro, sono davvero convinti da una vita? Tutti, eccetto me. Che la salvezza cristiana, al netto delle stravaganze dei sapienti, altro non sia che una sorta di saldatura

«A NATALE DIO S’INCALMA. A NATALE DIO SALDA»

La salvezza è quella saldatura speciale e straordinaria che Cristo compie con noi, per “aggiustarci”, raccogliendo i pezzi rotti a causa del peccato, dell’errore. La preghiera dello sgrammaticato Salvatore suscita l’ilarità del sacerdote ma la partecipazione attenta e sincera degli altri carcerati. Chi è incapace di leggere, allora?

«Frantumatasi l’amicizia col Creatore per quella matta diavoleria di Lucifero, la notte di Natale Dio torna a rimettere mano alla sua creazione. Non getta nulla di ciò ch’è andato spezzandosi, nulla andrà perduto: rimette le mani in pasta, il Dio saldatore. Per saldare la terra al cielo, l’uomo a Dio, il passato al futuro. (…)Dio incalmato. Dio saldatore. Alle mie sghignazzate, risate di prete indegno d’esser capitano per conto terzi di una ciurma di poveracci, manco uno si è unito. Alla preghiera sgrammaticata di Salvatore, mai sentita una foga simile nel rispondere: “Ascoltaci, o Signore!” La risposta è un quasi-rimbombo. (…) è la loro professione di fede. Tutti assieme, tutti in coro, all’unisono. Tutti convinti: della mia poca fede, della loro grande fede, di Dio che per loro è un giardiniere, addirittura un saldatore (…) Salvatore, sedutosi, mi guarda. Lo guardo. E guardandolo glielo dico ad alta voce: «Salvo, stavolta mi hai spiegato cos’è il Natale come nessuno era mai riuscito prima di te. Da oggi sei il mio teologo preferito!» Pensava fosse una burla. Gli altri pensavano come lui. Era tutto vero, invece. Dannatamente vero. A Natale Dio s’incalma. A Natale Dio salda».


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