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Non possiamo scegliere chi ci troveremo accanto in chiesa...

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David Mills - Aleteia inglese - pubblicato il 01/02/17

… ed è una cosa positiva, perfino ottima

Nel mondo moderno, “la questione dell’identità è passata dall’essere qualcosa con cui si nasce ad essere un compito: devi creare la tua comunità”. Ecco il problema: “le comunità non vengono create, o ce l’hai o non ce l’hai”.

Così diceva uno dei più grandi sociologi del mondo, Zygmunt Bauman, morto qualche giorno fa. Lo cito perché penso che le sua riflessioni ci dicano qualcosa sulla Chiesa. La Chiesa è uno dei pochi luoghi che ci offre una comunità, e per questo è uno dei pochi luoghi in cui possiamo imparare davvero la carità.

Le nostre identità liquide

Bauman è noto soprattutto per la nozione di “modernità liquida”, il suo modo per intendere quella che viene in genere definita “post-modernità”. Una volta avevamo identità stabilite e appartenevamo a comunità stabilite. Oggi, invece, viviamo con “la crescente convinzione che il cambiamento sia l’unica costante, e l’incertezza l’unica certezza”.

Visto che non viviamo in comunità, le sostituiamo con le reti sociali. Parlando a El País, Bauman si riferiva ai social media, ma quello che diceva è in genere applicabile anche alla nostra cerchia di amici e a quello che pensiamo della nostra vita reale.

La differenza tra una comunità e una rete è che si appartiene a una comunità mentre una rete ci appartiene. Sentiamo di avere il controllo. Se lo vogliamo, possiamo aggiungere o togliere amici. Controlliamo le persone importanti con cui ci relazioniamo.

Non impariamo quello che dovremmo imparare. “È così facile aggiungere o rimuovere amici su Internet che la gente non impara le vere abilità sociali, di cui si ha bisogno quando si gira per strada o quando si sta sul posto di lavoro, dove si trovano molte persone con cui si deve interagire”.

La maggior parte delle persone usa i social media non per unire, non per ampliare i propri orizzonti, ma al contrario per chiudersi in una comfort zone in cui gli unici suoni che ascolta sono gli echi della propria voce e le sole cose che vede sono i riflessi del proprio volto. I social media sono molto utili, forniscono piacere, ma rappresentano una trappola.

La trappola e la Chiesa

La Chiesa offre uno dei pochi luoghi che sono ancora più simili a una comunità che a una rete. Anche la città o il quartiere è più il posto in cui si trova la propria casa che una comunità. Fuori dal lavoro, regolato da norme proprie, si vive con le persone che ci piacciono, in genere quelle molto simili a noi.

Ovviamente la Chiesa è anche in qualche modo una rete sociale. Concordiamo tutti su alcune convinzioni insolite e su alcune pratiche culturalmente eccentriche. In genere, però, condividiamo molto più di questo.

Nella parrocchia cattolica media si trova comunque anche molta gente che non ci assomiglia minimamente, se non per il fatto di essere anche lei cattolica. Non penseremmo mai di invitarla nelle nostre reti sociali, così come non saremmo mai invitati nelle sue. Si incontrano persone con cui non si ha nulla in comune se non appunto la Chiesa, e a volte si sente come se non si condividesse neanche quello.

Ci sono persone più ricche e più povere, più e meno istruite di noi. Possono appartenere a una razza o a un gruppo etnico diverso e avere un’età differente. La Chiesa mescola cattolici fin dalla culla e convertiti, estroversi e introversi, persone che risparmiano per andare a vedere un balletto e persone che lo fanno per andare a vedere una partita di hockey, persone che amano la teologia e altre che non la ritengono utile. Spesso la visione del mondo è così diversa che si potrebbero parlare addirittura lingue differenti.

E questo è un dono. Con queste persone, che non abbiamo e non avremmo scelto, organizziamo le attività, capiamo come pagare la nuova caldaia e se raccogliere denaro per ripulire le vetrate o aggiustare l’organo.

Questo è uno degli aspetti più belli della Chiesa, soprattutto a livello locale.

È una comunità che non abbiamo scelto. Non possiamo controllarla. Ci costringe ad ampliare i nostri orizzonti. Dobbiamo imparare ad amare queste persone, o almeno ad agire in modo amorevole anche quando non vorremmo farlo. La vita della Chiesa ci insegna la carità in un modo che non potremmo mai imparare dalle nostre reti sociali.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
liturgia
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