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Mons. Tomasi: “Giusto dare la cittadinanza ai figli degli immigrati”

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Parla il Segretario di «Iustitia et Pax»: l’integrazione è fatta di diritti e anche di doveri.

di Francesco Peloso

 

Monsignor Silvano Maria Tomasi, a lungo nunzio vaticano alla sede Onu di Ginevra, è ora Segretario delegato del Pontificio consiglio giustizia e pace dove segue, fra l’altro, l’accorpamento in corso dei vari dicasteri vaticani impegnati su carità è solidarietà, parte della riforma della Curia. Monsignor Tomasi si è occupato spesso di migrazioni nel suo lavoro diplomatico. Lo abbiamo intervistato a margine della presentazione del III Incontro mondiale dei movimenti popolari (vi prenderanno parte un centinaio di organizzazioni) in programma dal 2 al 5 novembre presso il Pontificio collegio internazionale Maria Mater Ecclesiae a Roma.

Monsignor Tomasi, si può affermare che i profughi fanno parte di quella parte di umanità che il Papa definisce gli “scartati”?

«Direi che dobbiamo guardare al fenomeno in modo molto ampio, soprattutto dobbiamo essere oggettivi: non possiamo lamentarci se ci sono tanti rifugiati che bussano alle porte dell’Europa, degli Stati Uniti o dei Paesi sviluppati, quando le scelte degli stessi Paesi sviluppati sono spesso all’origine del movimento forzato di queste persone. Ci sono Stati, potenze, poteri che provocano i problemi da cui derivano i grandi spostamenti umani, cioè lo sradicamento delle persone dalla loro terra per sfuggire alla morte; questi Stati devono assumersi le responsabilità delle loro azioni: non è sufficiente stanziare delle somme di denaro per aiutare i profughi. Se non diamo la priorità alla ricerca delle soluzioni di ciò che provoca queste masse di migranti e rifugiati il problema non si risolverà».

La cause sono però molto complesse, mentre gli arrivi dei profughi sono un fatto di cronaca quotidiana…

«Certo, ci vogliono tempi lunghi per rimediare alle cause. Però, per esempio prendiamo il caso della Siria, dove ci sono almeno tre milioni e mezzo di rifugiati fuori del Paese, 6 milioni di sfollati all’interno; se i poteri che si stanno combattendo in Siria non si mettono intorno a un tavolo con l’obiettivo di trovare un accordo e far cessare la violenza, l’esodo continuerà. La volontà politica di fermare la violenza può essere messa in atto stasera, oggi stesso, però ci vuole appunto una volontà protesa alla ricerca del bene della gente e non dei propri interessi egemonici».

In Europa, però, i profughi fanno paura. Anche in Italia c’ è stato il caso del paese di Goro dove alcune donne e bambini sono stati respinti dalla popolazione. Come si cambia questo atteggiamento?

«La paura che c’è ora è dovuta alla mancanza d’informazione. Una delle responsabilità dei mezzi di comunicazione è anche quella di educare, di far capire che c’è un aspetto molto positivo nella presenza degli emigranti e dei rifugiati, purché questa presenza sia gestita in maniera razionale e saggia. Per esempio, tutti gli studi e le ricerche fatte, ci dicono che, a lungo andare, le migrazioni portano benefici sia agli emigrati, che al Paese di accoglienza che ai Paesi d’origine. Prendiamo il caso dell’Italia: ci sono forse poco più di due milioni di immigrati che lavorano regolarmente, pagano le tasse e vivono in maniera normale. Da questo lavoro arrivano le risorse che servono all’Italia per l’emergenza migratoria, ma anche per pagare 600mila pensioni ad altrettanti italiani. E’ un dato del ministero dell’Interno. Questi aspetti positivi, devono essere messi in luce per dire alla nostra comunità: guardate, non è tutta una minaccia, un rubare il posto di lavoro, ma è un contributo al bene complessivo dell’Italia».

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