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Teresa Manganiello: l’amore di un’analfabeta per il Cristo crocifisso

Flickr.com/Creative Commons/©Lawrence OP

Silvia Lucchetti - Aleteia - pubblicato il 23/09/16


CHI È TERESA?

Il professore milanese, aspirante poeta e neo-disoccupato non sa da quale parte cominciare. Visita i luoghi cari alla giovane, legge ogni documento e testo che parli della sua storia, e respira l’aria di Montefusco per tentare di capire chi fosse veramente Teresa Manganiello.

«È nata in una casa colonica, e il suo mondo si limita al cortile, ai campi, al villaggio e al vicino convento dei cappuccini. (…) figlia di Romualdo e Rosaria, nata il primo gennaio del 1849, lei con la sua faccia e le sue mani e una riserva di pensieri che non riesce a spiegare agli altri perché sono suoi, soltanto suoi. Anche se le fanno male. La madre, nella schiettezza un po’ ruvida del dialetto, le ricorda ogni giorno che la vita è un dono del Signore, e che bisogna ringraziare per ogni momento. Ma lei non è una bambina triste. Semplicemente, ogni tanto le piace stare da sola con i suoi pensieri. Vorrebbe avere le parole per spiegarsi, per raccontare l’attimo in cui ha capito davvero che cosa voglia dire essere Teresa».

LE TRAFITTURE

Teresa è una ragazza semplice che come le sue coetanee aiuta in famiglia, collabora nei lavori domestici, rassetta, cucina, e… prega. Prova un grande dolore di fronte al male, alle malattie, alla morte, sofferenze che sono “trafitture” sanguinanti, che non la fanno riposare…

«Ci sono le trafitture che le procura il mondo: le malattie delle persone amate, la morte, le cattive notizie. Poi ci sono quelle che si procura lei, per offrire la sua sofferenza: le ortiche, il cilicio. E infine c’è quella trafittura senza motivo, che a volte la tiene sveglia di notte, a rigirarsi nel letto. Di solito dorme poco, Teresa. Si alza presto per sbrigare le faccende prima di andare in chiesa. Ma certe notti non dorme per niente: ha la sensazione oscura che le manchi qualche cosa, che stia sprecando tempo».

IN PREGHIERA DAVANTI AL TABERNACOLO

«Le ore davanti al tabernacolo l’avvicinano alla verità, ma Teresa capisce che non basta. Ogni tanto, fra un’incombenza e l’altra, approfitta di qualche minuto vuoto per pregare in silenzio: pensa il nome di Gesù, soltanto quello, lo pronuncia nella sua testa. Si siede con la schiena contro il muro e respira lentamente, ripetendo il nome. Quando le vengono altri pensieri non li scaccia: come si fa a fermare i pensieri? Ma di fronte a ogni distrazione, Teresa decide di ripetere quella semplice azione: dire il nome di Gesù. Anche i lavori di casa, in questo modo, prendono un significato diverso. Tuttavia non basta, non basta ancora…».

«VORREI SERVIRE CRISTO»

Quando nel convento di Sant’Egidio arriva padre Ludovico Acernese, sacerdote cappuccino che istituisce a Montefusco il Terz’Ordine francescano, Teresa si avvicina all’ideale di fraternità del Poverello di Assisi. Gli umori della giovane, divisa tra gli impegni familiari e il suo desiderio di stare con Gesù, vengono rappresentati in questo dialogo al confessionale:

Teresa: «Padre, (…)Io non sono quella che dovrei essere.(…) Non sono onesta».
Padre Ludovico: «Che hai fatto, figliola?»
Teresa: «Quello che faccio sempre, quello che c’è da fare. I lavori di casa, le mie preghiere, le opere di assistenza.(…) È un peccato di omissione(…)».
Padre Ludovico: «Cosa vuoi dire?»
Teresa: «Voglio offrire tutto quello che ho.(…)Mi hanno già chiesta in moglie(…)Non fa per me, io ho già un fidanzato. Ma non so come servirlo».
Padre Ludovico: « Hai un fidanzato?».
Teresa: «No, padre… (…) Non è un fidanzato come gli altri. L’altro giorno Antonio, il figlio maggiore degli Orsino, mi ha detto che chi pensa troppo a Dio non è più capace di seguire le cose del mondo».
Padre Ludovico: «(…)E tu gli credi?»
Teresa: «Sì.(…)Pensare a Dio non basta. Anzi, certe volte è solo una vanità. Occorre che ognuno pensi Dio nel modo giusto per lui».
Padre Ludovico: «E quale sarebbe il modo giusto per te?»
Teresa: «(…)Vorrei andarmene, padre. Vorrei servire Cristo e dedicare i miei giorni alla verità, a comprendere nel mio cuore come essa si manifesta. (…)Ma ci sono i poveri, i servizi in casa, c’è Saveria che ha bisogno di me e i miei fratelli e le bestie… Che cosa devo fare, padre?»

Poco tempo dopo la ventunenne Teresa veste l’abito di terziaria e l’anno successivo compie la professione dei voti prendendo il nome di sorella Maria Luisa. Rinuncia a vivere in convento per accudire la sua famiglia ma conduce una vita monacale dedita alla preghiera, alla cura dei malati, degli orfani, dei moribondi, dei carcerati, infliggendosi dure mortificazioni corporali. Seppur analfabeta si concentra sullo studio delle erbeselvatiche per lenire i dolori dei sofferenti e si confronta – nonostante non abbia studiato – anche con persone colte e nobili, evangelizzando con passione.

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Tags:
preghierasanti e beatisilenzioumiltà
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