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La triste sorte dei cristiani d’Etiopia

AFP PHOTO / OLIVIER MORIN

Ethiopia's Feyisa Lilesa crossed his arms above his head at the finish line of the Men's Marathon athletics event of the Rio 2016 Olympic Games at the Sambodromo in Rio de Janeiro on August 21, 2016. Lilesa crossed his arms above his head as he finished the race as a protest against the Ethiopian government's crackdown on political dissent. / AFP PHOTO / OLIVIER MORIN

Valerio Evangelista - Aleteia - pubblicato il 23/08/16

I territori che hai menzionato sono a maggioranza cristiana. Che importanza ha l’appartenenza religiosa in questo mosaico di tensioni sociali e politiche?

Sì, soprattutto nella Regione di Amhara, la popolazione è a maggioranza cristiana. Queste persone sono scese in piazza per chiedere più diritti, più partecipazione nella sfera politica, economica e sociale del Paese. La ricchezza è concentrata nelle mani di pochi, c’è un divario abissale tra ricchi e poveri. Negli ultimi anni alcune persone hanno accumulato soldi in modo smisurato, mentre altri non hanno nulla. Spesso inoltre il potere viene elargito su base etnica. L’Etiopia ha oltre 94 milioni di abitanti (con circa 80 etnie e 90 lingue distinte parlate) e c’è un altissimo tasso di disoccupazione. I giovani, che non trovano lavoro né risposte, sfogano la loro situazione di indigenza e povertà abbracciando ideologie forti e radicali di stampo religioso.

Il cristianesimo in Etiopia ha radici antichissime. Nella foto: preti delle chiesi rupestri di Lalibela, ancora oggi luogo di devozione e pellegrinaggio
wikipedia

Il cristianesimo in Etiopia ha radici antichissime. Nella foto: preti delle chiesi rupestri di Lalibela, ancora oggi luogo di devozione e pellegrinaggio

Oltre alle tensioni di cui hai parlato, è corretto dire che i cristiani ricevono discriminazioni da parte delle istituzioni?

Ci sono situazioni in cui i cristiani sono discriminati, soprattutto nel centro-sud dell’Etiopia. Nella regione di Harar si sono registrate infiltrazioni da parte di alcuni predicatori, provenienti da Pakistan o da altri territori, che stanno radicalizzando l’Islam in Etiopia. Ci sono stati vari casi di chiese cristiane date alle fiamme. Ci sono diversi segnali in questo senso, purtroppo. Anche nella capitale Addis Abeba ci sono delle situazioni di discriminazione, anche da parte delle autorità. Quando i musulmani chiedono un terreno per costruirvi una moschea, di solito non ci sono problemi. Ma i cristiani che fanno la medesima richiesta trovano molte difficoltà burocratiche, e spesso non riescono ad ottenere i permessi. Non si capisce bene il perché. Il ruolo determinante è di chi è al governo locale e municipale, che può riuscire a controllare e manipolare la situazione, negando di fatto i diritti dei cristiani. Questo avviene nella già citata regione di Harar – a maggioranza somala – ma anche nei territori degli Oromo o di altre etnie.

Nella regione di Harar, a maggioranza somala, ci sono infiltrazioni di al-Shabaab?

Siamo al confine, quindi potrebbero esserci. Non ne abbiamo certezza assoluta. Ma è evidente che ci siano predicatori estremisti che radicalizzano l’Islam etiope. Lo si è visto in diverse manifestazioni organizzate da loro, nelle chiese bruciate, nelle persone uccise. Negli ultimi 10 anni c’è stata una graduale crescita di questi segnali.

Il cristianesimo etiope ha radici antichissime, ma l’Etiopia ha anche lunga storia di rapporti tra cristiani e musulmani, tendenzialmente ritenuti positivi. Pensi vi siano dei presupposti per uscire da questa situazione di alta tensione e recuperare l’armonia interculturale?

I musulmani sono molto grati all’Etiopia, perché è dove – durante la Piccola Egira – i primi seguaci di Muhammad hanno trovato riparo dalle persecuzioni pagane. È lì che hanno trovato asilo e protezione dai sovrani della terra d’Arabia dell’epoca. L’Etiopia dimostrò accoglienza e rispetto nei loro confronti. Nella loro tradizione sacra l’Etiopia viene definita “terra di pace”. È considerato quasi un luogo sacro, per molti di loro. Alcuni dei primi seguaci di Muhammad sono sepolti proprio in Etiopia. È vero, l’attuale processo di radicalizzazione rischia di far saltare i secoli di convivenza pacifica che hanno caratterizzato il paese. Ma si può porre un freno a questa deriva, puntando sul dialogo religioso e isolando gli estremisti.

Svolgi la tua opera pastorale in Svizzera, principalmente tra etiopi ed eritrei. Le tensioni dei loro paesi di origine influiscono sul tuo lavoro?

Il mio impegno con loro si concretizza nell’assistenza spirituale e nel sostegno sociale. Li aiuto a comprendere i loro diritti, a districarsi nella burocrazia, a richiedere in modo corretto lo status di rifugiato. Per quanto concerne l’opera sociale mi rapporto con tutti, cristiani o musulmani che siano. Il mio aiuto è rivolto a chiunque ne senta il bisogno, non si può scegliere di servire il prossimo in base a chi si ha di fronte.

Padre Mussie Zerai durante un convegno
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Padre Mussie Zerai durante un convegno
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cristianesimodittaturaetiopiaislampersecuzioneprofughi
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