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Perché non si può sostenere il divieto di utilizzare il burkini

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Da Benedetto XVI a papa Francesco, il mondo cattolico da tempo "bacchetta" il modello di laicità alla francese

La battaglia contro il burkini in nome della laicità avviata dalla Francia è giusta? La Chiesa deve sostenerla? La risposta è negativa. Vediamo perché.

Prima di tutto il burkini è un tipo di costume da bagno femminile. Si tratta di un costume disegnato per la compagnia Ahiida dalla stilista australiana di madre libanese, Aheda Zanetti, ed è specificamente disegnato per le donne di religione musulmana. Grazie al burkini le donne musulmane hanno la possibilità di nuotare, senza la necessità di spogliarsi e rivelare il proprio corpo (Avvenire, 17 agosto).

PERCHE’ VIETARLO

In una intervista al quotidiano La Provence (14 agosto), il premier francese Manuel Valls ha affermato che il burkini «non è compatibile con i valori della Francia e della Repubblica» e ha detto che «non è un nuovo tipo di costume da bagno o una moda. È la traduzione di un progetto politico, di contro-società, fondato notoriamente sulla sottomissione della donna». Le spiagge, per Valls, «come ogni spazio pubblico, devono essere difese dalle rivendicazioni religiose». Il premier sostiene apertamente la battaglia dei sindaci delle località turistica in campo contro l’utilizzo del burkini.

“OPPRESSIONE ISLAMICA”

Scrive Paolo Flores d’Arcais su La Repubblica (18 agosto): «Raccontarsi che indossare burqa o burkini può essere una libera scelta è il colmo dell’ipocrisia. Una scelta è libera se chi la compie è al riparo, fin da bambina, da ogni minaccia/paura, e viene cresciuta nel progressivo esercizio dello spirito critico e dell’autodeterminazione. È possibile che un caso di burkini su un milione abbia queste caratteristiche, ma un problema sociale (una piaga devastante come è la non-libertà/eguaglianza della donna in tutte le sue manifestazioni) non si affronta a partire dall’eccezione, ma dalla regola».

«E la realtà diffusa – prosegue l’editorialista di La Repubblica – è che il burkini (e le vessazioni non solo simboliche che vi sono dietro, massicciamente) è l’espressione di una oppressione della donna che ha una specificità religiosa: oppressione islamica».

PERCHE’ NON VIETARLO

«La Francia sta semplicemente impedendo a molte donne di andare al mare», replica Nadia Bouzekri, presidente dei giovani musulmani italiani. «Il burkini ha un obiettivo e risponde all’esigenze di abbigliamento delle donne musulmane. Non è il burkini ad essere un simbolo di assoggettamento della donna» (La Repubblica, 17 agosto).

In Italia, il ministro dell’Interno Angelino Alfano è intervenuto nel dibattito esprimendosi contro il divieto, in un’intervista al Corriere della Sera (15 agosto): proibire il burkini, ha detto, potrebbe essere considerato «una provocazione, potenzialmente capace di attirare attentati».

“PAURA DELL’ABBIGLIAMENTO E’ STRUMENTALE”

«Dobbiamo imparare a vivere insieme – dice il segretario della CEI, mons. Nunzio Galantino, in un’intervista al Corriere della Sera (19 agosto) -. Ogni persona ha diritto a mostrare la propria fede anche nell’abbigliamento, se lo ritiene opportuno. E questo vuol dire anche conoscenza dei simboli di altre culture e loro accettazione quando non ledano le esigenze della sicurezza. La paura dell’abbigliamento delle musulmane mi appare strumentale. Se posso permettermi: coglierei questa circostanza per alzare un pò il tono del confronto che, in alcune circostanze, m’è parso un tantino mortificante nei toni e nelle parole».

“GUERRA SUI SIMBOLI INCOMPRENSIBILE”

In merito al fatto che il sindaco di Cannes abbia bandito il burkini perché simbolo dell’estremismo islamico, Galantino sottolinea: «Questo della guerra sui simboli è un terreno nel quale mi è difficile capire fino in fondo la Francia. Preferisco non entrare nella logica della loro laicità, soprattutto quando arriva a giustificare il dileggio e a ridicolizzare in maniera volgare la sensibilità religiosa altrui: vedi le gratuite volgarità esibite dalle vignette di Charlie Hebdo».

LE SUORE AL MARE

Scrive Francesco Anfossi su Famiglia Cristiana (18 agosto): «il burkini è un inutile e impietoso fardello che impedisce a una donna di esercitare un giusto rapporto del suo corpo con la natura e la bellezza del mare. Ma se ripercorro per un attimo al mio passato vacanziero ricordo di aver visto, da ragazzo, alcune suore che accompagnavano i bambini della colonia vestiti in modo non molto diverso. Ricordo di aver pensato: povere donne, ma perché devono vestirsi in quel modo, coprendosi persino la testa, e fare il bagno in quella maniera, rimboccandosi la gonna mentre si immergono fino alle ginocchia? Eppure a nessuno sarebbe venuto in mente di vietare a una suora di fare il bagno vestite».

«Nel criticare certi costumi (in tutti i sensi) – chiosa l’editorialista di Famiglia Cristiana – dobbiamo sempre rispettare la libertà che viene dalle tradizioni e dai riti, a patto che queste tradizioni non configgano con la libertà altrui».

NUDISMO E GAY PRIDE

Il sociologo Massimo Introvigne è categorico: «Sono contrario a vietare il burkini sulle spiagge. A suo tempo il Comitato per l’Islam italiano del Ministero dell’Interno di cui ero membro aveva preparato un documento di buon senso secondo cui in Italia ognuno si veste come vuole con due limiti: il volto deve essere riconoscibile per ragioni di sicurezza e si deve vigilare, per quanto sia difficile, contro le imposizioni, eventualmente violente, di un certo abbigliamento a donne e ragazze che vorrebbero vestirsi diversamente. Se invece una donna o un uomo vogliono vestirsi in un modo che non offende la decenza per ragioni religiose o sanitarie o di moda hanno tutta la libertà di farlo».

«E’ ridicolo – bacchetta il sociologo – che la Francia che organizza e promuove le spiagge per nudisti e i gay pride dove ci si denuda allegramente contesti le musulmane per il burkini. Peraltro negli Stati Uniti e in Israele vedo spesso nelle piscine degli alberghi ebree ortodosse anche loro molto coperte… in Francia saranno multate?».

LA POSIZIONE DEI PAPI

Il modello della laicità francese è stato già messo in discussione da due pontefici. Il primo è stato Benedetto XVI nel 2008 in un discorso di fronte al Presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy.

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