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Ho ritrovato Dio nei bambini di Chernobyl

Rawpixel.com/Shutterstock

Credere - pubblicato il 28/07/16

Ne parla con i compagni di partito, che però non gli credono. «Pensavano fossi impazzito, perché la situazione che descrivevo non corrispondeva all’immagine che avevano del sistema sovietico. Mi dissero che probabilmente si trattava di un caso isolato che sarebbe stato presto risolto».

UN SODALIZIO IMPROBABILE
Fabrizio continua a pensare come aiutare questi bambini, finché un vicino di casa, cattolico, gli suggerisce di parlarne con un frate francescano, padre Vincenzo Bella. «Io, ateo, mi feci coraggio e andai a cercarlo».

Sentita la storia di Fabrizio, padre Vincenzo gli propone di andare in chiesa la domenica successiva e di fare il suo appello per i bambini di Chernobyl dopo l’omelia. «Gli dissi che non sapevo nemmeno cosa fosse un’omelia. Ma lui mi rassicurò e la domenica feci il mio appello, dicendo quello che avevo visto e chiedendo la disponibilità a ospitare questi bambini in modo che si potessero curare in Italia». All’uscita dalla Messa, trova ad aspettarlo ben 18 famiglie.

Parte la trafila delle pratiche burocratiche e nel ’91 arriva a Terni il primo gruppo di bambini.

Nel frattempo, il partito comunista ha cacciato Fabrizio, che si muove da solo, intercetta finanziamenti e crea una rete di persone disposte ad aiutare. In realtà non è proprio solo. Accanto a lui si schiera un improbabile compagno d’avventura: padre Vincenzo. Insieme decidono di fondare l’associazione “Aiutiamoli a vivere” e, dopo una trasmissione in Rai in cui raccontano la loro esperienza, l’impegno esplode. Da tutta Italia chiamano famiglie disposte ad accogliere i bambini di Chernobyl.

Fabrizio prende la sua auto e gira tutta la penisola, costituendo comitati di famiglie e volontari. Poi decide di fermarsi. «Padre Vincenzo organizzava dei corsi di “cristianità” nel suo convento», spiega. «Un giorno mi propose di partecipare e accettai. Io, cresciuto in una famiglia comunista, chiuso per un mese in convento! Quando ne uscii mio padre non voleva parlarmi. Poi, quando si accorsero che non mi avevano fatto nessun lavaggio di cervello — e forse ispirati dalla mia mamma, che invece era credente ed era morta con il rosario in mano — mi accettarono». In 25 anni, alla proposta di “Aiutiamoli a vivere” hanno aderito migliaia di famiglie in tutta Italia. Non sono mancati i problemi, «a volte così grossi», confessa Pacifici, «che senza la fede non so come avrei potuto superarli. Dalla vita però ho avuto tanto, compresa una moglie che amo come il primo giorno e due splendide figlie. E il mio rapporto con Dio è vivo e cresce. Di giorno in giorno».

L’ASSOCIAZIONE – AIUTIAMOLI A VIVERE
Nata a Terni nel 1992 come associazione di volontariato impegnata nell’accoglienza dei bambini bielorussi per i soggiorni terapeutici, oggi la fondazione “Aiutiamoli a vivere” è un’organizzazione non governativa alla quale sono collegati comitati in tutta Italia, che promuove anche progetti di cooperazione allo sviluppo. Il modello sperimentato negli anni in Bielorussia è stato “esportato” anche in altri Paesi: Repubblica Democratica del Congo, Ecuador, Palestina e Brasile. www.aiutiamoliavivere.it

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