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3 santi che hanno testimoniato la violenza

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Philip Kosloski - Aleteia - pubblicato il 28/07/16

Wojtyła sapeva che la risposta all’odio e alla violenza non poteva essere la violenza ma la fede, l’amore e la bellezza. Nella sua vita sacerdotale, e poi come vescovo e papa, Wojtyła ha lavorato per la pace nel mondo attraverso la trasformazione della cultura.

Santa Giuseppina Bakhita

Nata in un’agiata famiglia sudanese, Giuseppina Bakhita ha vissuto i suoi primi anni di vita con poche sofferenze. Tutto è cambiato quando a sette anni è stata rapida dai mercanti di schiavi arabi, costretta a camminare scalza e venduta varie volte.

È stata schiava per molti anni, spesso picchiata dai suoi padroni. La Bakhita ha scritto anni dopo delle violenze che ha sperimentato, ringraziando Dio per non essere stata uccisa.

“Un giorno ho commesso involontariamente un errore che ha fatto infuriare il figlio del padrone. Mi ha tirato via violentemente dal luogo in cui mi ero nascosta e ha iniziato a picchiarmi ferocemente con la frusta e a prendermi a calci. Alla fine mi ha lasciata lì mezza morta, del tutto incosciente. Alcuni schiavi mi hanno portata via e mi hanno stesa su un stuoia di paglia, dove sono rimasta per più di un mese… Pensavo di morire, soprattutto quando mi veniva messo del sale sulle ferite… Il fatto che non sia morta è stato un miracolo di Dio. Mi aveva destinata a cose migliori”.

Per Divina Provvidenza, la Bakhita venne venduta a un italiano che la portò in Italia, dove ricevette un’educazione religiosa, venne battezzata nel cattolicesimo e liberata. Poi si unì alle Suore Canossiane e trascorse la sua vita assistendo la comunità religiosa in vari compiti, accogliendo sempre i visitatori con grande gioia.

Quando qualcuno le chiedeva cosa avrebbe fatto nel caso in cui avesse incontrato chi l’aveva rapita diceva senza esitazione: “Se dovessi incontrare i miei rapitori, o perfino chi mi ha torturata, mi inginocchierei e bacerei loro le mani, perché se queste cose non fossero avvenute oggi non sarei cristiana e religiosa”.

Beato Miguel Pro

Costretto a fuggire dal Messico quando era novizio presso i Gesuiti, Miguel Pro continuò gli studi all’estero e alla fine divenne sacerdote. Il Governo messicano continuò a perseguitare la Chiesa cattolica. Molti sacerdoti vennero arrestati, altri vennero semplicemente uccisi. Quando tornò in Messico, questa nuova persecuzione lo costrinse ad agire in modo clandestino e a nascondere la sua identità sacerdotale, andando spesso a casa della gente sotto mentite spoglie. In mezzo alla violenza e alla persecuzione, lottò per servire i malati e i poveri. Scrisse in una lettera:

“Andiamo avanti come schiavi. Gesù, aiutami! Non c’è tempo neanche per respirare, e sono impegnato totalmente in questo compito di nutrire chi non ha nulla. E le persone che non hanno niente sono molte. Giro come una trottola (…). Non mi stupisce più ricevere messaggi del tipo: ‘La famiglia X riferisce che sono in 12 e la loro dispensa è vuota. I loro vestiti stanno cadendo a pezzi, sono a letto ammalati e non hanno neanche l’acqua’. Di regola il mio portafogli è vuoto come l’anima di Calles, ma non vale la pena di preoccuparsi perché il Procuratore del Cielo è generoso”.

Alla fine venne arrestato e ucciso da un plotone d’esecuzione, ma la sua morte fu uno spartiacque e diede nuovo vigore a quanti si opponevano al regime messicano.

Da questi tre esempi di fede vediamo che di fronte a una grande violenza dobbiamo denunciarla apertamente, ma poi anche lavorare coraggiosamente per servire il nostro prossimo. La pace inizia a casa. Preghiamo per la pace, ma lavoriamo anche in qualsiasi modo a nostra disposizione.

Santi Giovanni Paolo II e Giuseppina Bakhita, beato Miguel Pro, pregate per noi!

—–

Philip Kosloski è marito e padre di cinque figli. Scrive per Aleteia e per il The Pope’s Worldwide Prayer Network (Apostolato della Preghiera), e ha un blog sul National Catholic Register.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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san giovanni paolo iisanti e beati
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