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Si può vivere in austerità nel mondo del consumismo?

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5 domande da porti quando vuoi comprare qualcosa

di María Belén Andrada

“Ricordate che quando abbandonerete questa terra non potrete portare con voi nulla di quanto avete ricevuto, ma soltanto ciò che avete dato”, diceva il poverello di Assisi. E quindi non ci sarà possibile portare con noi né il nostro smartphone, né le nostre scarpe alla moda, né tantissime altre cose. Ma questo significa che non dobbiamo possederle? Anche se non potrò usare il telefono in Cielo, qui sulla terra ne ho bisogno. Ad eccezione di quelle persone a cui Dio chiede un voto di povertà assoluta – come è stato chiesto a quel gran santo che è stato Francesco – la maggior parte della popolazione si muove tra le cose, con le cose e desiderando cose. Cose, cose, cose, ancora più cose… Come vivere l’austerità e la sobrietà essendo persone che lavorano, hanno uno stipendio, fanno a cena fuori, ecc?

Ecco alcune domande le cui risposte potranno aiutarti a trovare un equilibrio tra l’austerità e il ritmo della vita moderna.

1. Mi serve?

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Quello che potrebbe servire al mio fratello è diverso da ciò che potrebbe servire a me. Ma cosa significa “avere bisogno”? La Real Academia Española definisce la parola necessità come «mancanza di cose che sono fondamentali per la conservazione della vita». Questa definizione mi spaventa, perché… non mi dovrei comprare neanche una camicia nuova, dato che non è fondamentale per la conservazione della vita?

Se diamo alla parola questo significato, penso che siano davvero poche le cose che potremmo ritenere necessarie. Però possiamo sicuramente dire di “aver bisogno” di un computer, ad esempio, perché è il mio lavoro a esigerlo. “Ho bisogno” di un’auto, perché ho sei figli e devo accompagnarli a scuola e alle varie attività. “Ho bisogno” di un vestito buono, perché in quanto presidente di un’azienda voglio dare una buona impressione a chi lavora con me.

La “necessità” è inoltre caratterizzata da un qualcosa di ben più esigente di quanto non sia scritto nel dizionario: la nostra coscienza, le nostre intenzioni e ciò che pensiamo riguardo alla presunta utilità di un acquisto.

«Ho bisogno di poche cose. E delle poche cose di cui ho bisogno, ne ho poco bisogno» (San Francesco d’Assisi).


LEGGI ANCHE: È possibile l’amore vero ai tempi del consumismo?


2. Cosa succederà se non lo compro?

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Una volta che abbiamo risposto alla prima domanda, potremmo arrivare alla conclusione che in effetti abbiamo davvero bisogno di comprare una determinata cosa. Ma la verità è che… in questo momento non ci sono soldi! E quindi, se hai bisogno di una macchina, queste sono le alternative: 1. aspetti; 2. chiedi un prestito; 3. reciti una novena a San Espedito.

Forse non hai a portata di mano un’immagine di San Espedito oppure non hai la credibilità bancaria necessaria per ottenere un prestito. Quindi… aspetta. L’austerità, più che a “non avere”, dovrebbe spingerci a non avere fretta, a non disperarci, a cercare un prezzo più vantaggioso, a valutare più opzioni, a non essere impulsivi. Mi verrebbe da dire: sappi amare il tempo in cui non hai ciò che ti serve! Perché forse in quell’attesa potresti capire che  non tutto il male viene per nuocere: vivere dei momenti di penuria può aiutarci a farci comprendere le esigenze di chi ha meno di noi, insegnandoci la gioia della gratitudine.

Da un lato. Da un altro lato dovremmo anche riflettere sulla quantità di ciò che abbiamo. È davvero fondamentale possedere lo stesso modello di pantaloni ma in colori diversi? Oppure avere con sé tre penne, nel caso perdiamo le prime due? Abbiamo la smania di accumulare cose, senza chiederci se siano davvero utili, necessarie o se averle o meno faccia la differenza.

Ovviamente tutto dipende anche dalle situazioni di ognuno di noi. Forse hai bisogno di avere 3 camicie uguali, perché ti è richiesto di indossare un’uniforme e non hai il tempo di lavarla tutti i giorni: ognuno di noi deve riflettere, con sincerità, sulla propria vita.

«Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.» (Mt 6: 19-21).

3. Perché lo voglio?

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Ora abbiamo la possibilità di analizzare se vogliamo quella cosa perché ci aiuta a lavorare, a studiare o a servire meglio, oppure se è un lusso inutile che risponde a un capriccio. O forse ci rende la vita più comoda, ma è una spesa che possiamo evitare. Voglio condividere con te un estratto di un’intervista a San Josemaría Escrivá de Balaguer, in cui il santo mostra alcune sfumature di ciò che stiamo dicendo:

«Sacrificio: ecco in che cosa consiste, in gran parte, la povertà reale. Si tratta di saper prescindere dal superfluo, misurato non tanto con regole teoriche, quanto con l’ascolto della voce interiore che ci avverte che l’egoismo o la comodità ingiusta si stanno inoltrando nella nostra vita. Il benessere, inteso in senso positivo, non significa lusso, né corsa al piacere, ma quanto serve a rendere la vita gradevole alla propria famiglia e agli altri, perché tutti possano servire meglio Dio. La povertà consiste nel raggiungere sul serio il distacco dalle cose terrene; nel sopportare lietamente le scomodità, quando ci sono, o la mancanza di mezzi. Chi è povero sa poi avere tutto il giorno “preso” da un orario elastico, che deve prevedere fra le cose importanti — oltre alle pratiche giornaliere di pietà — il necessario riposo, il tempo per star assieme ai propri cari, un po’ di lettura, i momenti da dedicare a un hobby di arte o di letteratura, o ad altra distrazione onesta; e così sa riempire le ore con un’attività utile, cerca di fare le cose nel migliore dei modi, e cura i particolari di ordine, di puntualità, di buon umore. In una parola, sa trovar posto per servire gli altri e per sé stesso: senza dimenticare che tutti gli uomini e tutte le donne — e non solo quelli materialmente poveri — hanno l’obbligo di lavorare; la ricchezza o una situazione economica agiata non sono che un segno del fatto che si è maggiormente obbligati a sentire la responsabilità dell’intera società. È l’amore che dà senso al sacrificio».

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