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Un sacerdote spiega perché prega con la Liturgia delle ore

Africa Studio/Shutterstock

don Fabio Bartoli - La Fontana del Villaggio - pubblicato il 16/05/16


Non per nulla nella tradizione monastica uno dei sinonimi indicati per indicare la Liturgia delle Ore è “coro”. Credo che sia essenziale per noi recuperare la dimensione corale di questa preghiera, anche quando questo coro non è immediatamente visibile. Per questo non posso sostituirla con nessun’altra preghiera, non importa quanto profonda e sentita. Due ore di adorazione eucaristica, anche se pregate con tutto il cuore e con tutta l’anima, non esprimono l’appartenenza alla Chiesa quanto un’Ora Media recitata distrattamente in tram.

A proposito di questo, Chesterton diceva che se vale la pena di fare una cosa, vale la pena di farla male, il che applicato al nostro tema significa che se l’alternativa al recitare il Breviario in modo frettoloso e distratto è non recitarlo per nulla, allora piuttosto che non farlo è meglio farlo male. Lo dico per sconfiggere da subito quella tentazione che mi fa dire che se non riesco a trovare il tempo di pregare “bene” allora è inutile farlo. E cosa mai vorrà dire pregare bene? Chi dovrebbe essere il giudice della mia preghiera? Certo non io stesso! Non c’è dubbio che sarebbe meglio dedicare al Breviario tutta l’attenzione, ma anche l’umiltà di accettare serenamente la propria condizione, senza voler possedere la propria preghiera, ma vivendola invece come servizio, è un valore da non trascurare.

Vale la pena, a questo proposito, di dire anche due parole sulla cura del Breviario, inteso come oggetto materiale, non credo che sia necessario un accurato studio psicologico per capire che il rapporto che abbiamo con il libro dice molto sul modo con cui preghiamo. Il Breviario è uno degli oggetti più personali di un prete, o almeno il mio lo è: conservo in esso mille piccoli ricordi di momenti significativi della mia vita, generalmente segnati da esperienze di preghiera, e, siccome quando prego da solo uso prendere appunti per aiutarmi nella meditazione, è tutto pieno di sottolineature, scarabocchi e rapide annotazioni spirituali, nel complesso, pur essendo un oggetto molto “vissuto” ho per esso un affetto particolare, come si ama un vecchio paio di scarpe comode, da cui non ci si separerebbe mai. Evidentemente, essendo un uomo del mio tempo, uso anche qualcuna delle diverse apps a disposizione sul mercato che permettono di recitare la Liturgia delle Ore usando il telefonino o l’I-Pad. Le uso, perché sono di una comodità impagabile, in viaggio ad esempio, o quando si è fuori Parrocchia, ma non le amo: non ci si può affezionare ad una applicazione elettronica! E poi credo che non sia senza valore che l’oggetto che uso per la preghiera serva esclusivamente a quello; mi sembra che usare per pregare lo stesso oggetto che uso per lavorare, comunicare o giocare impedisca, o comunque non favorisca quello stacco, quella “composizione di luogo” che è necessaria per pregare profondamente.

Sempre per favorire la composizione di luogo è importante anche il luogo dove si prega: un conto è pregare in ufficio, dove devo per definizione essere a disposizione di tutti, un conto è farlo in chiesa davanti al tabernacolo, un conto è farlo nell’intimità della propria stanza. E se non mi faccio troppi scrupoli di recitare l’Ora Media nei luoghi più bizzarri, in coda dal dentista per esempio, per quanto riguarda le Ore Maggiori cerco sempre di farlo in chiesa. In parte questo mi sembra anche corrispondere alla natura delle ore stesse: l’Ora Media infatti è concepita come una pausa nella fatica quotidiana, un brevissimo reminder che ci riporta all’essenziale, mentre Lodi e Vespri mi sembra che debbano avere una funzione più alta, di apertura e chiusura della giornata. Anche la pausa di meditazione costituita dall’Ufficio delle Letture preferisco farla in chiesa, davanti al tabernacolo, mentre il momento più intimo della Compieta di solito lo riservo al letto, immediatamente prima di dormire. Mi piacerebbe riuscire a recitarla nell’ultima visita al Santissimo, prima di coricarmi, ma confesso che generalmente vince su di me la stanchezza. Comunque è evidente che la scelta di un luogo o un altro non è indifferente, ed anzi condiziona in maniera importante la preghiera.

Se guardo sinceramente in me stesso, però, mi accorgo che nonostante tutti gli accorgimenti pratici, faccio fatica ad essere fedele al Breviario. Credo che, come dicevo prima, la radice del problema stia nella fatica di sentirsi realmente, esistenzialmente, parte della Chiesa. Se guardo ai preti della mia generazione ho la sensazione che non siamo stati formati ad una profonda sensibilità ecclesiale: i valori della comunione ci sono abbastanza estranei e, se siamo stati fortunati, li abbiamo recuperati dopo, durante il ministero parrocchiale, raramente però rappresentano per noi un valore intrinseco del ministero. Eppure la comunione non è un accessorio, ma una conditio sine qua non del sacerdozio, anche di quello secolare!

Siamo figli in questo di una generazione profondamente individualista.

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preghierapretisacerdozio
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