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Dio ha bisogno di sentire da noi parole semplici

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Meg Hunter-Kilmer - pubblicato il 05/04/16

Dimeticatevi le parole forbite e le profonde analisi; la preghiera si basa su una relazione

Perché la tua forza non sta nel numero, né sugli armati si regge il tuo regno: tu sei invece il Dio degli umili, sei il soccorritore dei derelitti, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati. Sì, sì, Dio del padre mio e di Israele tua eredità, Signore del cielo e della terra, creatore delle acque, re di tutte le tue creature, ascolta la mia preghiera. [Giuditta 9:11-12] «Che vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io riabbia la vista» [Luca 18:41]

La disperata fiducia della preghiera di Giuditta ha qualche elemento che mi sembra davvero profondo. C’è una donna con nessuna ragione – umanamente parlando – per sperare, la cui patria è assediata dall’esercito più potente al mondo, il cui futuro non promette nulla all’infuori di morte e sofferenza. Lei sa che non c’è via d’uscita, che non c’è niente da fare per poter salvare il suo popolo. Eppure lei continua la sua opera, perché sa che sebbene lei sia senza forze sta servendo un Dio onnipotente.

Di conseguenza ce la mette tutta per fare l’impossibile. E poi prega. Prega nel mezzo dell’oscurità a un Dio che può portare luce. Lei sa che l’Iddio di Israele compie prodigi per il bene degli indifesi. E lo implora di fare ciò che lei sa Lui può fare: salvare il suo popolo.

È un potentissimo momento di fede, che non resterà infruttuoso. Leggete il libro e conoscerete una delle più grandi eroine del mondo antico. Sono colpita dall’eloquenza e dalla passione della sua preghiera. Più e più volte mi sono soffermato su questa pagina, pregando per una liberazione miracolosa in una situazione disperata. Ho ricordato a me stessa chi è Dio, come ama, di cosa è capace e gli ho chiesto di ascoltare la mia preghiera.

Ma Giuditta non ha avuto bisogno di ricordare i prodigi di Dio per lodarlo e implorarlo. Queste parole erano per lei, per consolidare la sua fede e infondere fiducia nel suo cuore. Dio non ha avuto bisogno della sua eloquenza. Ha soltanto avuto bisogno che lei chiedesse.

In alcuni giorni ho molto da dire al Signore. Mi vengono in mente parole forbite e profonde analogie. Altri giorni tutto quello che posso permettermi è un debole “Ti prego, Signore, per favore”. Non riesco a parlare con la fede per ciò che Dio ha fatto, non riesco a ricordare a me stessa della sua coerenza o del suo amore per coloro che hanno il cuore rotto. Grido a lui come il mendicante cieco di Luca, “Abbi pietà di me!” E Dio risponde, proprio come ha fatto quando ho pregato come se stessi sfogliando un dizionario.

La mia preghiera non deve essere bella, eloquente o potente. A volte non sono neanche sicura che debba essere piena di fede. È facile pensare che la preghiera di Giuditta valga di più perché è così di ispirazione. Ma la semplice richiesta dell’uomo cieco ha ottenuto risposta con la stessa potenza e persino più velocemente. Dio è così gentile e misericordioso che accoglierà ogni preghiera possibile. Perché la preghiera non è una poesia, è una relazione. E sebbene le belle parole siano stupende e meravigliose, possono essere di ostacolo. Persino le parole dei santi del Signore.

Questa settimana sto imparando a memoria la preghiera di Giuditta per insegnare a me stessa chi è Dio e con quanto ardore posso avere bisogno di Lui. Ma sto anche imparando la preghiera del mendicante cieco, per ricordare a me stessa che la migliore preghiera è la preghiera sincera, che sia bella o meno. Celebro un Dio che ama conoscerci per come siamo veramente, non per come vorremmo essere, e che trae diletto nel rispondere alle nostre preghiere. Se solo potessimo fidarci di Lui abbastanza da chiedere.

[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]

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