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“Non è un ‘nero’. E’ Sekouba”

View Apart/Shutterstock

Chiara Santomiero - Aleteia - pubblicato il 04/04/16

Quando le famiglie si aprono all’accoglienza. Il Progetto “Un rifugiato a casa mia” nella diocesi di Termoli-Larino

Si sa che i bambini sono la “bocca della verità”, capaci di dire con semplicità quello che gli adulti a volte fanno fatica prima a capire e poi a esprimere. Così il chierichetto, alla domanda di un anziano fedele che voleva sapere chi era quel ragazzo di colore che stava rastrellando il giardino della chiesa della Madonna del Carmelo di Termoli, ha risposto: “Non è un ‘nero’. E’ Sekouba”. Cioè è vero che viene dalla Guinea Conakry, che è scappato per salvarsi la vita, che ha compiuto un viaggio avventuroso per arrivare in Italia dove ha ottenuto lo status di rifugiato, ma adesso è uno di noi: è “solo” Sekouba. E’ il modo più semplice per capire il significato del progetto “Protetto. Un rifugiato a casa mia” attivato dalla Caritas diocesana di Termoli-Larino, nell’ambito del progetto nazionale di Caritas italiana, e che risponde al costante invito di papa Francesco alle comunità cristiane di aprirsi alla sfida dell’accoglienza dei migranti.

LUNGO LE ROTTE DEI TRAFFICANTI

Come migliaia di essi, Sekouba Camara è arrivato in Italia via mare nel 2014, racimolando risorse per pagare i trafficanti, ma il suo viaggio è iniziato molto prima. “Mia madre e mio padre – racconta – erano insegnanti in una scuola della capitale e mio padre era anche il responsabile zonale del partito di opposizione al regime. Nel 2009 sono stati uccisi entrambi nel corso di una grande manifestazione avvenuta nel mio Paese ed è per questo che sono fuggito”. Dalla Guinea la fuga ha portato Sekouba in Mali e, attraverso il deserto, in Algeria e Libia dove, come molti, è stato incarcerato per tre mesi senza aver commesso nessun reato. La sua “fortuna” è stata che il comandante della prigione cercava manodopera gratuita per fare dei lavori a casa sua e il ragazzo guineano è capace di fare il piastrellista. “Siamo andati a lavorare a casa del comandante – racconta Sekouba – e poi siamo fuggiti. Con un amico conosciuto in Mali abbiamo cercato quelli che organizzano i viaggi verso l’Italia con i barconi. Così siamo arrivati a Messina”.

Cosa si aspettava? “La sécurité per la mia vita », risponde Sekouba che è di madrelingua francese, ma ha imparato velocemente l’italiano. In Italia, dopo la prima accoglienza, entra nel circuito dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo) ‘Rifugio sicuro’, una rete diffusa sul territorio nazionale per sostenere chi arriva fuggendo da guerre e persecuzioni, aiutandone il percorso di integrazione. E’ così che arriva a Termoli e che il suo percorso incrocia la parrocchia del Carmelo dove c’è la scuola di italiano per i rifugiati e, più tardi, quella della famiglia Bagnoli che oggi lo ospita.

Un rifugiato a casa mia

UN RIFUGIATO A CASA MIA

“Sekouba – spiega il responsabile del progetto “Protetto. Un rifugiato a casa mia”, Pasquale Riccio – è il primo nella nostra diocesi ad essere accolto in una famiglia. In questa fase, che dura sei mesi, ha la possibilità di orientarsi per trovare un lavoro e una sistemazione definitiva, in Italia o altrove, con il sostegno materiale e affettivo della famiglia Bagnoli che è la sua famiglia tutor”.

Una famiglia che si è sentita interpellata da papa Francesco in prima persona e che, indirizzata dal parroco di Maria Santissima del Monte Carmelo, don Ulisse Marinucci e insieme agli operatori Caritas, ha maturato la scelta di aprire la porta di casa al ventritreenne Sekouba.

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Parr. Carmelo Termoli

LA CONVIVENZA SI IMPARA IN PARROCCHIA

“La scuola di italiano nei locali della parrocchia – commenta don Marinucci, che è stato il direttore della Caritas diocesana durante il cui mandato è iniziato il progetto Sprar che ha visto l’accoglienza in diocesi nel corso degli anni di diverse decine di rifugiati da Pakistan, Iraq, Iran, Nigeria, Afghanistan, Siria, Ucraina per la maggior parte poi trasferitasi nei Paesi del nord Europa – ha colorato la vita della comunità della presenza di persone di etnia, colore e religione diverse, facendo sperimentare vicinanza umana e favorendo una mentalità di accoglienza. Già in precedenza la comunità parrocchiale aveva adottato una famiglia di rifugiati siriani il cui bambino ha fatto la Prima Comunione da noi con una grande festa organizzata da tutta la parrocchia”.

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Parr. Carmelo Termoli

A Sekouba, che stava terminando il periodo nello Sprar, si era pensato di offrire almeno una certa indipendenza economica in cambio di qualche lavoretto in parrocchia e la sistemazione del giardino. “La Provvidenza – aggiunge don Ulisse – ha voluto che arrivasse anche la disponibilità della famiglia ad accogliere il ragazzo in casa e così possiamo aiutarlo meglio”. “L’integrazione – sostiene don Ulisse – va fatta con calma, senza strappi, facendo conoscere anzitutto le storie che ci sono dietro gli immigrati perché questo li rende ‘persone’ e non solo stranieri e diversi”.

I TERRORISTI NON SONO MUSULMANI

E l’esperimento della convivenza come procede? “Benissimo – risponde Sekouba – i coniugi Bagnoli, Nicola e Antonietta, mi trattano come un figlio. Con Nicola usciamo spesso insieme e mi porta nella squadra dei vogatori”. La differenza di religione causa problemi? “Dio è sempre uno – risponde sicuro Sekouba che è musulmano e addolorato per gli attentati terroristici rivendicati dall’Isis in nome dell’Islam– anche se lo chiamiamo in maniera diversa. E nessuno può commettere violenze in nome di Dio. Il Corano dice che non si deve fare male agli altri. I terroristi non sono musulmani. Non sono musulmani, credetemi”.

Tags:
caritas italianamigrantipapa francescorifugiati
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