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6 ragioni per cui le testimonianze sulla risurrezione sono storicamente attendibili

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Quali ragioni ci inducono a credere alla risurrezione di Cristo narrata dai primi apostoli come a un fatto storico concreto?

4) Nonostante diverse discordanze sui racconti pasquali, i quattro Vangeli dimostrano di concordare sugli elementi essenziali, presentando un quadro storico molto coerente dell’epoca.

Allo stesso modo, la notizia secondo cui Pilato aveva risposto ai sommi sacerdoti e farisei di affidare alle guardie del tempio la sicurezza del sepolcro di Gesù, non sarebbe un racconto con intento apologetico per rovesciare la voce secondo cui la risurrezione era stata frutto del furto del cadavere di Gesù da parte dei suoi discepoli. Matteo riferisce, infatti, che le autorità giudaiche diffusero la “diceria” che la tomba era vuota perché i discepoli ne avevano sottratto il corpo (Mt 28,11-15) per proclamare la risurrezione, una contro-informazione ripetuta nel II sec., alla quale si oppone Giustino nel suo Dialogo con Trifone e ripresa nel XVIII sec. da Reimarus. Nella sua opera Dicono che è risorto, Vittorio Messori afferma: “E’ tutto molto logico, tutto molto coerente, compreso il fatto che il Crocifisso sia definito da sinedriti come plános, impostore, e quella sua e dei suoi discepoli plàne, impostura. Sono sostantivi che, nei Vangeli, sono usati solo qui e solo da Matteo; il verbo da cui derivano appare due volte in Giovanni (7,12 e 7,47). E basta. Ma anche nel quarto Vangelo, come qui, nel primo, questo termine ingiurioso (planáo significa ‘fuorviante’, ‘commettere impostura’) è messo in bocca alle autorità ebraiche e ai farisei per infangare Gesù. L’uso ritorna anche in Paolo, il quale le tre volte in cui usa planáo e i suoi derivati, lo fa sempre per ritorcere un’accusa proveniente ai cristiani dal giudaismo, come in 2 Cor 6,8: ‘Siamo ritenuti impostori (plánoi) eppure siamo veritieri’. Ed è singolare notare che nei secoli, sin quasi ai giorni nostri, la polemica ebraica contro i ‘galilei’ cristiani, si servì soprattutto dell’accusa di impostura e accusò il rabbi Gesù di essere un impostore. Dunque, sembra proprio anche qui, nelle parole che Matteo attribuisce ai ‘sommi sacerdoti e farisei’ stia nascosto un preciso segnale di credibilità: sono ebrei che parlano di quel presunto Cristo proprio come i gerarchi giudei dovevano parlare di lui e come di lui avrebbero sempre parlato”.

La menzione dei farisei accanto ai sommi sacerdoti è allo stesso modo un richiamo importante. Come ribadito anche negli Atti degli Apostoli (23,6-8): i sadducei – il gruppo che controllava il Sinedrio a cui apparteneva sia Caifa che suo suocero Anna – non credevano nella resurrezione dei morti mentre i farisei sì, quindi la presenza di questi ultimi nella delegazione che andò da Pilato è credibile. L’intento del racconto di Matteo non è quello di aggiustare la vicenda, tanto che colloca l’intervento delle autorità ebraiche con un giorno di distanza lasciando per un giorno la tomba incustodita. E’ quindi un episodio che non serve a cancellare del tutto il dubbio sul trafugamento del corpo proprio a causa di quella prima notte in cui la tomba rimane incustodita. Don Fabris ha spiegato ad Aleteia che “la tradizione cristiana della tomba vuota non è mai stata smentita nel mondo ebraico. Ne viene data semplicemente una diversa spiegazione. E questa diceria che serpeggiava in ambiente ebraico è testimoniata molto tardivamente, nel V sec.”.

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