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Per avvicinare la gente a Gesù non servono paroloni

Sacred Heart of Jesus 01 © Nancy Bauer / Shutterstock.com – it

© Nancy Bauer / Shutterstock.com

Catholic Link - pubblicato il 25/02/16

4 suggerimenti per condividere la vostra fede

di Benedict Hince

Quando vi dico che amo Gesù, cosa presumo su di voi? Parto dall’idea che sappiate chi sono, o almeno che riconosciate che c’è un “io” riguardo al quale questa dichiarazione può essere vera; parto dall’idea che sappiate cosa sia l’“amore”, e presumo anche che sappiate chi sia “Gesù”.

È tutto parte di un grande gioco di linguaggio.

Il linguaggio gioca un ruolo importante nell’evangelizzazione. Attraverso Cristo, alla Chiesa è stata data la missione di diffondere e comunicare la Buona Novella agli altri, e il nostro linguaggio sarà una delle più grandi risorse che abbiamo nel condividere la nostra fede con le altre persone.

Come funziona il linguaggio? Sembra tutto piuttosto chiaro: noi parliamo – loro ascoltano -, loro capiscono, ma di recente su BuzzFeed è apparso questo video che analizza lo “slang cristiano” e solleva alcune domande importanti su come evangelizziamo, e su come usiamo il linguaggio.

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L’evangelizzazione riguarda il fatto di portare altri a conoscere Cristo, ma questo video ci aiuta a vedere che spesso può esserci un vuoto tra alcuni termini che possiamo usare e il linguaggio che risulta comprensibile a qualcun altro. Ci può essere una difficoltà che deriva dall’interpretare le parole di un’altra persona, e questo può creare una mancanza di connessione tra ciò che viene detto e ciò che viene compreso.

Wittgenstein – un influente filosofo del linguaggio – ha sottolineato l’importanza del contesto in cui vengono effettuate le dichiarazioni nella sua capacità di conferire significato. Ha detto che “se un leone potesse parlare, noi potremmo non capirlo”. È perché il mondo del leone è incredibilmente diverso dal nostro; con le parole dello stesso Wittgenstein, non condividiamo la stessa “forma di vita” del leone (studio filosofia del linguaggio, e riconosco che questo autore potrebbe non essere così famoso per chi non se ne occupa).

E allora cosa significa per noi come cristiani? Che influenza ha sulla nostra missione evangelizzatrice questa differenza di contesto tra un cristiano e un non cristiano, e anche la differenza nel linguaggio?

Ecco quattro punti da tenere a mente per un’evangelizzazione fruttuosa:

1. Rendere il linguaggio appropriato

Il linguaggio che usiamo quando parliamo ad altri di Cristo dev’essere adatto al pubblico a cui ci stiamo rivolgendo. E nei nostri contesti sociali individuali, questo linguaggio ci permetterà di raggiungere chi ci circonda.

Nella Evangelii Nuntiandi si dice proprio questo:

“L’evangelizzazione perde molto della sua forza e della sua efficacia se non tiene in considerazione il popolo concreto al quale si rivolge, se non utilizza la sua lingua, i suoi segni e simboli, se non risponde ai problemi da esso posti” (EN, n. 63).

Nel cercare di portare altri più vicino a Cristo, dobbiamo riconoscere in primo luogo chi sono, e anche a che punto si trovano.

Serve a poco recitare paragrafi del Catechismo della Chiesa Cattolica a chi non ha alcuna idea di cosa sia la Chiesa cattolica, o le origini della Chiesa in Cristo se non ha idea di come Dio possa esistere. Le parole che usiamo sarebbero ampiamente prive di senso e inefficaci.

Per rendere il linguaggio adeguato, dobbiamo adottare il linguaggio delle persone a cui ci rivolgiamo, e i loro contesti – “segni e simboli” -, senza sminuire o ridurre il nostro messaggio – la Buona Novella di Gesù Cristo.

2. Non mettersi in mostra

Essendo cattolici, avete probabilmente familiarità con parole e definizioni piuttosto elaborate, latine o meno, come “ex cathedra”, “esortazione apostolica” o la classica “transustanziazione”, ma quando si parla di evangelizzazione e dell’utilizzo del nostro linguaggio non dovremmo usare paroloni solo per far vedere che sappiamo di cosa stiamo parlando, perché questo avverrà spesso a spese della persona con cui stiamo parlando.

Nessuno ama essere confuso, e quando cerchiamo di evangelizzare l’ultima cosa che vogliamo è lasciare una persona confusa e con un senso di impotenza nei confronti della comprensione di ciò che abbiamo detto, soprattutto visto che il messaggio è tanto importante.

Dovremmo sempre cercare di elevare le persone, non di abbatterle. Dobbiamo trovare altri modi di parlare alla gente della nostra fede, modi che non la confonderanno. Ad esempio, allora, anziché usare subito parole come “transustanziazione” e poi trovarsi di fronte al commento inevitabile “Non so di cosa stai parlando”, possiamo parlare del pane e del vino che diventano il Corpo e il Sangue di Cristo, e poi spiegare che è questo che intendevamo dicendo “transustanziazione”.

3. Il linguaggio non è tutto

Il linguaggio non è ovviamente l’unico mezzo che abbiamo per portare gli altri a Cristo. La Evangelii Nuntiandi dice infatti che il nostro primo mezzo di evangelizzazione è la nostra testimonianza di una vita autenticamente cristiana.

“La testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio in una comunione che nulla deve interrompere, ma ugualmente donata al prossimo con uno zelo senza limiti, è il primo mezzo di evangelizzazione. ‘L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, (…) o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni’” (EN, par. 41).

Prendiamo in considerazione anche quest’altro passo dello stesso testo:

“Ed essa [la Buona Novella] deve essere anzitutto proclamata mediante la testimonianza. Ecco: un cristiano o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità d’uomini nella quale vivono, manifestano capacità di comprensione e di accoglimento, comunione di vita e di destino con gli altri, solidarietà negli sforzi di tutti per tutto ciò che è nobile e buono. Ecco: essi irradiano, inoltre, in maniera molto semplice e spontanea, la fede in alcuni valori che sono al di là dei valori correnti, e la speranza in qualche cosa che non si vede, e che non si oserebbe immaginare. Allora con tale testimonianza senza parole, questi cristiani fanno salire nel cuore di coloro che li vedono vivere, domande irresistibili” (EN, par. 21).

4. Possiamo fare solo fino a un certo punto

Alla fin fine, quello che dev’essere riconosciuto è che la fede è un dono di Dio, e una virtù soprannaturale infusa da Lui. La vera opera di evangelizzazione risiede nello Spirito Santo. Come ci dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, “perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre, e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente” (CCC, n. 153).

Possiamo e dobbiamo fare molto nella missione evangelizzatrice della Chiesa, ma non possiamo mai imporre la fede agli altri, e non possiamo mai sapere davvero come Dio operi nel cuore delle persone che incontriamo e con cui parliamo.

“L’evangelizzazione non sarà mai possibile senza l’azione dello Spirito Santo… È lui che, oggi come agli inizi della Chiesa, opera in ogni evangelizzatore che si lasci possedere e condurre da lui, che gli suggerisce le parole che da solo non saprebbe trovare, predisponendo nello stesso tempo l’animo di chi ascolta perché sia aperto ad accogliere la Buona Novella e il Regno annunziato. Le tecniche dell’evangelizzazione sono buone, ma neppure le più perfette tra di esse potrebbero sostituire l’azione discreta dello Spirito” (EN, n. 75).

Avete qualche buon suggerimento per l’evangelizzazione? Condividetelo con noi!

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
evangelizzazionetestimonianze di vita e di fede
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