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Il genocidio uccide anche la cultura e distrugge le comunità

IRAQI CHRISTIAN RELIEF COUNCIL - pubblicato il 25/02/16

Il 2015 ha visto riversarsi in Europa una delle più grandi ondate di rifugiati di tutti i tempi. Gente che fugge dai conflitti in Medio Oriente ha attraversato clandestinamente i vari confini, sperando di trovare un luogo in cui stabilirsi e condurre una vita pacifica.

Un’americana ha vissuto tutto questo anni fa.

Juliana Taimoorazy era una ragazza cresciuta in Iran e che cercava di praticare la propria fede cristiana in un Paese governato da dieci anni da una “rivoluzione islamica” quando se n’è andata a causa della persecuzione religiosa. È entrata clandestinamente in Svizzera e poi in Germania, arrivando infine negli Stati Uniti con lo status di rifugiata.

Come la maggior parte dei rifugiati, la Taimoorazy ha vissuto pacificamente nella sua nuova terra, conseguendo la laurea. Avrebbe potuto avere una brillante carriera, ma sentiva il richiamo della vita e della cultura che si era lasciata alle spalle, così nel 2006 si è sentita chiamata a fare qualcosa riguardo a ciò che stava accadendo ai cristiani in Medio Oriente. C’erano sempre più attacchi contro la Chiesa mentre gli islamisti stavano prendendo il sopravvento, soprattutto in Iraq.

La Taimoorazy ha fondato l’Iraqi Christian Relief Council, che lavora per offrire aiuti umanitari ai cristiani che lottano in Medio Oriente ed è impegnato a livello di assistenza, sostegno con la preghiera e formazione sulla Chiesa perseguitata.

Il lavoro è aumentato dall’ascesa dello Stato Islamico, che ha conquistato la città di Mosul, nel nord dell’Iraq, nel 2014. La successiva conquista da parte dell’ISIS di città e villaggi nella Piana di Ninive, area tradizionalmente cristiana, ha costretto decine di migliaia di persone a trasferirsi nella capitale della regione autonoma curda irachena, Erbil.

L’azione della Taimoorazy è duplice: dare ai cristiani il sostegno di cui hanno bisogno per rimanere nella terra dei loro avi e, per chi è costretto a vivere altrove, aiutarlo a mantenere un legame con la sua cultura storica.

“Il genocidio non riguarda solo il fatto di uccidere persone, ma è anche uccidere culture, distruggere comunità”, ha affermato. “Non siamo semplicemente cristiani, siamo assiri. La nostra è una storia di 7.000 anni”.

Il suo riferimento al genocidio deriva da una sensibilità storica e da una profonda preoccupazione per le condizioni attuali in Iraq e in Siria. Gi assiri sono stati soggetti a genocidio nello stesso periodo del genocidio armeno, cent’anni fa.

La Taimoorazy riconosce le buone intenzioni di chi sta cercando di aiutare i cristiani mediorientali a mettersi in salvo, ma ritiene che questi sforzi siano anche fuorvianti.

Non nega che le persone abbiano il diritto di vivere dove vogliono. “Se avessi dei figli lì che possono essere uccisi potrei volerli far andar via anch’io”, ha ammesso.

Nota tuttavia che far uscire masse critiche di cristiani dal Medio Oriente gioca a favore di chi sta implementando il genocidio, e spera che alla fine verranno create le condizioni adeguate per permettere alle persone come lei di tornare nelle proprie terre d’origine.

Sono in corso degli sforzi per creare queste condizioni in Siria e in Iraq. La guerra civile siriana è iniziata ormai da più di quattro anni, e si discute di un possibile panorama geopolitico caratterizzato da zone autonome.

“Alcuni degli attori in campo e degli osservatori hanno concluso che il destino della Siria sarà quello di spezzarsi in zone settarie o regionali – nello scenario migliore tenute insieme precariamente da uno Stato meno centralizzato”, ha riferito la Associated Press a fine settembre.

La Restore Nineveh Now Foundation, in coordinamento con la American Mesopotamian Organization e il Middle East Christian Committee, una federazione di ONG cristiane mediorientali, ha lanciato West to East—Leadership in Syria (WELS), un’iniziativa che stabilirà una regione amministrata a livello locale e governata autonomamente dal popolo cristiano assiro nella regione di Khabour della provincia siriana di Hassaka.

I cristiani della valle di Khabour stanno cercando di far rilasciare i propri parenti dalle prigioni dell’ISIS e stanno compiendo passi concreti per affermare la propria identità assira. Ad esempio, “stanno cambiando i nomi delle strade inserendo anche il nome assiro”, ha detto la Taimoorazy.

Nel frattempo, un’organizzazione con cui collabora la Taimoorazy, il Philos Project, sta lavorando con altre realtà per creare una patria cristiana nel nord dell’Iraq.

“Attraverso l’articolo 125 della Costituzione irachena ci è stata data la provincia della Piana di Ninive”, ha riferito la donna. “Il Philos Project sta costruendo coalizioni e raccogliendo risorse da importanti personalità del mondo – ebrei, cristiani e musulmani – per realizzare la cosa”.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
cristiani perseguitaticristiani perseguitati in iraqiranlibertà religiosasiria
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