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«Chi è mio prossimo?»: questioni di punto di vista

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Aggiornamenti Sociali - pubblicato il 12/01/16

Anzitutto l’uomo aggredito dai briganti non ha identità, è cioè un membro dell’umanità, il che facilita l’identificazione con il lettore. Inoltre non si sa perché il sacerdote e il levita, vedendo il ferito, passano oltre senza fermarsi. Il narratore non lo dice e ci si interroga sul motivo di tale silenzio. Se però, come abbiamo ipotizzato, il punto di vista è quello del ferito, è quasi ovvio che il racconto riveli solo ciò che questi può sapere. Egli constata unicamente che il sacerdote e il levita (riconoscibili dal loro abito) non si sono presi cura di lui; egli fa solo questa amara constatazione senza poterla spiegare, in quanto è una vittima! La parabola, invece, abbonda di particolari solo nel momento in cui il viandante ne può disporre. E quell’uomo sa bene che cosa gli ha fatto il samaritano; i dettagli sono precisi: olio e vino sulle ferite, giumento, locanda, denaro. In breve, il lettore vede con gli occhi del ferito. Quando, infine, Gesù interroga il dottore della Legge: Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti? (10,36), il lettore ha in mano la chiave per capire da che punto di vista la parabola è stata narrata. L’identità del prossimo non più definita a partire dal donatore, ma a partire dal beneficiario.

A partire dalla misera situazione di una vittima si comprende chi è il prossimo, non da una definizione teorica. Per permettere al lettore di capire il capovolgimento dell’interrogativo relativo al prossimo c’era bisogno di un racconto che facesse entrare il lettore nella pelle di un essere umano in quella condizione disperata.

Qualche spunto finale

La prima interpretazione della parabola, puntando sull’esemplarità del samaritano, propizia modelli di comportamento, descrive profili ideali, dà forma a una narrativa che indugia sull’eccezionalità. Pare essere una strada vincente, ma corre due rischi: anzitutto la costruzione di un modello ideale altissimo ma disincarnato, lontano dalle mediazioni di cui necessita la società attuale; il secondo rischio è più profondo ed è l’autoreferenzialità che pone al centro delle relazioni non l’altro (nella sua concreta sofferenza) ma se stessi. La seconda interpretazione, invece, spinge a prendere le mosse dalla situazione concreta, a entrare nelle pieghe complesse dell’esistenza, ad assumere un atteggiamento empatico, in una parola conduce alle periferie esistenziali. Chi sia il prossimo non lo si definisce a tavolino, nemmeno si può decidere quale sia il suo bisogno. Entrare nella pelle dell’altro chiede una maggiore disponibilità, domanda di tenere i piedi per terra, obbliga a guardare la realtà nella sua cruda complessità, ma solo percorrendo questa strada si conoscono le reali necessità delle persone e si compie un cammino di umanizzazione. L’apprendistato della carità passa attraverso un’immersione nella storia ferita degli uomini e delle donne, senza la cui condivisione non si dà autentica prossimità.

Si tratta di un cambiamento di prospettiva, indubbiamente: esso tuttavia è necessario per evitare di moltiplicare gli auspici a seguire un modello esemplare, senza fare i conti con la realtà degli uomini così come sono e là dove essi sono.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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Tags:
buon samaritanoparabole vangelosolidarieta
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