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«Chi è mio prossimo?»: questioni di punto di vista

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Aggiornamenti Sociali - pubblicato il 12/01/16

A proposito dei motivi che hanno spinto sacerdote e levita a quella scelta si sono versati fiumi d’inchiostro: il sangue li renderebbe impuri (essi però non stanno andando a Gerusalemme per il culto ma scendono verso Gerico); lo sconosciuto malcapitato non dovrebbe essere annoverato nella categoria del “prossimo” (secondo una stretta interpretazione di Levitico 19,18); il pover’uomo era morto o stava per morire (i sacerdoti non possono toccare i morti secondo Levitico 21,1-4). E tuttavia ogni ragione accampata non tiene di fronte all’urgenza della situazione.

A questo punto v’è un’ulteriore sorpresa. Alcuni testi giudaici usano nominare tre categorie di persone: sacerdoti, leviti e Israeliti. L’uditore attende che dopo il sacerdote e il levita giunga presso il ferito un israelita; e invece si presenta un samaritano. Che fra giudei e samaritani non corresse buon sangue è cosa nota (cfr Giovanni 4,9). Considerando un poco il contesto lucano, lo stupore aumenta ancor più: quando infatti Luca informa che Gesù ha fatto duro il suo volto (9,51) e si è diretto decisamente verso la Città santa, la prima tappa del viaggio è stato un villaggio di samaritani. Essi però non lo hanno ricevuto perché era in cammino verso Gerusalemme (cfr 9,52-53). Ebbene: nonostante sia stato rifiutato dai samaritani, Gesù sceglie come eroe della sua parabola proprio un samaritano!

Gesù caratterizza la reazione del samaritano con un verbo davvero singolare (10,33): egli è preso da compassione (il verbo greco utilizza una radice che richiama le viscere, cioè i sentimenti più profondi). In Luca il verbo caratterizza l’intensa emozione di Gesù di fronte alla donna vedova che ha perso il suo unico figlio (cfr 7,13); inoltre l’evangelista utilizza lo stesso verbo per esprimere lo slancio del padre allorché vede il figlio prodigo che si sta avvicinando (cfr 15,20).

L’olio e il vino versati sulle ferite del povero malcapitato sono i medicamenti dell’epoca. Scrive Ippocrate: «Dopo aver immerso le foglie di aro nel vino e nell’olio si applicano sulla ferita tenendole strette con una benda». I due denari, che il samaritano ha sborsato al locandiere in favore del ferito incontrato per caso sulla sua strada, erano sufficienti per alloggiare nell’albergo (allora una specie di ospedale) almeno due settimane.

In conclusione: questa lettura mostra la differenza tra il samaritano che si prende cura del malcapitato ferito e il sacerdote e il levita che invece passano oltre. Questa lettura non è scorretta: tutti gli elementi contestuali citati concorrono a un’interpretazione che pone in luce il funzionamento della parabola. Tuttavia rimane irrisolta una questione. Nel momento in cui si intende passare dal racconto fittizio alla realtà da esso intesa, si vuole cioè istituire un ponte fra la parabola e la vita, il rischio è il moralismo. Il samaritano è l’esempio di una carità straordinaria! Ma, ci si chiede come sia possibile comportarsi allo stesso modo, in base a che cosa sia possibile fare lo stesso. Proprio questo è il limite di questa interpretazione: puntando sull’esemplarità del samaritano, rimane come a mezz’aria, senza offrire al lettore altro che un esempio straordinario.

La vittima soccorsa

Esiste però un’altra lettura. Essa si chiede: da quale punto di vista Gesù ha raccontato la parabola? Forse dal punto di vista del samaritano? Certamente no: solo alla fine (cfr Luca10,36-37) v’è il passaggio. Il punto di vista dal quale Gesù ha raccontato la parabola è quello del ferito. In altre parole, tutto avviene secondo i suoi occhi. La parabola non punta all’esemplarità del samaritano ma cerca di fare entrare l’ascoltatore (e il lettore) nella pelle del ferito, nell’esperienza traumatica di quest’uomo senza volto e senza nome.

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buon samaritanoparabole vangelosolidarieta
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