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Perdonatemi, bambini, perché ho peccato

Getty Images/Deborah Faulkner
Gmall girl looking sad
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“Sapevo che sbagliavo. Non avrei mai osato parlare così a un adulto”

Vorrei avere una spiegazione razionale per il mio comportamento di quella mattina.

Sarebbe facile dare la colpa al fatto che il mio sonno era continuamente interrotto perché il mio bambino più piccolo stava mettendo i denti, o al fatto che avevo aperto la mia posta elettronica per scoprire che avevo mancato una richiesta urgente da parte del mio supervisore, o al mal di testa lancinante che mi affliggeva da giorni. Ma quel tipo di cose sono eventi di routine nelle mie mattine caotiche.

Non c’è, quindi, una spiegazione razionale per spiegare il fatto che quella mattina non ho pianto sul latte versato: mi ci sono avventata sopra.

Senza preavviso, ho iniziato a sfogarmi su chiunque e su qualsiasi cosa incrociasse la mia strada. Potreste pensare che la vista dei miei figli che si erano fatti piccoli piccoli per la paura abbia dissipato in qualche modo la mia rabbia, ma in realtà l’ha stimolata. Ho assaporato il controllo e la fuga dall’essere paziente, comprensiva e tollerante.

Quando alla fine sono stata esausta, mi sono guardata intorno nella stanza osservando i resti del mio scatto d’ira. Otto occhi mi fissavano. Tutti impauriti e pieni di lacrime. Sono rimasta imperturbabile.

Rabbia legittima, pensavo. Tutto ok, ragazzi, avete appena sperimentato la rabbia legittima.

Man mano che la giornata passava, però, non sono riuscita a far sì che cambiassero espressione.

Facendo un esame di coscienza a letto quella sera, ho cercato invano di razionalizzare l’incidente. Mi sono scusata per il mio scatto, ma a dire la verità il catalizzatore del fatto di aver perso la testa non erano i miei figli. Era la mia disattenzione nel tentativo di richiudere il latte.

Sapevo che sbagliavo. Non avrei mai osato parlare così a un adulto. Onestamente non l’ho mai fatto. Cosa ancor più grave, se avessi perso il controllo in quel modo, o per quel motivo, con un amico o un estraneo avrei chiesto scusa. E in un caso del genere, in cui la mia trasgressione era stata così estrema, le mie scuse sarebbero state probabilmente accompagnate da fiori o un biglietto.

Perché con i miei figli era diverso? Il mio peccato nei loro confronti non era grave come lo sarebbe stato nei confronti di un’altra persona? No, non era forse peggiore? Dio mi aveva affidato il compito di amare, curare e modellare quei piccoli esseri umani per trasformarli in individui amorevoli e fedeli.

Ma chi vuole chiedere scusa a un bambino?

E ad ogni modo, li avevo rimpinzati dei loro piatti preferiti tutta la giornata, per cui ero abbastanza sicura che sapessero che mi dispiaceva e che tutto fosse perdonato.

Ma il fatto resta: esigere dai miei figli che chiedano scusa quando commettono qualcosa di sbagliato non ha senso se non sono pronto a fare altrettanto quando sono io a sbagliare nei loro confronti.

I miei figli vedono che vado a confessarmi. Capiscono che il motivo per cui ci vado è che ho fatto qualcosa di sbagliato e che ho bisogno di chiedere a Dio di perdonarmi. Hanno visto mio marito e me riconciliarci dopo delle discussioni e ci hanno sentiti chiederci scusa a vicenda.

Ma non offrendo ai miei figli la stessa esperienza di riconciliazione, cosa comunico loro?

Ci dev’essere una riparazione per il peccato, per qualsiasi peccato, indipendentemente da chi è stato vittima del torto. E questo semplice messaggio ribadisce il principio fondamentale del cristianesimo: siamo tutti figli di Dio e tutti meritiamo dignità e rispetto.

Per questo ho chiamato ciascuno dei miei figli, uno per uno, e ho chiesto scusa. Ho detto loro cosa avevo fatto e perché era sbagliato e ho promesso che avrei provato a non farlo più.

Se i due più grandi mi hanno perdonata immediatamente e con entusiasmo, per i più piccoli è stato più difficile. Penso che per ora dovrò presumere che nel linguaggio dei bambini una tirata d’orecchi o un pupazzetto prestato significhi “Accetto le tue scuse”.

E in quel momento, con il latte al sicuro nel frigorifero, tutto nel mondo era al suo posto.

——–
Maria Garabis Davis ha un dottorato in Legge e un baccalaureato in Teologia. Ex ministro giovanile e ora praticante avvocato, risiede a Columbus (Ohio, Stati Uniti) con il marito e i quattro figli.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

 

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