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Una spada per la vita. Riscoprire la virilità cristiana con Fabrice Hadjadj

Fabrice Hadjadj

La Croce - Quotidiano - pubblicato il 23/11/15

Una riflessione all'indomani della strage di Parigi

di Andreas Hofer

All’indomani della strage di Parigi, con la Francia ancora sanguinante dopo essere stata colpita al cuore dalla ferocia islamista, Fabrice Hadjadj ha preso la penna alla sua maniera scrivendo per Famille Chrétienne un editoriale dal sapore ignaziano. E lo ha fatto non certo per chiamare a raccolta le potenze telluriche o per schiumare indignazione, ma per mobilitare prima di tutto le potenze dell’anima: memoria, intelletto, volontà. Perché è qui, nelle profondità dello spirito, che allignano i mostri più pericolosi: «Avevamo perduto la guerra», esordisce. «Non parlo di un’assenza di successo. Al contrario, avevamo preso l’abitudine di cullarci nel comfort e nei successi, fintanto che una malattia, un incidente, un fatto di cronaca, un male senza lotta né nemico non ci avessero portati via come un computer impallato, in una insignificanza al di qua dell’assurdo».

La sinergia tra tecnologico e pulsionale ci ha consegnato a una soporifera illusione. Ci aveva dato fin troppo potere, al punto di indurci a riporre tutte le nostre speranze terrene in una integrale schermatura in grado di esentarci da ogni rischio. Un sogno antico, quello di plasmare un uomo ipertecnologico: riporta alle seduzioni prometeiche di un’umanità insoddisfatta di essere semplicemente creatura e ansiosa di divenire creatrice. Ma questa nuova creazione per ora ha dato i natali soltanto a un bimbo viziato chiamato a costituire se stesso come un soggetto al tempo stesso potenziato (enhanced) e protetto (safe) da ogni genere di pericolo. È la sindrome che Ortega y Gasset aveva battezzato del “signorino soddisfatto”, la tipica fantasia adolescenziale destinata a infrangersi puntualmente di fronte all’irruzione prepotente della realtà.

E così «ci eravamo rammolliti, avevamo perduto ogni virilità, ridotti allo stato di bambini viziati, di marionette preoccupate del loro cardio-training, di pupazzi consumatori di pornografia. Non volevamo la pace che si fa, ma quella che ci lascia in pace, poco importa al prezzo di chissà quali devastazioni, di chissà quali “danni collaterali”». Presi da un irenismo infantile, avevamo dimenticato una cosa fondamentale, cioè che «la pace è opera della giustizia», come dice Isaia.

Un altro francese dallo sguardo penetrante, Charles Péguy, avrebbe definito il nostro way of life come l’apoteosi del “sistema pace”. In uno dei suoi ultimi scritti, L’argent suite, Péguy distingue tra un “sistema pace” in cui l’ordine materiale (piacere e vitalità, benessere, consumo, eccetera) è il valore assoluto, e un “sistema diritti dell’uomo” in cui invece ha valore supremo la giustizia.

Dal secondo dopoguerra in avanti “sistema pace” è diventato sinonimo di “democrazia”, sicché, tornando ad Hadjadj, a forza di nutrirsi di una pace alimentata dal nulla «è normale, quando si rifiuta questa battaglia per la giustizia, che la nostra pace apparente ci esploda in faccia. Ed ecco allora che girovagare per la strada non è più qualcosa di scontato, come per i passeggiatori disincantati. La guerra ci ha raggiunti. È già qualcosa, nell’ottica del risveglio. Ma questa guerra la vinceremo? Combatteremo la «buona battaglia», secondo le parole di san Paolo?».

Certo, il cristiano non è un bellicista o un guerrafondaio, non crede alla retorica della guerra come sola igiene del mondo. Difatti «è la figura dell’amore a dominare nella vita cristiana, quella del fratello, del figlio, di colui che dialoga, di colui che ha compassione».

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cristianesimofabrice hadjadjparigiterrorismovirilità
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