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Quando il Concilio Vaticano II proclamò il principio della libertà religiosa

© SHUTTERSTOCK
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“Nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza…”

“…La persona umana ha diritto alla libertà religiosa. Questa libertà consiste in ciò, che tutti gli uomini devono essere immuni dalla coercizione da parte sia di singoli individui, sia di gruppi sociali e di qualsivoglia potestà umana, e in un modo tale che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, ad agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, da solo o associato ad altri…”.

A leggerle oggi, queste parole potrebbero sembrare ovvie, scontate, e quindi lasciare indifferenti. La libertà religiosa e il concetto di tolleranza, ormai da tempo, fanno parte non solo del linguaggio ma della vita stessa e della missione della Chiesa cattolica. Ma quando cinquant’anni fa vennero scritte nella dichiarazione Dignitatis humanae, e così diventarono magistero solenne e universale, quelle parole furono indiscutibilmente le parole più nuove nei documenti del Concilio Vaticano II. Anzi, bisognerebbe dire, le parole con il contenuto più rivoluzionario.

Ed erano le parole più nuove, più rivoluzionarie, perché erano profondamente diverse da quelle, per lo più negative, pronunciate dalla Chiesa e dai Pontefici, tra il XVIII e il XIX secolo, sulla libertà di coscienza e, più in generale, sulle libertà moderne e sugli stessi diritti umani. Anche se – va subito precisato – si trattava di pronunciamenti che andrebbero necessariamente considerati e contestualizzati nella particolare situazione storica, politica e culturale di quei tempi.

Basterebbe infatti ricordare la lotta antireligiosa che aveva caratterizzato specialmente gli inizi della Rivoluzione francese, e la durissima repressione che la Chiesa aveva dovuto subire. Così come bisognerebbe ricordare l’insorgere del razionalismo, e dell’indifferentismo, per il quale valeva il principio, di matrice illuminista, che una religione vale l’altra. La Chiesa, di conseguenza, era entrata in conflitto con il mondo. Rivendicando la libertà religiosa in maniera esclusiva, come espressione dell’unica “vera religione”, si era di fatto opposta alle Costituzioni liberali, alla democrazia, alla modernità.

Da lì, da quella posizione inevitabilmente difensiva, erano uscite diverse condanne, anche solenni, anche severe, come l’enciclica di Gregorio XVI Mirari vos, del 15 agosto 1832. Ma già prima, nel Concistoro segreto del 29 marzo del 1790, Pio VI aveva definito “empia” la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, e “mostruosi” gli stessi diritti. E soltanto con Leone XIII (il quale, nell’enciclica Libertas praestantissimum, aveva ammesso una “promiscua libertà di religione”, ma solo per una “giusta causa”) si era registrato un primo cambiamento nella vita e nell’insegnamento nella Chiesa.

Si accentuò, questa evoluzione, durante i tragici anni della Seconda guerra mondiale, per la crescente presa di coscienza della dignità della persona umana. Tuttavia, la Chiesa continuò a conservare un atteggiamento non sempre lineare. Là dove era in una situazione minoritaria, reclamava libertà per tutti invocando il rispetto dei diritti della persona umana; mentre, nei Paesi dove i cattolici erano in maggioranza, come in Spagna, tendeva a negare una più ampia libertà agli altri in nome dei diritti della “verità”.

Immaginiamoci perciò che cosa potesse significare, avendo alle spalle un simile passato, il dibattito in Concilio. Ci furono molte difficoltà, molti rifacimenti dello schema, e un lungo serratissimo confronto. Da una parte, i padri favorevoli, tra i quali i vescovi statunitensi e quelli dell’Europa comunista, in particolare l’arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla. Dall’altra parte, i padri contrari, specialmente spagnoli e italiani, i quali ritornavano continuamente a insistere sui rischi di mettere l’errore sul medesimo piano della verità. O come disse il cardinale Alfredo Ottaviani: “Il testo amplia eccessivamente i limiti dei diritti della coscienza che si trova nell’errore”.

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