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Il prete del romanzo “Cavallo Rosso” compie un secolo di vita

Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 29/10/15

Nel romanzo di Eugenio Corti, don Mario è il protagonista di molti episodi. Dalla conversione di Foresto alla cura degli ammalati di tisi

E’ arrivato al traguardo del secolo d’età don Mario Cazzaniga, lo storico cappellano dell’ospedale San Gerardo di Monza. Nato a Barzanò, in provincia di Lecco, il 16 ottobre 1915 don Mario, acciaccato per l’età ma ancora lucido, è il prete che compare tra i protagonisti del romanzo “Cavallo Rosso” di Eugenio Corti, che racconta i primi anni della seconda guerra mondiale.

VICINO A SOFFERENTI E AMMALATI
Pur avendo risieduto in paese soltanto gli anni della giovinezza, scrive Casateonline.it (21 ottobre), il quotidiano on line della provincia di Lecco, il ricordo di don Mario è ancora vivo a Barzanò. Cinque anni fa, poco dopo il compimento dei 95 anni, il parroco don Giuseppe Scattolin lo aveva invitato a concelebrare una messa festiva, rimarcandone l’esistenza spesa sempre vicino ai sofferenti e agli ammalati.

UNA GUIDA PER I GIOVANI
Don Mario, evidenzia Avvenire (28 ottobre), divenne sacerdote nel 1944 («Fui salvato dalla guerra dal cardinale Schuster») ed ebbe l’incarico di coadiutore alla parrocchia di Besana in Brianza (Monza). La sua figura di giovane prete emerge dalle pagine del Cavallo Rosso («capelli a spazzola, faccia da bambino con occhiali cerchiati di ferro sottile», scrive Corti). Don Mario si distinse per l’accompagnamento costante e attento di giovani e famiglie. Cercò di educare la gioventù e di aiutare tutti, nelle difficili prove della guerra prima e della guerra civile poi, con un criterio guida: la misericordia inesauribile di Dio.

LA CONOSCENZA DI MAMMA IRMA
Il sacerdote conobbe presto la famiglia Corti, verso cui sviluppò grande stima, in particolare per la mamma Irma: «Sperava che di dieci figli almeno uno diventasse sacerdote, e aveva già fatto preparare una talare in gabardine per l’ultimo». Don Mario, sottolinea ancora il quotidiano dei vescovi, è il suggeritore nascosto di molti episodi narrati da Eugenio (che nel dedicargli il volume della prima edizione lo definisce «personaggio tra i più belli di questo libro»): «Abbiamo passato tante ore insieme. Gli raccontavo tanti particolari della vita qui, mentre lui era al fronte in Russia».

LA CONVERSIONE DI FORESTO
Traccia importante della propensione del sacerdote al perdono, nel romanzo, è l’episodio della conversione del Foresto, il comunista mandato in paese a fare proselitismo, colpito da una leucemia mortale. «Il fatto è storico – conferma don Mario –. Era un uomo gigantesco, sempre armato perché diceva di andare a caccia, ed era temuto da tutti. Ma quando fu ricoverato, trascorsi ore e ore con lui: prima a parlare di Tolstoj e Dostojevski, poi piano piano di temi religiosi. E alla fine, ammettendo di averne fatte di tutti i colori, chiese di essere confessato e comunicato. Gli feci un gran funerale in chiesa, con i suoi amici frementi di rabbia».

DA BESANA AL “SAN GERARDO”
Dopo il ministero a Besana («dove ho lasciato la pelle»), don Mario viene destinato quale cappellano all’ospedale “San Gerardo” di Monza: «Lì avevo a che fare con gli infettivi, ma non mostravo paura (come accade anche nel Cavallo Rosso, quando visita i ricoverati con la tisi, ndr).

INCINTA E MALATA DI CANCRO
E anche il cardinale Giovanni Battista Montini, in visita al reparto, fece a meno del disinfettante». Nel luogo di sofferenza per antonomasia, don Mario è punto di riferimento: «Gianna Beretta Molla chiese subito di me quando venne ricoverata, incinta e malata di tumore. Ero presente quando disse: ‘Nel dilemma di scegliere chi deve vivere, sono pronta a dare la mia vita per la mia creatura’. E, da medico, sapeva bene che cosa la attendesse».

Tags:
letteratura italianaseconda guerra mondiale
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