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Se così muore il capoclan dei Casamonica

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Funerale casamonica

Lucandrea Massaro - Aleteia - pubblicato il 21/08/15

Funerale in pompa magna per le strade di Roma imbarazzano istituzioni laiche e religiose e interrogano la gente

Ieri a Roma tutte le istituzioni, laiche e religiose, della Capitale hanno mancato al loro dovere quando – in totale libertà – si sono svolti i funerali in pompa magna del 65enne boss mafioso Vittorio Casamonica.

La mafia a Roma

E’ mancata la vigilanza, è mancata la presenza sul territorio delle istiruzioni della pubblica sicurezza (dai Vigili Urbani alla Prefettura) che in una città che si prepara ad accogliere milioni di pellegrini per via del Giubileo, non ha saputo che si sarebbero svolti i funerali del “Re di Roma” (come è stato proclamato dagli striscioni affissi sulla Chiesa di Don Bosco) con tanto di carrozza barocca trainata dai cavalli, e lancio di petali da un elicottero (secondo l’Enac è tutto conforme alla legge, ma la domanda se invece di petali fosse stato qualcos’altro nasce spontanea in molti romani). Il Sindaco di Roma, Ignazio Marino, inquadra correttamente quanto accaduto evidenziando che non è accettabile questo genere di intimidazione mafiosa, a due mesi dal Maxiprocesso (59 persone alla sbarra) sui fatti di “Mafia Capitale”:

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Il prefetto di Roma, Franco Gabrielli, fa sapere dal canto suo che “di questa vicenda la prefettura non aveva alcuna contezza. Ne chiederemo conto, per cercare di capire, al di là dei clamori, eventuali responsabilità. Senza dubbio c’è stato un difetto di comunicazione, e questo lo dico senza voler fare processi, né mettere nessuno sul banco degli imputati. Dunque è opportuno capire i termini precisi di quanto avvenuto, senza sottovalutare, ma senza nemmeno farci trascinare dal clamore. Aspetto che gli uffici mi riferiscano e poi decideremo” (Repubblica, 20 agosto).

La mafia e la Chiesa

Sul punto – da una prospettiva ecclesiale – don Luigi Ciotti, presidente di Libera: “Le scene viste fuori dalla chiesa dove – con uno sfarzo e un dispiegamento di mezzi, banda musicale, elicottero che lanciava petali di rose, che immaginiamo autorizzato – si sono svolti i funerali di Vittorio Casamonica, non possono lasciarci indifferenti. Non è qui ovviamente in discussione il diritto di una famiglia di celebrare i funerali di un suo membro e la partecipazione di amici e conoscenti. Grave è l’evidente strumentalizzazione di un rito religioso per rafforzare prestigio e posizioni di potere. Sappiamo che le mafie non hanno mai mancato di ostentare una religiosità di facciata, ‘foglia di fico’ delle loro imprese criminali. Una volta di più, e a maggior ragione dopo la scomunica di Papa Francesco dei mafiosi e dei loro complici, è compito della Chiesa denunciarla e ribadire che non può esserci compatibilità fra la violenza mafiosa e il Vangelo”.

Una incompatibilità ribadita tanto da San Giovanni Paolo II che da Papa Francesco per l’appunto.

Era opportuno il funerale in Chiesa?

Come riferiscono le fonti dell’Ansa, la chiesa di Don Bosco a Cinecittà non è nuova alle cronache: “Si è scoperto che quella parrocchia, sormontata da una caratteristica cupola, è la stessa che nel 2006 negò i funerali a Piergiorgio Welby. Malato di Sla, in fase terminale, Welby chiese ai sanitari di staccare la spina (fu eretto a simbolo dell’eutanasia e questo ha contribuito al divieto imposto dall’allora Vicario, il cardinale Camillo Ruini) e gli furono vietati i funerali religiosi. Ma non è tutto: in quella quella stessa parrocchia nel ’90 è stato celebrato il rito funebre del boss della Magliana Renato De Pedis” (20 agosto).<!–nextpage–>

E proprio sulla questione Welby è montata l’indignazione della Rete che si chiede perché a lui le esequie religiose fossero state negate, mentre a mafiosi conclamati no. E’ chiaramente una questione complessa, ma pochi si ricordano evidentemente del clima mediatico che si era creato attorno a quella vicenda che fece propendere per una decisione certamente dolorosa – la Chiesa non esulta mai quando non può celebrare un sacramente – ma che teneva conto del fatto che Piergiorgio Welby era divenuto, volontariamente, un simbolo di una battaglia che la Chiesa non poteva avallare: quella dell’eutanasia. In pratica, si argomentò, le esequie religiose avrebbero creato scandalo, nel senso evangelico del termine, cioè della difficoltà di comprendere e far comprendere come mai ad una persona che dice il contrario di quanto afferma il Magistero circa la vita e il fine vita si possa dare una benedizione. In modo analogo la stessa scomunica sarebbe dovuta pendere su Vittorio Casamonica?

Parroco e Vicariato

Così il parroco Don Giancarlo Manieri: «All’interno della chiesa è stato tutto molto tranquillo, sembravano cattolici di antica data. Ho parlato della speranza cristiana. I manifesti li ho intravisti alla fine e poco dopo, quando il feretro ha lasciato il piazzale, li hanno staccati. Io sono un parroco, quello che succede all’esterno non è di mia competenza».«In ogni caso – prosegue questo è l’anno della Misericordia come avrei fatto a cacciare via la gente? Se qualcuno mi chiede un funerale per un defunto io lo celebro a meno che non ho indicazioni dall’alto come avvenuto per Piergiorgio Welby quando il cardinale Ruini disse di `no, mi assumo la responsabilità´. Cosa che in questo caso non c’è stata». Il parroco spiega ancora: «Sapevo che si trattava di un componente della famiglia Casamonica ma non che fosse il capo del clan. Me ne avevano parlato inoltre come di un cattolico praticante». Eppure conoscendo la fama della “famiglia” non sarebbe stato opportuno chiamare in Vicariato a Roma per sapere come comportarsi? Dalla Diocesi non a caso arriva un imbarazzato commento: «Il rito religioso nella chiesa dove si sono svolti i funerali di Casamonica è stato normale, tutto si è svolto come concordato con il parroco; quello che è avvenuto all’esterno è stato fatto senza autorizzazione, anche se non era il parroco ad avere la competenza». La nota prosegue poi difendendo il parroco che «non era al corrente di cosa stava accadendo», neanche dell’affissione delle gigantografie del boss, «tutto è avvenuto mentre stava celebrando la funzione religiosa».

Dunque si precisa dal Vicariato l’ «imbarazzo» per le «scene hollywoodiane» delle esequie che comunque non potevano «esser negate». «Non sappiamo se questa persona si è avvicinata, si è pentita. Non è possibile giudicare. Certo – ribadiscono fonti in Laterano – la Chiesa non approva la scena hollywoodiana. Ma non aveva nessuno strumento per impedirla» (Corriere della Sera, 20 agosto).

Da più parti si fa notare che quando morì l’ex gerarca nazista Eric Priebke, la Chiesa per evitare che l’evento potesse venire in qualche modo distorto da simpatizzanti o contestatori non negò le esequie, ma evitò una cerimonia pubblica e i funerali si svolsero fuori Roma.

La Chiesa non è compatibile con la Mafia

Sulla lotta alla cultura di morte della Magia c’è una continuità assoluta da vent’anni a questa parte, da quando il 9 maggio 1993, ad Agrigento, San Giovanni Paolo II in seguito alle morti dei giudici Falcone e Borsellino esortò i mafiosi alla conversione: “Dio ha detto una volta: Non uccidere. Non può l’uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Lo dico ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!”.

Così come ha ribadito Papa Francesco poco più di un anno fa a Cassano all’Jonio: appartenere alla Mafia conduce alla scomunica.

In mezzo tanti preti che si sono opposti alla Mafia, uno per tutti: Don Pino Puglisi che il Papa ricorda come “sacerdote esemplare” proprio per la sua azione pastorale tra i giovani per sottrarli al dominio del male dei clan:

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