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Credere in Dio è un po’ come vedere un ballerino nel figlio di un minatore

© Public Domain

padre Gaetano Piccolo - Rigantur Mentes - pubblicato il 11/08/15

La fatica è scoprire nell’altro ciò che io non mi aspetto

Vediamo quello che vogliamo vedere.

La vita ci passa davanti con i suoi colori eppure talvolta continuiamo a vedere in bianco e nero.

È molto più economico produrre in serie i nostri giudizi sull’altro piuttosto che perdere tempo a ricostruire la forma per poterlo comprendere. Ciò che è andato bene una volta sembra poter andare bene sempre!

Se un padre fa il minatore è difficile che riesca a vedere nel figlio un ballerino, come succede in Billy Elliot. Un padre vede nel figlio la propria immagine, ciò che deve imitare o riscattare la propria immagine, magari ciò che deve cogliere le opportunità mancate. Il figlio diventa un prolungamento del sé. Per questo la ribellione del figlio è sempre sentita dal padre come un tradimento.

Il padre di Billy vuole chiudere il figlio dentro i suoi schemi, lo porta in palestra perché impari a fare il pugile. Ma Billy, a differenza di quello che spesso accade nella vita, ha il coraggio di sottrarsi alla violenza del padre. Accetta la sfida di sorprendere il padre, ciò di sorprendere il mondo che vorrebbe decidere di lui.

Non sempre capita così: la nonna di Billy continua a ripetere la stessa frase “potevo essere una ballerina professionista”. La nonna è l’immagine di chi si è lasciato schiacciare dalle attese del mondo e non si è appropriato della sua vita perché non ha avuto il coraggio di sorprendere. Billy invece ha il coraggio di ballare davanti al padre!

In questo caso la storia è a lieto fine, il padre accetta di lasciarsi sorprendere dalla vita inattesa del figlio, ma nella realtà, così come nel vangelo di Marco, siamo chiusi alla novità dell’altro.

In Billy Elliot si parla di minatori, nel vangelo di falegnami! Ma in entrambi i casi la fatica è scoprire nell’altro ciò che io non mi aspetto. L’altro sta davanti a me come un mistero, un mistero che non posso risolvere o ridurre alle mia soluzioni. Così Dio sta davanti a me come un mistero che mi chiede di lasciarmi sorprendere. Un Dio che si rivela, anzi si nasconde, in una realtà banale. Un Dio che mi chiede di essere cercato laddove mi sembra impossibile trovarlo. Credere in Dio è un po’ come riuscire a vedere un ballerino nel figlio di un minatore.

Gesù continuava ad insegnare, continua cioè a chiederci di lasciare le nostre pretese di sapere già tutto sull’altro, ci chiede di non cedere alla tentazione del determinismo, di pensare che le cose non possano essere diversamente. La fede è accogliere la differenza. La vita, la relazione, è accogliere la differenza. Ma accogliere la differenza non è mai una soluzione economica, chiede sempre un investimento.

Un Dio che sta dentro le mie attese e i miei schemi è più rassicurante. Un Dio su cui proiettare le mie immagini, le miei idee di chiesa, di famiglia, di accoglienza, è più gratificante. Peccato che nel frattempo Dio se ne sia già andato dalle mie scatolette ben ordinate! E lì non poteva compiere nessun prodigio…

È molto più semplice pensare che l’ostrica non possa che restare attaccata allo scoglio (cf G. Verga).

Qui l'articolo originale

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