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Suore domenicane a Erbil: Isis ha ucciso il nostro futuro

© Aiuto alla Chiesa che Soffre

Aiuto alla Chiesa che Soffre - pubblicato il 31/07/15

"Nei primi otto mesi dall’invasione dello Stato Islamico, abbiamo perso dodici consorelle"

«Nei primi otto mesi dall’invasione dello Stato Islamico, abbiamo perso dodici consorelle. Il loro cuore non è riuscito a sopportare tanta sofferenza». Così Suor Justina, delle suore Domenicane di Santa Caterina da Siena, riassume ad Aiuto alla Chiesa che Soffre il dramma vissuto da tante religiose costrette a fuggire dal Califfato.

Suor Justina è rientrata dall’Italia un anno e mezzo fa. Il convento dove viveva vicino Pisa è stato chiuso e lei è tornata ad Ankawa, sobborgo a maggioranza cristiana di Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno. Appena in tempo per assistere all’esodo di 120mila cristiani che nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014 hanno abbandonato la Piana di Ninive per trovare rifugio in Kurdistan. «È impossibile descrivere quanto è accaduto in quei giorni. Intere famiglie hanno perso tutto. Per paura di essere uccisi dallo Stato Islamico sono scappati senza neanche prendere i documenti».

Assieme ai profughi, alla casa delle domenicane di Ankawa sono giunte anche molte consorelle fuggite dalle città e dai villaggi caduti in mano ad Isis. «Sono arrivate in lacrime, traumatizzate, stanche, sporche». Tra loro Suor Lyca che racconta le dieci interminabili ore di viaggio verso Erbil. Per tutta la giornata del 6 agosto, mentre molti altri abitanti di Qaraqosh erano già fuggiti, le religiose sono rimaste nel villaggio cristiano per sostenere i fedeli terrorizzati.

«Speravamo che la minaccia sarebbe durata soltanto alcuni giorni – ricorda – ma quando i peshmerga hanno smesso di difenderci, abbiamo capito che non vi era più alcuna speranza». Le religiose hanno lasciato il convento alle 11.30 di sera. In condizioni normali sarebbe stata sufficiente un’ora per raggiungere Erbil, ma le strade erano invase da macchine e famiglie in fuga e le religiose hanno camminato fino al mattino seguente, senz’acqua e con una temperatura di oltre 40 gradi. «In marcia ai bordi della strada vi erano migliaia e migliaia di persone, mentre ogni macchina ospitava almeno dieci passeggeri».

Nonostante il grave shock subito, appena giunte ad Ankawa le suore domenicane si sono messe al servizio dei rifugiati: dall’assistenza nei campi profughi, alla gestione dei dispensari, alla pastorale giovanile. Alcune di loro vivono in uno dei container donati da Aiuto alla Chiesa che Soffre ai profughi cristiani. «Ci impegniamo soprattutto per garantire un’educazione ai ragazzi –  dichiara ad ACS Suor Diana – facciamo del nostro meglio ma purtroppo non è abbastanza. Isis sta uccidendo il nostro futuro, perché se questa generazione non riceverà un’istruzione non ve ne sarà un’altra».

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