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Chiesa

La morte non ha l'ultima parola

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David Mills - pubblicato il 29/07/15

Una riflessione ispirata da una perdita

Quando ho scritto la settimana scorsa, la madre di mia moglie stava morendo. È morta domenica mattina, all’età di 95 anni, dopo una vita lunga e piena. È stata una buona morte, per usare una sfortunata definizione vecchio stile, ma la morte è sempre morte. Un effetto, come molti di voi capiranno, è farmi pensare di più alla morte e alle persone care che sono morte, come mio padre.

La morte di una persona amata è uno di quei momenti estremi che inseriscono in un contesto i disaccordi umani, anche le profonde differenze tra i cristiani ora divisi. I miei genitori hanno iniziato ad andare in chiesa e si sono inseriti in Chiese protestanti conservatrici. Io ho iniziato ad andare in chiesa muovendomi nell’altra direzione, prima nella Chiesa episcopale e poi in quella cattolica. Ora che sono più anziano, vedo che c’è meno differenza nei posti in cui siamo finiti di quello che credevamo, guardando alla scelta dell’altro con lo zelo dei convertiti. Ma non è che non ci siano differenze.

La loro ultima Chiesa è stata la classica Chiesa congregazionalista del New England: doghe bianche, finestre alte e il campanile, e dentro il pulpito su una piattaforma rialzata con un tavolo (una sorta di altare vestigiale) sul pavimento di fronte. Oltre ai fiori sempre sul tavolo, la chiesa non aveva decorazioni sui suoi muri bianchi. Non c’era nemmeno una croce da vedere.

Per il funerale di mio padre, il pastore aveva collocato sul tavolo una sua foto, e con il suo volto circondato dal background azzurro del fotografo professionista sembrava un’icona. Emmanuel aveva anche messo dei fiori da ogni lato della foto. Erano stati grandi amici.

Abbiamo cantato degli inni, i preferiti di mio padre, e poi abbiamo ascoltato i tradizionali passi funebri tratti dalla Scrittura e un eccellente sermone. Alla fine di quest’ultimo, Emmanuel è andato verso il tavolo e ha preso la fotografia. Guardandola, ha detto a mio padre quanto aveva significato per lui e quanto sentisse già la sua mancanza. Ha terminato dicendo “Arrivederci, amico mio” sempre guardando la foto, e poi l’ha riposata con reverenza sul tavolo. Mia sorella era andata nella stessa chiesa, e alla fine del servizio ha letto una lettera che aveva scritto a mio padre. Anche lei ha finito dicendo arrivederci.

Stavano parlando a mio padre. Le parole del pastore e la lettera di mia sorella non erano un modo creativo di dire qualcosa su di lui. Lì, in quella piccola chiesa congregazionalista, in un edificio che proclamava la forma più semplice, chiara e ridotta della pietà protestante, il pastore e un fedele del suo gregge pregavano il defunto. Lo avrebbero negato entrambi, ma era quello che stavano facendo.

Penso che nel pregare il defunto il pastore e mia sorella stessero seguendo i propri istinti, e li ammiro per questo. Alcuni dei loro pari protestanti – molti miei amici protestanti – direbbero che si erano arresi ai loro istinti. Dicono che pregare i defunti sia una delle forme di corruzione che sono entrate presto nella Chiesa cattolica perché la gente aveva scelto di indulgere nei propri istinti, e una di quelle forme di corruzione dalle quali la Riforma ha cercato di ripulire il cristianesimo. La differenza è assai profonda e interessa modi molto diversi di comprendere la Chiesa e come questa vive attraverso la storia.

E non è una differenza di poco conto. Riguarda come si vive nel mondo, cosa sente il mondo. Determina a cosa assomigliano le nostre chiese: se con muri bianchi e vetrate chiare o piene di vetri colorati e di statue. Decide se pensi che tuo padre morto e San Francesco e la Madonna siano vicini o lontani, se fai dire delle Messe per i tuoi genitori dopo che sono morti o ti limiti a tirar fuori dei ricordi.

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