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Arturo Paoli, “la mia identità l’hanno formata i poveri”

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Chiara Santomiero - Aleteia - pubblicato il 13/07/15

Si è spento a 102 anni fratel Arturo Paoli, "Giusto tra le nazioni": una vita spesa al servizio della dignità dei poveri

L'aggettivo che più ricorre in queste ore relativamente alla vita del sacerdote dei Piccoli fratelli di Gesù Arturo Paoli, morto a Lucca nella notte, è "straordinaria", non solo per la sua durata – ben 102 anni –, ma per l'intensità di esperienze e l'esemplarità di fede e impegno accanto ai poveri e ai perseguitati. Da assistente nazionale della Gioventù maschile di Azione cattolica (Giac) nel 1954, a causa delle divergenze della presidenza della Giac con la gerarchia, Paoli passò all'incarico di cappellano in una nave di emigranti italiani in Argentina, dove incontrò un religioso dei Piccoli fratelli e decise di entrare nella congregazione nata dalla spiritualità di Charles de Foucauld. Dopo il noviziato nel deserto di Algeria, nel 1957 venne inviato in Sardegna, tra i minatori, per fondare una Fraternità. Nel 1960 lasciò di nuovo l'Italia -dove tornerà in maniera stabile solo 45 anni dopo, nel 2005 – per l'America latina dove l'incontro con la povertà e le disuguaglianze sociali diventano esperienza condivisa nelle favelas e centro della sua predicazione del Vangelo. In Argentina è accanto ai boscaioli di Fortín Olmos, ma la sua attività lo rende inviso al regime militare e finisce nell’elenco dei condannati a morte. Si salvò in Venezuela e da lì nel 1985 si trasferì in Brasile diventando animatore di progetti sociali e di promozione umana. Dal 2006 era tornato nella città natale, Lucca, presso la chiesa di San Martino in Vignale, dove continuava la predicazione incontrando centinaia di giovani e adulti affascinati dalla lucidità del suo pensiero basato sulla radicalità evangelica. Nel 1999 ha ricevuto dall'ambasciatore di Israele in Brasile il titolo di "Giusto tra le Nazioni" per aver salvato la vita di Zvi Yacov Gerstel e di sua moglie. Il 25 aprile 2006 ha ricevuto la Medaglia d'oro al valor civile per le mani del Presidente della Repubblica Ciampi con la motivazione: «Nel corso dell'ultimo conflitto mondiale, con encomiabile spirito cristiano e preclara virtù civica, collaborò alla costruzione di una struttura clandestina, che diede ospitalità ed assistenza ai perseguitati politici e a quanti sfuggirono ai rastrellamenti nazifascisti dell'alta Toscana, riuscendo a salvare circa 800 cittadini ebrei. Mirabile esempio di grande spirito di sacrificio e di umana solidarietà». Il 19 gennaio del 2014 un lungo colloquio personale di oltre 40 minuti, carico di grande emozione, segnò il nuovo incontro tra Arturo Paoli con il papa dei poveri, Francesco, conosciuto in Argentina nel 1969 quando era un giovane gesuita.

L'economia e i beni della terra

"Non si può parlare di pace seriamente e sperare nella pace, quando la società porta con sé delle fratture profonde, delle diseguaglianze abissali come le attuali". Sembrano parole di Francesco durante il viaggio appena concluso in America latina e in effetti riguardano queste continente, ma le ha scritte Arturo Paoli (n.d.r il testo ormai fuori catalogo è "La gioia di essere liberi", 2002). "Il riconoscimento dell'alterità, della responsabilità verso gli altri, il salvare l'economia aprendola alla sua vera dimensione del ripartire a tutti i viventi i beni della terra, simbolo della vita a cui ogni essere ha diritto, sono le premesse della pace. La pace non è solo affidata all'incontro di leader politici, la pace sorge in condizioni materiali su relazioni umane sane, normali, sulla cessazione di atti di brigantaggio e di depredazione di beni commesse da singoli, da gruppi imperanti o da governanti disonesti. Queste relazioni violente sono atti di guerra, impossibile la pace senza il cambio sostanziale nelle relazioni. Il capitalismo ha prodotto sotto apparenze di progresso e benessere uno stato di guerra".

La libertà e la pace

Paoli raccomanda alla responsabilità di tutti il valore supremo della pace, soffermandosi sul significato della libertà. "Come il grande inquisitore di Dostoevskij ci viene da pensare che la libertà è un dono troppo pericoloso, ma è quello che distingue la persona da altri esseri. Tutti questi quesiti che ci portano a uno stato di angoscia o ci spingono a vivere spensieratamente il frammento di felicità alla nostra portata, svaniscono come d'incanto quando ci impegniamo in qualche iniziativa per la pace, quando assumiamo coraggiosamente la nostra responsabilità di costruire la pace. Non è una parola troppo grande per la minima importanza della nostra esistenza? Anche questo dubbio si cancella solo con le nostre decisioni. Penso che tutti gli uomini di buona volontà, che abbiano una fede religiosa o che ne siano privi, debbano unirsi per costruire e difendere la pace. In questo impegno e solo in questo possiamo interpretare le gravissime sofferenze dell'umanità come dolori del parto e vivere le speranze e trasmettere agli altri la speranza".

I poveri

Nel corso della sua lunga vita Arturo Paoli disse che la sua identità l'avevano formata i poveri, di cui ha condiviso la faticosa esistenza nelle favelas e nei barrios più poveri dell'America latina. "La scoperta del nesso infrangibile tra la pace e la giustizia – scrive in "La gioia di essere liberi" – mi ha orientato alla scelta dei poveri. Non mi sono mai sentito un benefattore, ma un europeo cristiano, un bianco che va a chiedere perdono a coloro che noi abbiamo dominato e oppresso e che oggi spingiamo sempre di più verso la miseria. Non potevo chiedere perdono con le parole che suonano false e ipocrite quando scendono dalla bocca di chi gode il benessere e il di più, conquistati, mantenuti e difesi con l'ingiusto sistema di sfruttamento del quale facciamo parte. Cerco di condividere con loro il diritto a una liberazione aiutandoli non a sopravvivere, ma a raggiungere una qualità di vita cosciente dei propri diritti e capace di conquistarli. Per me questa è la buona notizia che Gesù ha annunziato all'umanità affidandola come messaggio alle generazioni che si succederanno nello scorrere del tempo".

L'inquietudine per il Vangelo

Il Vangelo è stata la "passione" di Paoli e il suo testamento morale è sintetizzato nella "inquietudine per il Vangelo". "Dobbiamo continuare a seminare senza sosta l’inquietudine del Vangelo" disse il sacerdote in un'intervista a Famiglia cristiana in occasione del conferimento della medaglia d'oro al valore civile. "Mai scoraggiarsi di fronte alle ingiustizie, mai smetterla di lavorare per il Regno di Dio, anche se a volte qualcuno ci accusa di lottare per altri princìpi, per altre ideologie. Io sono tranquillo: ho passato la vita a cercare di costruire il Regno di Dio". In un'altra intervista al mensile Jesus tornò sui contrasti con la gerarchia che hanno segnato il suo percorso: "Per me – disse Paoli – l’obbedienza non è un problema. Ma dico che il concetto di santo non coincide necessariamente con religioso. Il giudizio va dato sulla costruzione del Regno di Dio: beati i poveri, i miti… Io sento che sarò giudicato su questo e non sul devozionalismo, che in questo secolo non ha impedito guerre e sangue. E’ sull’uso della mia libertà che mi si chiederà conto. Se uno risponde “Eccomi” è santo. Diventare santi è drammaticamente difficile appunto per la semplicità della risposta. E’ difficile obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”.  

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