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Sentenza eutanasia: a Strasburgo vince il nichilismo

© CITIZENSIDE/CLAUDE TRUONG-NGOC / AFP
FRANCE-COURT-HEALTH-EUTHANASIA-EUROPE-RIGHTS FRANCE, Strasbourg : Viviane Lambert (R) looks on prior to the hearing in the case of her son, Vincent, a quadriplegic man who is currently on artificial life support in a hospital in Reims, at the European Court of Human Rights in the eastern French city of the Strasbourg on June 5, 2015. Europe's rights court upheld the decision of a French court to allow a man in a vegetative state to be taken off life support, in a ruling that could become a benchmark on the continent. The court ruled that a decision to stop intravenously feeding Vincent Lambert, who was left severely brain damaged and quadriplegic as a result of a 2008 road accident, did not violate European rights laws. - CITIZENSIDE/CLAUDE TRUONG-NGOC
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La Corte dei diritti dell’uomo autorizza la morte di Vincent Lambert senza mai usare la parola “eutanasia”

Vincent Lambert ha 39 anni, è francese e nel 2008 a causa di un incidente d’auto ha subìto danni gravissimi al cervello che lo hanno reso tetraplegico: Lambert si trova in quello che viene definito dai medici “uno stato di coscienza minima”, giudicato irreversibile da diverse perizie mediche. Lambert muove gli occhi e sente il dolore ma ancora non è stato possibile stabilire con lui alcun tipo di comunicazione: è completamente afasico. Sopravvive grazie alla nutrizione per via endovenosa.

Lo scorso venerdì 5 giugno la Corte europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata sul suo caso, autorizzando la sospensione del trattamento medico che lo tiene in vita. Questa decisione, spiega Le Monde, non potrà essere oggetto d’appello e potrebbe aprire di fatto la strada all’eutanasia di Lambert, vietata dalla legislazione francese.

Il pronunciamento del 5 giugno è importante anche perché è il primo in cui la Grande camera della Corte europea – il più alto organo, che si esprime solo in occasioni particolari – decide in merito al fine vita e all’eutanasia. La vicenda di Vincent Lambert crea quindi un precedente pericoloso, cui potranno appellarsi i familiari di malati europei in situazioni simili a quella di Lambert, definendo di fatto l'eutanasia come un diritto dei cittadini europei (Il Post, 6 giugno).

Il cuore del problema, già presente nella sentenza del 2013 relativa all’ipotesi suicidaria: la vita e la morte sono questioni private, lo Stato non è chiamato a tutelare un valore anziché un altro; il contrario rispetto alle precedenti posizioni della Corte, il silenzio al posto della solidarietà (Avvenire, 6 giugno).

 

La reazione dei vescovi francesi

La decisione della Corte di Strasburgo sul caso di Vincent Lambert è una occasione per “ricordare che non c’è vita che sia utile o inutile e che non si può dire che una vita ha più valore di un’altra. Battiamoci per affermare che la vita, qualunque essa sia, deve essere difesa”. A parlare è il segretario generale della Conferenza episcopale francese, monsignor Olivier Ribadeau Dumas, che affida al quotidiano cattolico La Croix il suo commento alla decisione presa oggi a Strasburgo dalla Corte europea dei diritti umani di dare il via libera all’eutanasia di Vincent Lambert. Tre sono i punti ribaditi dal segretario generale Ribadeau Dumas:
 

“il primo è che non si tratta di una questione di “eutanasia in generale” ma “di una persona umana che si chiama Vincent Lambert. Non dimentichiamoci che è in gioco la vita di una persona”. Il secondo punto è che “il ruolo della Corte europea dei diritti dell’uomo è quello di giudicare nel diritto ma non di qualificare i fatti dal punto di vista etico. Questa decisione di diritto non ha nulla da dire sul piano etico” e rivela “la complessità della situazione”. La terza questione sollevata dai vescovi francesi è che “questa decisione avviene proprio nel momento in cui il Senato sta esaminando di nuovo il progetto di legge sul fine vita”. Si tratta del progetto di legge presentato dai parlamentari bi-partisan Claeys-Leonetti. “I dibattiti in corso alla Commissione affari sociali del Senato – puntualizza mons. Ribadeau Dumas – riguardanti soprattutto l’alimentazione artificiale, dimostrano che siamo in presenza di un argomento estremamente complesso”. Da qui un invito: “Non si può assolutamente generalizzare casi che sono strettamente individuali. La Corte non dice che dobbiamo fermare le cure di tutte le persone in stato di ‘coscienza minima’. Attenzione a non dedurre dalla sentenza conseguenze che non ci sono. In tali casi, il medico ha una responsabilità essenziale così come la famiglia del paziente, che viene consultata dal corpo medico. Questo giudizio non eroga conclusioni generali circa la fine della vita” (Sir, 5 giugno)”

L'opinione critica dei giudici di minoranza

«Nel 2010, per celebrare il suo 50esimo anniversario, la Corte [europea dei diritti dell’uomo] ha accettato il titolo di “Coscienza dell’Europa”. (…) Siamo dispiaciuti ma la Corte, con questa sentenza, ha perso il diritto a fregiarsi di quel titolo». Così si conclude il documento emesso dai cinque giudici di Strasburgo che si sono opposti alla sentenza di venerdì, con cui la Corte a maggioranza ha autorizzato la Francia a far morire di fame e sete Vincent Lambert.

Il verdetto di venerdì, deciso con una maggioranza di 12 voti contro 5, chiude in modo definitivo una battaglia legale cominciata nel 2013, quando Rachel, moglie di Vincent, ha autorizzato il medico a interrompere l’alimentazione del marito. Vincent, dal 2008 in stato di coscienza minima in seguito a un incidente, è stato salvato in extremis dai genitori, che chiedono di poter curare il figlio.

Come spiega Tempi che riportano gli stralci più significativi del documento dei giudici:
 

“La Corte europea ha dato ragione al Consiglio di Stato francese, che aveva autorizzato l’interruzione di alimentazione e idratazione, affermando che così «non viene violato il diritto alla vita iscritto nell’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo». Il paradosso della sentenza è che rispettando il suo diritto alla vita, Vincent Lambert verrà ucciso. Ecco perché i cinque giudici che si sono opposti a questa decisione – Hajiyev, Šikuta, Tsotsoria, De Gaetano e Gritco – hanno rilasciato un comunicato di fuoco contro la sentenza.

«Dopo un’attenta riflessione», hanno scritto, «dopo che tutto è stato detto e scritto, dopo che le distinzioni giuridiche più sottili sono state fatte, dopo che i capelli più fini sono stati spaccati in quattro, noi pensiamo che questa sentenza affermi né più né meno che una persona gravemente handicappata, che nello stato attuale non può comunicare la sua volontà, può, sulla base di numerose affermazioni contestabili, essere privata di due componenti essenziali al mantenimento in vita, cioè l’alimentazione e l’acqua. (…) Noi pensiamo non solo che questa conclusione sia terrificante ma anche – e ci dispiace doverlo dire – che essa equivale a un passo indietro nel grado di protezione che la Convenzione europea per i diritti umani e la Corte hanno fino ad oggi offerto alle persone vulnerabili».

Per i cinque giudici, la decisione dei colleghi è del tutto incomprensibile. «Vincent Lambert non è in stato di morte cerebrale (…). Infatti, può respirare da solo (senza l’aiuto di un respiratore artificiale) e può digerire gli alimenti, anche se ha difficoltà (…). Ma la cosa più importante è che niente prova che lui senta dolore. (…) Quindi, l’alimentazione e l’idratazione per via enterale sono assolutamente proporzionate allo stato in cui Vincent Lambert si trova. Quindi non capiamo perché il suo trasferimento in una clinica specializzata dove ci si può occupare di lui sia stato bloccato dalle autorità».

Proseguono i giudici: «In altri termini, Vincent Lambert è vivo e ci si occupa di lui». Noi «poniamo quindi la domanda: che cosa può giustificare uno Stato ad autorizzare un medico, non a “staccare” Vincent Lambert, visto che non è attaccato a nessuna macchina, ma piuttosto a smettere o ad astenersi dal nutrirlo e idratarlo, in modo tale da affamarlo fino alla morte? Qual è la ragione urgente, in questo caso, che impedisce allo Stato di intervenire per proteggere la vita? Considerazioni finanziarie? Nessuna è stata avanzata. Il dolore provato da Vincent Lambert? Niente dimostra che lui soffra. Forse perché non è più utile o non importa più alla società, per cui in realtà non è più [considerato] una persona ma soltanto una “vita biologica”?».

Va infine sottolineato che «non ci sono indicazioni chiare riguardanti ciò che Vincent Lambert vuole realmente», l’uomo infatti non ha mai chiesto di morire. E «in ogni caso la volontà del paziente non è determinante per la decisione finale» perché tra i «criteri previsti dall’articolo L. 1110-5 del codice di salute pubblica» per dirimere un caso come questo, non rientra la volontà. In ogni caso, «la sua volontà non è mai stata determinata».

Resta allora una domanda inevasa: come si può allora, se queste sono le condizioni, autorizzare la morte di Vincent Lambert? Basta non «avere una coscienza». Quella persa dalla Grand Chambre

 

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