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Ma quando nella Chiesa i laici diventeranno “maggiorenni”?

© Alexey Losevich/SHUTTERSTOCK
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Oggi si aggira un clericalismo diverso da quello antico

Devo confessare che ho provato un certo malessere, a leggere il discorso di Francesco ai vescovi italiani. Avrei dovuto gioire per quell’invito che ha fatto, a “rinforzare l’indispensabile ruolo dei laici disposti ad assumersi le responsabilità che a loro competono”. E invece è stato un altro il passo che mi ha più colpito, e lasciato perplesso: è stato là dove il Papa ha affermato che i laici, in possesso di una formazione cristiana autentica, “non dovrebbero aver bisogno del vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo! Hanno invece tutti la necessità di un vescovo pastore!”.

Ebbene, se il capo, ripeto, il capo della Chiesa cattolica ha dovuto richiamare un principio del genere – ricordandolo a vescovi e sacerdoti, anzitutto, ma anche a certi laici, spesso più clericali dei preti – non c’è forse da chiedersi dove sia finita quella immensa carica di novità che il Concilio Vaticano II, recuperando dalla tradizione antica la bellissima immagine del “popolo di Dio”, aveva immesso nel corpo del cattolicesimo? E che, sparita la rigida separazione di “ordini”, aveva portato a riconoscere finalmente ai laici una vera responsabilità nella vita e nella missione ecclesiale?

Quando il Vaticano II era cominciato, il laico cristiano era ancora considerato un “minorenne”, anzi, un “oggetto misterioso”, non essendo né prete né monaco. Ma poi c’era stata la svolta. La Chiesa – aveva detto un padre conciliare, lo statunitense Ritter – non poteva continuare a “trattare i laici come un padrone tratta i suoi operai”. Così, facendo precedere il capitolo sul “popolo di Dio” a quello sulla gerarchia, e quindi riaffermando l’unità di tutti i membri della comunità cristiana in forza del comune battesimo, la costituzione “Lumen gentium” aveva sanzionato il ruolo specificamente ecclesiale dei laici. Un’altra costituzione, la “Gaudium et spes”, ne aveva sottolineato la condizione secolare. E infine il decreto “Apostolicam actuositatem” aveva delineato i fini dell’apostolato laicale e i diversi campi di impegno.

Tutto perciò lasciava credere che si fosse aperta una grande stagione per il laicato cattolico. Sulla scia del Sinodo dei Vescovi del 1987 e della successiva esortazione apostolica “Christifideles laici”, si era registrato un massiccio ingresso dei laici nel servizio liturgico, nella catechesi, nel settore caritativo, nel volontariato. Poi, lo sviluppo rigoglioso dei nuovi movimenti, dei gruppi biblici e di preghiera. E ancora, la sempre più vasta presenza delle donne, specialmente nella trasmissione della fede a bambini e ragazzi. La lettera apostolica “Mulieris dignitatem” di Giovanni Paolo II era stata un solenne riconoscimento del “genio femminile”, e quindi dei carismi delle donne, della loro vocazione, della loro missione specifica nella Chiesa.

Ma perché tutto questo, in seguito, non s’è tradotto in prassi pastorale? Perché è rimasto come un fossato tra i documenti pontifici, da una parte, e, dall’altra, i comportamenti di molti parroci e anche di non pochi vescovi?

Nel post-Concilio, all’inizio, c’era stata una eccessiva preoccupazione nell’attuare prevalentemente le riforme esterne, strutturali. Poi, con il passare del tempo, molti uomini di Chiesa si erano rivelati fortemente contrari ai grandi cambiamenti varati dal Vaticano II. E, a farne maggiormente le spese, era stata proprio la costituzione-cardine, la “Lumen gentium”. L’immagine del “popolo di Dio” (oltretutto deformata da indebite interpretazioni politiche) era via via scomparsa: e, con essa, le tante nuove prospettive legate all’ecclesiologia di comunione. Così, venendo a mancare l’impianto teologico-pastorale, non era mai veramente decollata quella rete di strutture diocesane – Consigli pastorali e presbiterali – che avrebbero dovuto promuovere la vita ecclesiale.

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