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Il rapporto tra islam e cristianesimo visto con gli occhi di un testimone

© Mohammed HOSSAM / AFP
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Il missionario gesuita Giovanni Fausti scrisse una serie di articoli sul rapporto tra le due religioni su incarico di papa Pio XI

“Un capitale di sapienza per cementare il dialogo interreligioso e interpretare le tensioni e le sfide più attuali”. Così padre Antonio Spadaro, S.I., direttore de La Civiltà Cattolica, la rivista della Compagnia di Gesù, definisce le riflessioni del gesuita martire in Albania padre Giovanni Fausti sul dialogo tra islam e cristianesimo, ora ripubblicate nel testo “Islam e cristianesimo. Riflessioni di un testimone” (Ancora).

Padre Fausti venne fucilato dal regime di Enver Hoxca il 4 marzo 1946. Sostenitore di un “Vangelo dialogante” inserito nella fede e nella cultura del popolo, negli anni Trenta del Novecento ricevette l'incarico di scrivere una serie di articoli su La Civiltà Cattolica sul tema dell'islam. A chiederglielo fu papa Pio XI, convinto che fino a quel momento si fosse fatto poco per avvicinare i musulmani.

Le intuizioni di padre Fausti sul dialogo tra islam e cristianesimo possono essere rilette oggi alla luce del pontificato di papa Francesco, che ha scelto proprio l’Albania come sua prima meta europea, il 21 settembre scorso. Nel Paese, scrive padre Spadaro nella prefazione, le varie confessioni religiose presenti, tutte oppresse sotto la dittatura, hanno imparato a convivere bene insieme: musulmani (sunniti e bektashi) e cristiani (ortodossi e cattolici), smentendo “quanti usano la religione per alimentare i conflitti”.

Rileggendo le parole di padre Fausti alla luce di quelle di papa Francesco, osserva Spadaro, si può trovare “una lezione forte e una voce chiara anche per i nostri giorni”.

Nel saggio introduttivo al testo, padre Giovanni Sale, S.I. ricorda che negli articoli di padre Fausti sul rapporto tra islam e cristianesimo il tema viene affrontato per la prima voltautilizzando un approccio eminentemente storico-critico e un linguaggio tipico del dialogo: “non più quello della polemica difensiva o offensiva, che aveva caratterizzato in passato molta letteratura cristiana su questo argomento, ma quello del confronto e della valorizzazione dei punti in comune tra le due religioni. Tutto questo naturalmente a partire da una prospettiva cristiana fermamente presupposta, ma che tentava di uscire dal proprio hortus conclusus per cercare di comprendere una religione per secoli considerata la principale nemica”.

L’intenzione del gesuita “non era né di creare un generico concordismo teologico tra le due grandi religioni monoteiste, né tantomeno di metterle sullo stesso piano dal punto di vista delle verità di fede rivelate, ma, anticipando posizioni del Concilio Vaticano II, riteneva che si dovesse accogliere ciò che di buono e di accettabile anche per il cristiano c’è nell’islam”, apprezzando anche “i tesori di vita spirituale e ascetica che l’islam aveva prodotto nella sua storia secolare”.

L’idea di fondo che percorre gli articoli del padre Fausti, e attraverso cui questi fissa i punti di vicinanza, di contatto e allo stesso tempo di distanza e di opposizione tra le due religioni monoteiste, è la distinzione tra un “islam della carne” e un “islam dello spirito”. Il primo, a suo avviso, sarebbe una sorta di degenerazione dell’islam primitivo predicato da Maometto alla Mecca, il secondo quello con cui il Profeta iniziò la sua carriera e che ebbe più di un tratto in comune con il cristianesimo, che “non cessò mai di influire sulla corrente mistica e spirituale sviluppata in seno all’islam”.

Secondo padre Fausti, bisognava distinguere il Maometto della Mecca, il predicatore dell’unico vero Dio, misericordioso e compassionevole, il restauratore dell’antica fede dei patriarchi e del Vangelo di Gesù Cristo corrotto dalla tradizione degli uomini, da quello di Medina, impegnato, spada alla mano, insieme ai suoi primi seguaci a combattere gli “arabi idolatri” e a conquistare un impero vasto e potente.

All’inizio della sua predicazione, scriveva il gesuita, per Maometto non c’era contrapposizione tra cristianesimo e islamismo, ma complementarità, solo che per lui il Vangelo era in realtà un Vangelo non autentico ma corrotto, al quale non si poteva prestare fede. Su questo punto Fausti dava ragione al Profeta, che avrebbe conosciuto non l’autentico Vangelo di Gesù Cristo – quello cioè da sempre custodito e annunciato dalla Chiesa cattolica –, ma un Vangelo alterato, apocrifo, redatto da sètte ereticali che vivevano da secoli in quella parte dell’Oriente, abitata da popolazioni beduine. Se Maometto, continuava padre Fausti, avesse conosciuto il vero Vangelo di Gesù Cristo, forse lo avrebbe accolto e predicato al suo popolo, come prima avevano fatto i discepoli del Nazareno.

L'islam spirituale, sosteneva Fausti, era quello “vero”, professato da un Maometto che la storia degli inizi dell'islam presenta non come il creatore di una nuova religione, ma come restauratore dell'antica fede dei patriarchi e del Vangelo di Gesù Cristo. All'epoca, il cristianesimo in Arabia era degenerato perché professato soprattutto da eretici, “ma le idee del Dio uno, della vita futura, della grandezza di Gesù e di Maria sua madre si erano conservate, e Maometto le fece sue”.

“Pensando all'evoluzione dell'islam nei secoli successivi si stenta veramente a crederlo”, confessava padre Fausti, “ma pure è vero che Maometto era persuaso agli inizi della sua carriera, di predicare né più né meno che il cristianesimo”.

Questo, a suo avviso, offriva “un fondamento assai solido di feconda discussione coi sinceri musulmani”, visto che “l'islamismo professa di accettare tutta la rivelazione divina, da Adamo fino a Gesù Cristo, aggiungendovi di più la 'rivelazione maomettana'”.

In questo contesto, per padre Fausti il laicismo e il razionalismo moderno, che volevano “ad ogni costo escludere ogni speciale intervento di Dio nella storia religiosa dell'umanità” e ritenevano le religioni “opera meramente umana, frutto della ingenua speculazione di popolo non arrivati ancora all'ultimo stadio dello sviluppo intellettuale”, erano “assai più lontani dalla verità cattolica che non il profetismo islamico”.

“Non potrebbe essere questa la porta, o se si vuole, la finestra che lascerà entrare nell'islam quel raggio di luce che gli farà conoscere e abbracciare un giorno, quel giorno che a Dio piacerà, la verità cristiana?”, si chiedeva il gesuita.

“Tocca dunque a noi cattolici far conoscere ai musulmani la vita, lo spirito e la dottrina di Gesù Cristo più ancora con le opere nostre e con la santità della nostra vita che non con le parole”.

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