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Il matrimonio nella storia, excursus e testimonianze

Gabriel Li

Roberta Sciamplicotti - Aleteia - pubblicato il 23/01/15

Un libro di Marco Doldi spiega l'evoluzione di questa istituzione

Il matrimonio per come lo conosciamo non è una costruzione culturale, ma appartiene alla natura della persona, cioè “al progetto che uomo e donna, maschio e femmina portano inscritto nel loro cuore, a qualunque latitudine o in qualunque epoca della storia vivano”.

“Non esistono il matrimonio 'tradizionale' e il matrimonio 'moderno': esiste il matrimonio, che finora è stato il luogo più idoneo in cui far sorgere la vita e in cui continuare l’avventura dell’umanità”.

Lo afferma Marco Doldi nel suo libro “Matrimonio e famiglia. Uno sguardo lungo i secoli” (San Paolo), che presenta un lungo excursus dall'antichità ai giorni nostri su questa istituzione, corredato dal punto di vista al riguardo di numerosi pensatori cristiani, dai Padri della Chiesa agli ultimi pontefici.

L'autore ricorda come spesso oggi al posto dei dati costitutivi del matrimonio si collochi genericamente l’amore: “dove c’è amore – si dice – c’è famiglia!”. Se è certo che l’amore è fondamentale per un matrimonio e per la famiglia, “non basta, perché occorre che ci sia la naturale complementarietà dell’uomo e della donna, che amandosi si aprono al dono della vita”.

“La Chiesa ha fatto propria questa visione naturale delle cose, riconoscendo in tale ordine un segno, un’impronta del Creatore; così l’unione stabile e fedele dell’uomo e della donna, aperta alla generazione dei figli, cioè al futuro, appartiene al buon progetto di Dio”.

Alla luce di questo, Doldi parte dalle prime comunità cristiane, spiegando come vivessero “pienamente nella vita del tempo” condividendo quindi con la società loro contemporanea le forme consuete del matrimonio e l’organizzazione della famiglia, che tuttavia corressero alla luce dell’insegnamento del Vangelo. 

“Il primo impegno fu quello della difesa del matrimonio, a motivo della sua istituzione divina e della sua conformità al disegno del Creatore”. “Si rifiutavano tutte le tendenze rigoristiche, che forse in relazione a un rilassamento dei costumi nell’ambiente pagano avevano portato a una svalutazione della sessualità e dello stesso matrimonio”.

Nella Chiesa primitiva veniva esaltata la scelta della verginità per il regno dei cieli, così come i vedovi erano esortati a non risposarsi. In una scala di “perfezione”, dopo la verginità e la vedovanza come sorta di verginità ritrovata che consentiva nuovamente una piena disponibilità e una libera adesione al servizio di Dio c'era il matrimonio monogamico, “bene voluto da Dio e necessario alla trasmissione della vita”, valido anche nel caso in cui fosse risultato sterile, “segno dell’alleanza nuziale fra Dio e il suo popolo, fra Cristo e la Chiesa”.

Nel Medioevo, la vita sociale è stata sempre più caratterizzata dalla presenza del cristianesimo. Una sua ampia parte, specialmente nel campo del diritto di famiglia, ha quindi iniziato ad essere disciplinata dal diritto della Chiesa. Attorno alla metà del XII secolo iniziò a comparire la lista dei sette sacramenti, che includeva anche il matrimonio e divenne ufficiale al concilio locale di Verona (1184). 

“Da questo momento i teologi cercano di riconoscere nel matrimonio i caratteri comuni ai diversi sacramenti”, ricorda Doldi. “Essi sono: l’istituzione da parte di Gesù Cristo, generalmente ritrovata nella presenza del Signore alle nozze di Cana; l’esistenza di una forma (il consenso) e di una materia (gli atti di donazione e accettazione degli sposi); il ministro: in Occidente prevarrà la linea che gli sposi siano i ministri e non il sacerdote che benedice le nozze; il conferimento della grazia”.

Come proprietà essenziali del matrimonio “sono riconosciute l’unità o monogamia, esigita dal diritto romano e insegnata dalla tradizione ininterrotta della Chiesa, e l’indissolubilità, intesa in senso morale – il cristiano non può venire meno al proprio matrimonio – e in senso giuridico – nessuna autorità può sciogliere il legittimo vincolo coniugale”. 

La sintesi dottrinale a cui era giunta l’epoca medievale conobbe una prima radicale contestazione da parte di Martin Lutero (1483-1546) e dei riformatori protestanti. Per Lutero il matrimonio non era un sacramento perché a suo avviso non c'era un fondamento nella Scrittura: il matrimonio esisteva da sempre e non aveva subito mutamenti sostanziali da parte di Cristo.

Lutero era convinto di “aver restituito alla vita coniugale una dimensione religiosa e santa, della quale i teologi cattolici l’avrebbero derubata per secoli a motivo dell’esagerata stima della verginità consacrata”. Ciò derivava dal fatto che, se per lui il matrimonio non era sacramento in senso stretto, era però uno stato di vita santo. Se non era un sacramento, Lutero poteva dire che il matrimonio apparteneva alle competenze dello Stato. Accettava quindi il divorzio, e diceva che in caso di comportamento gravemente cattivo si poteva considerare il coniuge “come morto” e risposarsi, e lo stesso valeva in caso di adulterio.

Il Concilio di Trento volle rispondere alle critiche dei riformatori ribadendo la sacramentalità del matrimonio e correggere la pratica del matrimonio clandestino, esigendo una forma di celebrazione per la sua validità. L’insegnamento medievale circa la specificità dello scambio del consenso come elemento per contrarre matrimonio, infatti, aveva in qualche luogo dato origine ai cosiddetti matrimoni clandestini, celebrati senza alcuna forma pubblica. Già il Concilio Lateranense IV nel 1215 aveva cercato di porvi rimedio, ma non era bastato. Il Concilio di Trento non dubitava del fatto che i matrimoni clandestini fossero veri matrimoni, ma per evitarne l’abuso confermò la pratica di dare pubblicità al matrimonio per tre volte prima della celebrazione, esigendo che, in assenza di ostacoli, si celebrasse in chiesa e il parroco interrogasse l’uomo e la donna domandando il consenso e, accolto questo, li benedicesse. Il matrimonio doveva poi essere celebrato almeno alla presenza del parroco e di due o tre testimoni.

L’Ottocento e il Novecento hanno visto un’intensificazione della riflessione della Chiesa su matrimonio e famiglia. Il Concilio Vaticano II (1962-1965) ha dato al tema un posto particolare, trattandolo in documenti fondamentali come la costituzione Lumen gentium sulla Chiesa, il decreto Apostolicam actuositatem e la costituzione Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, “il testo conciliare più completo” in cui la Chiesa “si pone accanto ai cristiani e a tutti gli uomini che cercano di tutelare e di promuovere la dignità naturale dello stato matrimoniale e il suo eminente valore sacro, per illuminarli e confortarli”. 

Giovanni Paolo II (1978-2005) è stato il pontefice che ha contribuito maggiormente alla teologia del matrimonio, con il suo ampio ciclo di catechesi nel quale ha delineato la teologia del corpo e con documenti come l’esortazione apostolica Familiaris consortio (1981).

E oggi? In un periodo in cui il relativismo ha condotto a pensare che non esista un vincolo per la vita e che il “per sempre” che impegna gli sposi sia praticamente impossibile, in cui la liberazione sessuale ha portato a vivere il sesso in modo slegato dalla persona e dalla sua vocazione a trasmettere la vita e si è affermata la pretesa di svilire il matrimonio, equiparandolo a unioni di altro genere, “per la prima volta nella storia ci si trova nella necessita di dire che cosa siano matrimonio e famiglia e che cosa non lo siano”, ricorda Doldi.

“Questi e altri fattori”, osserva, “hanno inevitabilmente messo la teologia 'al lavoro', e oggi abbiamo a disposizione una riflessione assolutamente ricca e in continuo sviluppo”, da affiancare alla richiesta ai responsabili della cosa pubblica di sostenere il matrimonio e la famiglia, prima cellula della società. 

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