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Martin Lutero, da cattolico ad antiromano

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Centro Culturale "Gli Scritti" - pubblicato il 03/01/15

Il viaggio a Roma, la questione delle indulgenze e la scomunica

I cattolici hanno intravisto per molti secoli Lutero attraverso il quadro tracciato, tre anni dopo la morte del riformatore, da un canonico di Breslavia, Johannes Cochlaeus, che, nel vivo della lotta, presentava il monaco di Wittenberg come un demagogo senza coscienza, un ipocrita e un vile. Ancora all'inizio del Novecento, questa tendenza sfavorevole pervade due opere classiche, quelle del domenicano Denifle e del gesuita Grisar. Denifle ebbe, sì, il merito di sottolineare che non si può attribuire la ribellione di Lutero allo scandalo subito nel viaggio a Roma del 1510-11 (Lutero non subì allora alcuna scossa, e solo più tardi egli accentuò in modo non sempre oggettivo l'impressione negativa da lui provata a Roma), e scoprì il forte influsso, nella formazione teologica dell'agostiniano, della tarda scolastica, fortemente impregnata di nominalismo. D'altra parte, il focoso domenicano in un tono irruente e polemico presentava un Lutero privo di vera umiltà, fiducioso in se stesso, tiepido nella preghiera, dominato da fortissime passioni, e spinto per giustificare la sua condotta a formulare una nuova dottrina. Questa concezione è senz'altro superata: tutti ammettono oggi che l'evoluzione psicologica del giovane religioso e le sue ansie non sono nate da una corruzione morale. A differenza del domenicano, il padre Grisar, che respinge la tesi della corruzione morale, insiste sulla deformazione psicologica di Lutero, proclive a scrupoli, ansie, assillato dal terrore del peccato e del diavolo, anche per una disposizione patologica ereditata dai genitori. Se per Denifle Lutero è un religioso corrotto, per Grisar è un nevrotico. Senza arrivare a queste conclusioni eccessive, un giudizio sostanzialmente negativo è stato pronunziato da altri studiosi, come Léon Cristiani e Jacques Maritain: riaffiora la storia del professore talmente assorbito dal lavoro, da non trovare più tempo per celebrare la Messa e recitare il breviario. Oggi, dopo gli studi di Lortz, Adam e altri, assistiamo ad una rivalutazione di Lutero. Tutti riconoscono in lui una profonda religiosità. Lutero ebbe un'esperienza personale di Dio, un autentico senso del peccato e della propria nullità, da cui si sollevava per l'attaccamento a Gesù Cristo e la confidenza cieca in Lui e nella sua redenzione[2]. La sua familiarità con i mistici tedeschi non si spiegherebbe senza un vero anelito verso il Cristo. A questo si univa una grande carità per i poveri. D'altra parte, l'agostiniano possedeva un carattere forte, unilaterale, eccessivo, esuberante, impulsivo, pronto più ad impadronirsi della realtà che ad accoglierla umilmente. Questo spiega la sua forte tendenza al soggettivismo, che lo spingeva ad un'interpretazione unilaterale della Scrittura, e lo rendeva poco disposto ad accettare le direttive di chi si presentasse come mediatore fra Dio e l'uomo. Questa stessa ricchezza di vita interiore spiega il fascino che egli ha esercitato su chiunque lo ha avvicinato: il dono innato del comando si fondeva in lui con l'irradiazione interiore, la cordialità, la sensibilità per gli altri. Ma dal suo animo scoppiava spesso improvvisa la collera, che lo portava ad espressioni crude, volgari, alle più sfrontate bugie (come nel caso della bigamia concessa a Filippo d'Asia e negata in pubblico), a critiche esasperate contro i suoi avversari, sommersi da un torrente di invettive e di improperi: doctor hyperbolicus, lo chiamavano. Autentica e profonda religiosità, tendenza al soggettivismo, autoritarismo e violenza: ecco alcuni tratti essenziali del riformatore, che spiegano in parte l'immenso influsso da lui esercitato sull'animo tedesco e su tutta la cultura europea. Senza cadere nelle esagerazioni di Maritain, è giusto vedere in Lutero, come diceva Fichte, l'uomo tedesco per eccellenza, l'uomo che non solo ha dato alla Germania una delle prime opere letterarie in volgare, ma ha contribuito alla formazione di una coscienza nazionale tedesca, e, forse, ha concorso ad accentuare nel carattere tedesco alcuni tratti meno felici.[3]

Vita di Lutero[4]

Nato ad Eisleben, in Sassonia, il 10 novembre 1483, Lutero morì in quella stessa città il 18 febbraio 1546. Oriundo da una famiglia di contadini che aveva saputo tenacemente migliorare la propria condizione, Lutero studiò filosofia all'università di Erfurt, in un ambiente pregno di occamismo. Nel 1505, conseguito il dottorato, entrò nel convento degli eremitani di S. Agostino di Erfurt, adempiendo un voto emesso durante un grave pericolo corso durante un temporale, che tuttavia probabilmente aveva soltanto affrettato una evoluzione già in atto da tempo. Ordinato sacerdote due anni dopo, nel 1508 fu chiamato a Wittenberg, e vi insegnò prima etica, poi dogmatica ed esegesi, commentando successivamente i salmi e varie lettere di san Paolo. Nel 1510 venne inviato a Roma per questioni interne dell'ordine (gli agostiniani di Erfurt non vedevano di buon occhio il piano del vicario generale di unire insieme monasteri riformati e non riformati, per timore che la fusione dei due rami, dell'osservanza stretta e mitigata, rilassasse la disciplina). Lutero espose più tardi in modo occasionale l'impressione duramente negativa ricevuta a Roma, ma il suo racconto deve essere interpretato criticamente, alla luce della sua evoluzione posteriore. Da Milano dove era giunto, normalmente l'itinerario dei pellegrini continuava per Piacenza, e Modena, fino a Bologna. Questa probabilmente sarebbe stata la strada dei due agostiniani, se non se ne fossero allontanati per il timore delle truppe francesi e pontificie che combattevano in quelle zone. Giulio II aveva spostato la corte romana a Bologna per condurre personalmente la guerra contro Venezia! Prima di Bologna i due frati attraversarono l'Appennino ed entrarono a Firenze. Avranno guardato alla cupola di Brunelleschi? Si saranno ricordati di Savonarola?

Non sono le meravigliose opere d'arte rinascimentali a suscitare l’ammirazione di Lutero, ma gli incomparabili ospedali, installati in splendidi edifici, con medici dottissimi e infermieri diligentissimi, nei quali gli ammalati sono perfettamente assistiti. Il caldo elogio che tributò loro Lutero è ben conosciuto. «Deínde dixit Lutherus de ítalorum hospítalitate, quomodo ipsorum hospitalia essent provida: regiis aedificiis constructa, optimi cibi et potus in promtu, ministri diligentissimi, medici dottissimi, lectus et vestes mundissimi et picti letti… Huc conturrunt honestíssimae matronae, quae totae sunt velatae;ad aliquos dies serviunt pauperibus quasi ignotae et dein iterunt domum redeuntHoc ego vidi Florentiae» (Tischr. 3940, IV, 17). Da Firenze si diresse a Siena. Ivi gli agostiniani avevano un convento, dove sicuramente avrà trovato una caritatevole ospitalità dove è molto probabile che abbia ascoltato dai suoi confratelli italiani una frase, che dice di aver sentito a Siena, concernente Federico I Barbarossa: «Noi (italiani) abbiamo imparato dal vostro imperatore diversi proverbi, e soprattutto questo: Qui nescit dissimulare, nescit imperare. (WA 51,207) Continuando il viaggio per Bolsena, per Montefiascone, per Viterbo, Ronciglione e La Storta, giunse finalmente in vista della città di Roma.

La popolazione di Roma cresceva notevolmente in quegli anni. Il censimento del 1526 le attribuisce un totale di quasi 55.000 abitanti. L'anno seguente il numero diminuisce di molto a causa del famososacco di Roma (1527).[5]
Il viaggio era stato lungo. Con la fede semplice di un pellegrino medioevale, l'animo commosso da un profondo sentimento religioso, fra Martino arrivò nei pressi di Roma e si affacciò alla valle del Tevere, dalle alture di monte Mario. Depose a terra il povero bagaglio, si scoprì la testa e si inginocchiò con devozione, guardando ai suoi piedi la sospirata Città Eterna.
Ce lo racconta egli stesso «Quando nell'anno 1510 contemplai per la prima volta l’Urbe,[ ]prostrato a terra esclamai: Salve, o santa Roma! Sì, veramente santa, perché è intrisa del sangue dei santi martiri» «Anno 10 cum primum civitatem inspicerem, in terram prostratus dicebam Salve sancta Roma! Ja, vere sancta a sanctis martyribus, quorum sanguine madet» (Tischr. 6059, V, 467). Nessun inno comincia con queste Salve sancta Roma! Forse Lutero si riferiva all'antico inno che solevano cantare i pellegrini medievali avvistando la Città Eterna da Monte Mario:
«O Roma nobilis, orbis et domina, cunctarum urbium excellentissima,roseo martyrum sanguine rubea…»[6]. Avrebbe potuto anche aver presente la nota strofa dell'ufficio di San Pietro e Paolo: «O Roma felix, quae tantorum principum es purpurata pretioso sanguine, excellis omnem mundi pulchritudinem»[7]. Fra Martino discese la costa della collina e attraversò il Tevere a ponte Milvio; poi per la via Flaminia, che si snodava tra vigneti e case di cardinali, si avvicinò alle mura di Aureliano, fortificazione militare con 361 baluardi e dodici porte, per una delle quali sboccò nella piazza del Popolo. Il primo edificio[ ]che incontrò a sinistra, ai piedi del boscoso Pincio, fu la magnifica chiesa di Santa Maria del Popolo, da poco decorata da famosi artisti. Accanto alla chiesa s'ergeva il convento dei frati agostiniani della congregazione lombarda, con cui era in ottime relazioni la Congregazione dell'Osservanza tedesca.[ ]Per questo e perché un decreto del capitolo generale del 1497 ordinava che i frati osservanti forestieri cercassero alloggio a Roma a Santa Maria del Popolo, si afferma di solito che Lutero fu ospitato in quel convento. Fra Martino forse aveva sulla coscienza un gravissimo peccato, con censura riservata alla Santa Sede, voleva confessarsi da qualche penitenziere minore o forse voleva presentare il suo caso al cardinale penitenziere maggiore. Si sarà dunque inginocchiato in un confessionale – forse nella basilica di San Giovanni in Laterano – e avrà esposto al confessore i peccati degli ultimi anni. Non sappiamo come gli avrà spiegato le angosce, le tentazioni, gli scrupoli, i dubbi che attanagliavano il suo animo. Più tardi affermerà che i sacerdoti italiani e francesi sono «del tutto inetti e ignorantissimi, barbari completamente perché non capiscono una parola di latino» (Tischr. 4195, IV, 193; 4585, IV, 389.). Si noti che la testimonianza sui cardinali indoctissimos è dell'anno 1537; ma ancora prima, quando i suoi ricordi erano molto più freschi e non inficiati dalla passione, pensava in altro modo: infatti il 5 agosto 1514 scriveva: «Cum Roma doctissimos homines inter cardinales habeat» (Briefw. I, 29).A chi credere? Al cattolico del 1514 o all'antiromano del 1537. Non merita molto credito nemmeno quando riferisce cose che assicura d'aver visto con i suoi propri occhi; per esempio: «Ho visto a Roma celebrare sette messe nello spazio di una sola ora sull'altare di San Sebastiano». «Vidi ego Romae in una hora et in uno altari S. Sebastiani septem missas celebrari»; basta dare un'occhiata ai messali di allora, per convincersi che era una cosa assolutamente impossibile: dire più di tre messe private in un'ora era inoltre severamente condannato da tutti i moralisti. Un'altra volta afferma che a Roma e in altre parti d'Italia «due sacerdoti celebrano contemporaneamente, uno di fronte all'altro, le loro messe sullo stesso altare». Deluso dalla confessione, si dedicò a lucrare tutte le indulgenze possibili per sé e per i defunti, andando in tutte le chiese, spinto da una pietà folle. «Mi accadde a Roma – diceva nel 1530 – di essere anch'io un santo matto(ein toller Heilige) e di correre per tutte le chiese e catacombe, credendo a tutte le menzogne e finzioni che lì si raccontavano. Anch'io ho celebrato una o dieci messe a Roma, e quasi mi dispiaceva che mio padre e mia madre vivessero ancora, poiché volentieri li avrei liberati dal purgatorio con le mie messe e altre buone opere e preghiere. A Roma si dice questo proverbio: "Beata la madre il cui figlio celebra messa il sabato a San Giovanni". Come mi sarebbe piaciuto rendere beata mia madre!» (WA 31,1, p. 226).

Della basilica di San Pietro in Vaticano costantiniana e medioevale, che in buona parte si conservava e offficiava mentre s'alzavano le mura maestre della nuova costruzione sotto la sapiente direzione di Bramante, gli rimase solo il ricordo dell'immensa grandezza. Una simile impressione aveva riportato delle cattedrali di Colonia e di Ulma. Ivi, in mezzo a un'innumerevole moltitudine di pellegrini, contemplò uno spettacolo che lo commosse devotamente e gli parve una gran cosa (maxima res): migliaia di fedeli s'inginocchiavano tutti insieme davanti al velo della Veronica, cantando – come di solito si faceva in tale occasione – l'inno Salve, sancta facies nostriredemptoris. Erano i giorni in cui Michelangelo stava decorando le lunette e la volta della cappella Sistina e il giovane Raffaello d'Urbino dava gli ultimi ritocchi, nella stanza della Segnatura, alla cosiddetta Disputa del Sacramento, una delle più splendide esaltazioni pittoriche dell'eucarestia. Fra Martino non vide le meraviglie che dietro quelle mura del palazzo papale stava creando il genio italiano; e se per caso le avesse viste non le avrebbe capite. Della basilica di San Paolo fuori le mura soltanto una volta fa rapida menzione nei suoi scritti; indizio certo che avrà visitato quella grande e fastosa chiesa basilicale è un'altra allusione alla vicina località delle Tre Fontane, dove, secondo la tradizione, fu decapitato l'Apostolo delle genti. Da lì, per lavia delle Sette Chiese, i pellegrini erano soliti andare alle catacombe di San Callisto e di San Sebastiano. Qui lo disturbò la precipitazione con cui moltissimi sacerdoti celebravano la messa. Non sempre si mostrò tanto credulone. Vicino al palazzo lateranense – residenza dei papi medioevali – c'è la Scala santa, supposta scala del pretorio di Pilato, che fra Martino, come altri fedeli, salì in ginocchio, dicendo un padrenostro per ognuno dei 28 gradini che la formano; si diceva infatti che con questa pia pratica si liberava un'anima dal purgatorio, ed egli voleva pregare per l'anima di suo nonno; solo che, arrivato all'ultimo gradino. venne questo pensiero: «chi sa se sarà vero? «Sic Romae wolt meum avum ex Purgatorio erlosen, gieng die Treppen hinauff Pilati; orabam quolibet grado Pater Noster. Erat enim persuasio, redimeret animam. Sed in fastigium veniens cogitabam: quis scit an verum» (WA 51,89). Bisogna dire che dove si trovò meglio, come se stesse nella sua patria, fu nella chiesa nazionale dei tedeschi, Santa Maria nell'Anima, di cui tesse un elogio inatteso in un sermone del 1538. Alla domanda qual è la vera Chiesa (con la maiuscola), risponde: è quella che si fonda sulla pietra angolare, che è Cristo, mentre falsa Chiesa è la curia romana, che rigetta la pietra angolare e osteggia la dottrina di Cristo; e prima di continuare ingiuriando il papa, s'interrompe ed esclama: «A Roma c'è la chiesa tedesca con un ospizio; è la chiesa migliore e ha un parroco tedesco»WA 47,425.

Tra il 1515 ed il 1517 si maturò l'evoluzione psicologica dell'agostiniano, e cominciò a formularsi la nuova dottrina. Vari fattori, fra cui soprattutto l'esperienza interna del giovane religioso, e la sua formazione teologica unilaterale, influirono in modo decisivo su questo processo. Dopo un periodo di sereno fervore, che gli conciliò la stima dei confratelli e gli procurò incarichi di fiducia in seno all'ordine, a Wittenberg Lutero cadde in uno stato di profonda inquietudine, temendo di non potersi liberare dal peccato e di appartenere al numero dei dannati. Probabilmente contribuivano a creare quest'angoscia da una parte l'eccessivo lavoro e la propensione alla malinconia, eredità familiare, dall'altra l'occamismo di cui il frate era imbevuto, con l'accentuazione della volontà arbitraria di Dio e insieme con l'eccessiva importanza data alla volontà umana, che doveva trovare una forte eco nel suo animo, avvezzo dall'adolescenza ad una severa educazione morale. Non fu estranea la difficoltà di distinguere la concupiscenza, la tentazione, dal peccato, dal consenso, e la tendenza a raggiungere una esperienza anche sensibile di una realtà tutta interiore e spirituale. L'ansiosa ricerca di una via di salvezza venne a stento consolata dai buoni consigli del vicario generale dell'ordine, lohannes Staupitz. Nello stesso tempo, nelle sue lezioni e nei suoi studi, Lutero approfondiva la conoscenza dell'occamismo, ma anche della mistica tedesca, desumendone l'idea dell'assoluta nullità dell'uomo di fronte a Dio e dell'abbandono passivo a Lui, e soprattutto si appassionava nella lettura dei trattati antipelagiani di sant'Agostino e delle lettere di san Paolo. Lutero più tardi attribuì un'importanza decisiva ad un'illuminazione che avrebbe avuto improvvisamente, forse nel 1517, mentre nella sua stanza, nel settore del convento a forma di torre (donde il nome dato all'episodio, Turmerlebnis, esperienza della torre), meditava su un passo della lettera ai Romani 1,17: «La giustizia di Dio si rivela in esso (nel Vangelo) dalla fede alla fede, come sta scritto: il giusto vivrà di fede». Egli avrebbe allora compreso d'un tratto che la Scrittura usando il termine giustizia non allude all'intervento con cui Dio premia i giusti e punisce i peccatori, ma parla dell'atto con cui il Signore copre i peccati di quanti si abbandonano a Lui attraverso la fede. La lettera ai Romani parla dunque non della giustizia vendicativa, ma della giustizia salvifica, la grazia con cui Dio ci santifica[8].[ ]È probabile che il riformatore abbia dato un peso eccessivo ad un momento di un lungo processo psicologico: comunque il concetto di giustizia salvifica assunse un posto sempre più importante nel suo sistema. È anche vero che l'interpretazione data alla frase biblica era tutt'altro che nuova, come ha sottolineato il Denifle: ma egli ha finito per esasperare un concetto in sé ortodosso (la giustificazione salvifica attraverso la fede), negando in modo unilaterale ogni necessità da parte dell'uomo di disporsi con la sua libera cooperazione alla grazia. Riconoscendo nella grazia non solo un dono assolutamente gratuito, ma anche del tutto indipendente da ogni nostra cooperazione, nel quadro generale dell'arbitrarietà divina propria del sistema occamistico, Lutero poteva trovare uno scampo alla sua ansia: era sufficiente abbandonarsi alla azione salvifica di Dio, bastava credere, per sapersi e sentirsi salvi. Breve fu il passo che portò il professore di teologia agli altri capisaldi della sua dottrina, difesi a poca distanza di tempo, per la logica necessità di salvare il punto centrale, la salvezza attraverso la fede. Mentre egli cercava così di dare una certa coerenza alla sua dottrina, dichiarava di non volersi allontanare affatto dalla Chiesa, senza accorgersi che in realtà andava scavando un solco sempre più largo tra questa e la propria teologia. In sostanza, possiamo riassumere il luteranesimo attorno a tre punti centrali, pur col rischio, quasi inevitabile in simili schematizzazioni, di incorrere in semplificazioni ed imprecisioni. Innanzi tutto, la sola Scriptura: la Scrittura non solo contiene materialmente tutte le verità rivelate da Dio, ma non ha bisogno di essere illuminata e chiarita dalla tradizione, è cioè in sé sufficiente per dare da sola alla Chiesa la certezza su tutte le verità rivelate.[9] Sono escluse così la tradizione e la mediazione della Chiesa con il suo magistero, ed è aperta la via al libero esame. In secondo luogo, giustizia imputata o puramente attribuita, non inerente. La natura umana dopo il peccato originale è irrimediabilmente corrotta, l'uomo ha perso la sua libertà, ogni sua opera è necessariamente peccato. Dio tuttavia, senza cancellare i peccati e senza rinnovare interiormente chi crede in Lui e a Lui si affida, gli attribuisce i meriti e la santità di Cristo, lo considera come se fosse rinnovato e giusto: l'uomo è dunquesimul justus et peccator. Anche sentendoci peccatori, anche senza compiere opere buone, basta abbandonarsi al Signore ed alla sua misericordia, che sola opera in noi[10]. In terzo luogo, ilrifiuto della Chiesa gerarchica, non solo per il rifiuto del primato papale, oggetto di forti attacchi e di frequenti confutazioni in vari scritti, ma per il concetto fondamentale del rapporto diretto del Signore con il singolo fedele, al di sopra e al di fuori di qualsiasi mediazione: «La Chiesa è una comunità spirituale di anime unite in una sola fede …; è l'unione di tutti i credenti in Cristo sopra la terra […] unità spirituale, sufficiente a formare la Chiesa». Corollario di questa concezione sarà il rifiuto della Messa come sacrificio, «il più grave ed orribile misfatto tra tutte le altre forme di idolatria proposta», perché attenta all'unicità e alla sufficienza del sacrificio della croce e, di conseguenza, se non proprio la risoluzione del sacerdozio ministeriale nel sacerdozio universale dei fedeli (di cui pure l'opuscolo Alla nobiltà cristiana della nazione germanica delinea chiaramente i presupposti), certo la riduzione dei presbiteri a predicatori ed amministratori dei sacramenti, e la ferma, radicale negazione di ogni loro capacità di offrire un sacrificio[11]; di qui pure deriva la riduzione più o meno larga dei sacramenti e la forte libertà di culto e di disciplina: ma, la necessità di un punto fermo su cui poggiare la Chiesa, spingerà fatalmente il riformatore, non senza intimi contrasti, ad appoggiarsi ai prìncipi, con una rapida evoluzione dalla concezione tutta spirituale della Chiesa all'organizzazione di una Chiesa statale.

La questione delle indulgenze

L'occasione esterna di manifestare per la prima volta le idee che si andavano sviluppando in lui, venne offerta a Lutero dalla predicazione a Wittenberg delle indulgenze. Fin dal 1507 Giulio II, che aveva dato inizio ai lavori per la costruzione della nuova basilica di San Pietro, aveva concesso un'indulgenza a modo di giubileo, a chi offriva elemosine per l'impresal'iniziativa era stata ripetuta nel 1514 da Leone X. In Germania la situazione si complicava per l'intrecciarsi ed il sovrapporsi di un'altra questione. Alberto di Brandeburgo, arcivescovo di Magdeburgo era stato nominato vescovo di una terza diocesi, Magonza e, per entrare in possesso della lucrosa carica, doveva sborsare alla camera apostolica un'ingente somma, di cui in quel momento non disponeva. La difficoltà venne sormontata in questo modo: la famiglia Fugger, una delle più grandi banche europee di allora, anticipò al giovane e mondano prelato i 29.000 ducati che egli doveva pagare a Roma; il vescovo ottenne la facoltà di far predicare nelle sue diocesi l'indulgenza; le elemosine raccolte sarebbero state devolute per metà alla banca Fugger, per estinguere il debito contratto, metà a Roma per la costruzione di S. Pietro. La predicazione cominciò nel 1517 e, nella provincia di Magdeburgo, venne svolta con grande solennità e fasto da Johannes Tetzel, domenicano, che non sempre si mantenne nei limiti dell'ortodossia. Egli insegnò, sì, giustamente, che l'indulgenza è una remissione della pena, non della colpa, ma, a proposito dell'abituale distinzione fra indulgenza per i vivi e per i defunti, affermò che lo stato di grazia, di confessione ed il dolore per i peccati sono necessari per conseguire l'indulgenza per se stessi, non per applicare l'indulgenza ai defunti. Risponde esattamente alle sue idee, se non proprio alle parole, la frase: «Appena la moneta cade nella cassetta delle elemosine, l'anima è liberata dal Purgatorio».

Reagendo agli abusi connessi con la predicazione, e alla stessa dottrina delle indulgenze, Lutero la vigilia della festa di Ognissanti del 1517 inviò ad Alberto di Brandeburgo una lettera forte ma ortodossa, invitandolo a procedere contro gli abusi connessi con la predicazione delle indulgenze, e insieme 95 tesi sulle indulgenze invitandolo ad una discussione in proposito. Davanti al silenzio di Alberto, Lutero inviò le tesi ad alcuni teologi ed esse si diffusero rapidamente per tutta la Germania. Per il professore di Wittenberg, l'indulgenza è soltanto la remissione della pena canonica inflitta dalla Chiesa, non della pena altrimenti da scontarsi nella vita futura; non può essere applicata ai defunti; non esiste il «tesoro della Chiesa, risultante dai meriti di Cristo e dei santi". «Perché mai, domandava l'agostiniano, il papa non vuota il purgatorio a motivo della santissima carità e della somma necessità delle anime, che è la ragione fra tutte la più giusta, dal momento che libera un numero senza fine di anime a motivo del funestissimo denaro per la costruzione dellabasilica, che è una ragione leggerissima?» (tesi 82).

Nel 1518, davanti alla crescente diffusione delle tesi luterane, che avevano scosso e infiammato tutta la Germania, Leone X fece sottoporre ad esame le asserzioni sulle indulgenze e intimò a Lutero di presentarsi a Roma. Per l'intercessione di Federico, elettore di Sassonia, Lutero venne dispensato dal viaggio a Roma, e poté essere interrogato ad Augusta nell'ottobre del 1518 dal card. Tommaso de Vio detto Caietano (Gaetano). L'interrogatorio non approdò ad alcun risultato, perché Lutero si appellò dal papa male informato al papa bene informato, poi dal papa al futuro concilio. Il Caietano tentò di far consegnare all'autorità ecclesiastica il frate, ma invano. Lutero godeva della protezione dell'elettore Federico, e in quel momento la posizione di quest'ultimo era quanto mai influente: morto l'imperatore Massimiliano, due candidati si contendevano la successione, Carlo d'Asburgo e Federico, e Leone X, per timore che l'elezione imperiale aumentasse pericolosamente la potenza dell'Asburgo, favoriva la candidatura del principe sassone. Lutero rimase così indisturbato.
Nel 1519 si svolse a Lipsia una grande disputa fra Lutero e il cattolico Johannes Eck, che, se non riuscì certo a persuadere il suo interlocutore ad abbandonare le sue posizioni, lo obbligò almeno a chiarire per la prima volta in modo pubblico e senza equivoci la propria dottrina sul primato romano, sull'infallibilità dei concili, che il riformatore negava, e soprattutto sul principio fondamentale del protestantesimo: il riconoscimento della Scrittura come fonte esclusiva ed adeguata della verità rivelataCominciava ad apparire chiaro che la lotta verteva non su abusi morali o su opinioni liberamente discusse fra i teologi, ma sulla stessa costituzione sostanziale della Chiesa. Nel 1520 a Roma, a conclusione del processo contro Lutero, venne promulgata la bolla Exsurge Domine, con l'intimazione all'imputato di ritrattare entro sessanta giorni parecchie tesi, relative al libero arbitrio, al peccato originale, ai sacramenti in genere, alla grazia, alla contrizione dei peccati, alla confessione, alle opere buone, alle indulgenze, al purgatorio, al primato. In questi mesi, prima e dopo la pubblicazione della bolla, Lutero svolse un'intensa attività pubblicistica, e pubblicò fra l'altro tre libri che destarono un grande scalpore. Nello scritto Alla nobiltà cristiana della nazione germanica, redatto in tedesco e diffuso rapidamente in oltre 4.000 copie, Lutero incitava alla demolizione delle tre muraglie che difendono la Chiesa romana: la distinzione fra clero e laicato, il diritto esclusivo della gerarchia di interpretare la Scrittura, il diritto esclusivo dei sommo pontefice di convocare un concilio. Un nuovo concilio, con la partecipazione dei laici con pieni diritti riformerà la Chiesa e porrà fine ai gravamina nationis Germanicae, tante volte inutilmente deplorati. Il De captivitate babylonica ecclesiae praeludium criticava la dottrina sui sacramenti, conservando solo il battesimo, la penitenza, l'Eucaristia, negando però la transustanziazione e il valore sacrificale della Messa. Il De libertate christianainfine, esaltava la libertà dell'uomo interiore, giustificato dalla fede e unito intimamente a Cristo: le opere buone non sono necessarie per la giustificazione, né rendono buono chi le compie, ma all'opposto sono la conseguenza necessaria della giustificazione. Si diffondevano così sempre più in Germania le idee essenziali di Lutero, insieme con i suoi aspri attacchi contro molti usi e molti abusi della Chiesa. Nell'ottobre dello stesso anno, il libello Adversus execrabilem Antichristi bullam rinnovò l'appello al concilio ecumenico, e a dicembre Lutero bruciò pubblicamente il Corpus Juris Canonici, simbolo dell'autorità pontificia insieme alla bolla Exsurge.

Il 3 gennaio 1521, la bollaDecet Romanum Pontificemscomunicò Lutero ed i suoi fautori. Data la stretta alleanza fra Stato e Chiesa, il provvedimento poteva avere un'efficacia pratica solo se sanzionato dall'autorità civile. Il problema venne discusso alla dieta di Worms nell'aprile 1521. Lutero per intercessione dell'erettore di Sassonia poté presentarsi liberamente all'assemblea, difese le sue idee, non senza qualche successo, ma venne bandito dai territori imperiali per volere di Carlo V: i suoi scritti vennero bruciati, la diffusione delle dottrine luterane venne proibita. Lutero poteva essere arrestato in qualsiasi momento. In realtà, ancora una volta la protezione di Federico di Sassonia salvò Lutero, che mentre si allontanava da Worms venne «rapito» da un gruppo di cavalieri e da questi accompagnato nel castello della Wartburg, dove rimase per dieci mesi, impiegati nella composizione di vari scritti e nella traduzione in tedesco della Bibbia, terminata molto tempo dopo[12].

L'insurrezione contadina nella Germania del XVI sec. fu preceduta da una serie di insurrezioni di portata più limitata, scoppiate nella valle del Reno e nei villaggi del Württemberg negli anni 1493, 1502, 1513 e 1514. Quella più a ridosso della guerra vera e propria fu la rivolta del Tirolo, presso i confini con la Svizzera, nel 1524. L'inasprirsi del giogo feudale era divenuto tanto più pesante nelle campagne quanto più nelle città si sviluppavano i rapporti borghesi. In tal senso la risolutezza del movimento contadino e la radicalizzazione delle correnti riformistiche anticattoliche praticamente si influenzavano a vicenda. Ovviamente laddove i contadini erano liberi possessori delle terre che lavoravano e avevano un libero accesso al mercato – come, per esempio nei Paesi Bassi settentrionali –, le loro condizioni erano migliorate con la transizione ai rapporti capitalistici. La Lettera dei 12 articoli del 1525[13], redatta dal predicatore Christopher Schappeler e dal pellicciaio Sebastian Lotzer, a capo di un gruppo che si rifaceva alle idee di Müntzer, esigeva recisamente la fine del regime feudale e la realizzazione della democrazia sociale, cioè la redistribuzione delle terre, la fine delle corvées e delle tasse inique (come p.es. quella di successione), la parziale eliminazione e la comunalizzazione delle decime ecclesiastiche, i cui proventi sarebbero stati utilizzati esclusivamente per mantenere il parroco (le eventuali eccedenze sarebbero andate ai poveri), l'uso libero delle terre comuni (per la caccia, la pesca, il pascolo, il legnatico ecc.). Si chiedeva anche la libera elezione del parroco da parte dei villaggi e l'abolizione della pena di morte. La novità stava nel fatto che mentre nelle rivendicazioni precedenti ci si rifaceva all'antico diritto consuetudinario (che poteva variare da luogo a luogo), qui invece ci si appellava al "diritto divino", secondo cui l'intera società avrebbe dovuto essere riformata in base alle prescrizioni della Scrittura. In pratica si poteva avanzare qualunque rivendicazione, in qualunque luogo, purché giustificabile con la Bibbia. Alla domanda su chi dovesse tradurre il diritto divino in diritto positivo, le comunità sveve rispondevano facendo i nomi degli intellettuali più in vista, tra cui anzitutto Lutero. IDodici articolifurono inviati a Lutero, che nell'aprile 1525 vi rispose con lo scritto Esortazione alla pace sui dodici articoli dei contadini della Svevia. Egli si rivolge ai principi e ai signori feudali cui rimprovera, come già al clero regolare e secolare, un atteggiamento bellicoso nei riguardi della predicazione evangelica. Tuttavia, quando si rivolge ai contadini, li invita a essere pazienti e a non usare mezzi violenti.

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[2] Lutero ha da una parte un senso tragico della miseria umana (cfr. I sette salmi penitenziali, WA, Werke, 1, pp. 154-220, Scritti religiosi di Lutero a cura di V. VINAY pp. 67-163, p. es. pp. 79-80, 103-108), da cui deriva anche la convinzione della relatività e della scarsa o nessuna utilità di molte pratiche religiose (Delle buone opere, WA, Werke, 6, pp. 202-276, Scritti religiosi, pp. 323-430, p. es. pp. 333, 335, 387…), dall'altra un anelito per la preghiera ed una fiducia immensa in Cristo, nella grazia, che appare p. es. nel bellissimo commento alPater Noster (WA, Werke, 2, pp. 80-130, Scritti religiosi, pp. 205-278, spec. pp. 211.215), e nel commento alMagnificat (WA, Werke, 7, pp. 544-604, Scritti religiosi, pp. 431-512). Si veda anche il discorso del 26-XII-1515 (WA, Werke, 1, p. 31): Ego semper praedico de Christo gallina nostra […]. Sub alar huius gallinae oportet nos confugere […]. Ecce autem expandit Dominus alas suas in cruce, ut nos suscipiat […].
[3] Cfr. soprattutto G. RITTER, La riforma e la sua azione mondiale, Firenze 1963, spec. pp. 79.100 (Lutero e lo spirito tedesco), pp. 139.166 (La riforma e il destino politico della Germania).
[4] Cfr. RICARDO GARCIA-VILLOSLADA, Martin LuteroEl fraile hambriento de Dios, Madrid 1976; trad. it. Martin Lutero, Il frate assetato di Dio, I.P. L. Milano 1985.
[5] Cfr. D GNOLI, Descriptio Urbis o Censimento della popolazione di Roma avanti il sacco borbonico: ASRSP 17 (1894), 375-520; M. ROMANI, Pellegrini e viaggiatori nell'economia di Roma dal XIV al XVII secolo, Milano 1948, 68-9.
[6] A. MAI, Nov. Patr. Bibl., 12, p. 206.
[7] DREVES-BLUME, Analecta hymnica medii aevi, II, 54.
[8] Lutero ha raccontato ampiamente l'episodio nella prefazione alla raccolta delle sue opere del 1545 (WA, Werke, 54, p. 186: me prorsus renatum esse sensi, et apertis portis in ipsum paradisum intrasse ) ritornandovi sopra altre volte per sottolineare soprattutto la fiducia che trasse dalla retta interpretazione della parola giustizia. Cfr. l'Enarratio al c. 27 della Genesi (Generis – Vorlesung, WA, Werke, 43, p. 537): Quoties vero legebam hunc locum semper optabam, ut numquam Deus revelasset evangelium. Quis enim posset diligere Deum irascentem, judicantem, damnantem? Donec tandem illustrante Spiritu Sancto locum Abacuc diligentius expenderem:`justus ex fide vivit'. Inde colligebam, quod vita deberet ex fide existere […] et aperiebatur mihi tota Scriptura et coelum ipsum.
[9]Cfr. Alla nobiltà cristiana dellanazionegermanica (Scritti politici di Martin Lutero, Torino 1949, p. 137, WA, Werke, 6, p. 411): «Dice Paolo: Se qualcuno ha qualcosa di meglio da annunziare… il primo che parlava taccia e gli ceda il postoA che servirebbe questo comandamento, se tutti devono credere a quello che sta lassù e parla? Anche Cristo dice che tutti i cristiani debbono essere ammaestrati da Dio; ora può ben avvenire che il papa e i suoi siano malvagi e non veri cristiani, e che non essendo ammaestrati da Dio, non abbiano un retto intelletto: perché dunque non seguire quell'altro? Forse che il papa non ha sbagliato un'infinità di volte? Chi vorrà accorrere in aiuto della cristianità quando il papa sia in errore, se, anteponendolo a lui, non è lecito credere ad un altro che abbia dalla sua la Scrittura?».
[10] Cfr. soprattutto il commento alMiserere, WA, Werke, 40,2, pp. 315-470, spec. pp. 352 e 407: (Il cristiano) è giusto, è santo, per una santità altrui, cioè estrinseca: Haec puritas est aliena puritas. Christus enim sua iusticia nos ornat et vestit. Quod si christianum intuearis seclusa Christi iusticia et puritate, qualis in se sit, etiam cum est sanctissimus, tum invenies non solum mundiciem nullam, sed diabolicam, ut sic vocem, nigredinem. Già nel 1517, commentando il salmo 32, Lutero scriveva: Il salmista dice che Dio non lo imputa. È come se affermasse che sussiste, però Dio per grazia non ne tiene conto(Scritti religiosi, cit., p. 84; WA, Werke, 1, p. 168). Sul rapporto fra giustificazione ed opere buone, cfr. anche Della libertà del cristiano (Scritti politici, cit., pp. 383-386;WA, Werke, 7, pp. 32-34): non le opere buone producono la giustificazione, ma all'opposto l'uomo giustificato farà opere buone. La posizione di Lutero è esposta in modo diverso dal P. Congar e dal card. Journet. Per il primo, occorre distinguere due tempi: la percezione di una verità che è difficile esprimere esattamente per la sua stessa ricchezza, e che Lutero effettivamente esprime in modo ambiguo; l'evoluzione in senso eterodosso di questa espressione. Per il card. Journet, la deformazione non nasce in un dato momento, ma appare fin dalla nascita: il luteranesimo poggia su un'unica idea deformata, derivata dalla giustapposizione di due elementi diversi: gratuità e natura forense della giustificazione. Cfr. J. CONGAR, Vraie et fausse réforme de l'Église, Paris 1950, pp. 240-241; C. JOURNET,L'Église du Verbe incarné, I, Paris 1941, p. 56.
[11] Sulla concezione di Chiesa, cfr. tra l'altro Del papato romano (Scritti politici, cit., pp. 79 e 75, WA, Werke, 6, pp. 296 e 293). Sulla Messa, cfr. De abroganda Missa privata Martini Lutheri sententia (WA, Werke, 8, pp. 411.476) e il secondo degli articoli smalcaldici (WA, Werke, 50, p. 200). Per la concezione del sacerdozio in Lutero, cfr. Alla nobiltà cristiana della nazione germanica, cit.(Scritti politici, pp. 130.131), e J. JONAM, Apologia confessionis augustanae, in Die Bekenntnisschriften der evangelisch lutherischen Kirche, Giittingen [6]1967, p. 293: Ideo sacerdotes vocantur, non ad ulla sacrificia […] pro populo facienda, ut per ea mereantur populo remissionem peccatorum, sed vocantur ad docendum evangelium et sacramenta porrigenda populo. Nec habemus nos aliud sacerdotium simile levitico.
[12]Da un lato il riformatore agostiniano rifiutò e dall'altro decise di lasciarsi difendere non dalle masse popolari, che stavano insorgendo, ma dai principi tedeschi ostili all'imperatore, oltre che naturalmente alla chiesa di Roma. La rottura con Müntzer fu inevitabile. Questi, che nel 1520 si trovava a predicare a Zwickau, da dove venne espulso, si recò in Boemia nel 1521, dopo aver capito che dai principi non avrebbe ottenuto alcun appoggio. Si convinse che solo grazie alla tradizione rivoluzionaria dei taboriti si sarebbe potuto dare alla riforma quel carattere progressista di cui aveva bisogno e che con Lutero stava perdendo. Di qui l'invito ai contadini di scendere in piazza armati. Le idee di Müntzer cominciarono a farsi largo tra le file di un movimento radicale: gli anabattisti. Müntzer diventò il predicatore più ricercato d'Europa, colui che andava assolutamente eliminato. Lutero stesso intervenne con lo scrittoContro le empie e scellerate bande dei contadini (maggio 1525), invitando i signori della Turingia a intervenire con la dovuta durezza per stroncare l'espansione in rivolta. Müntzer gli rispose per le rime: "Che sapete voi, che vivete nell'abbondanza, che non avete mai fatto altro che mangiare e bere a crepapelle, che sapete voi della serietà di una vera fede?I poveri che hanno bisogno sono così bassamente ingannati che nessuna lingua può dirlo. Con le loro parole e i loro atti, i signori ottengono che il povero, preoccupato di procurarsi un nutrimento, non impari a leggere. Ed essi predicano insolentemente che il povero deve lasciarsi scorticare e spogliare dai tiranni".
[13] Furono redatti a Memmingen è una città extracircondariale tedesca, nel distretto governativo della Svevia in Baviera al confine con il Land del Baden-Württemberg. Per la vicinanza con Algovia la città è denominata anche "Porta dell'Algovia". Lo slogan della città è "Memmingen, città con prospettive". In tempi più recenti, viene anche chiamata la "Città dei Diritti dell'Uomo", in riferimento ai Dodici Articoli (scritti nel 1525 e considerati la prima carta dei diritti in Europa).

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