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Le lezioni di Dietrich von Hildebrand

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Ecco un Hildebrand che non avevo mai incontrato prima

Dietrich von Hildebrand (1889-1977) è stato un filosofo cattolico tedesco, membro di un circolo di pensatori formatosi intorno a Edmund Husserl, fondatore del metodo filosofico noto come “fenomenologia”. Altri membri del circolo erano Max Scheler, sul quale Karol Wojtyła (San Giovanni Paolo II) ha scritto la sua seconda tesi dottorale, ed Edith Stein, ora Santa Teresa Benedetta della Croce. I fenomenologisti pensavano che la filosofia si fosse distaccata dalla realtà. Il loro motto era “ritornare alle cose stesse”, e il loro progetto era ricollegare il pensiero alla realtà attraverso un'osservazione e un'analisi precise delle Cose Per Come Sono.

Il metodo fenomenologico si presta a una certa circolarità, e serve molta pazienza per analizzare un testo fenomenologico particolarmente denso – soprattutto quando l'autore è tedesco. Nella mia breve esperienza di lui come filosofo, Dietrich von Hildebrand non fa eccezione a questa regola.

Immaginate la mia sorpresa, allora, nello scoprire una collezione di diari e di interventi di Hildebrand precedenti la II Guerra Mondiale, editi da John Henry Crosby e John F. Crosby e pubblicati di recente con il nome My Battle Against Hitler: Faith, Truth, and Defiance in the Shadow of the Third Reich (Image). Ecco un Hildebrand che non avevo mai incontrato prima: uno scrittore fresco ed esuberante che lottava contro il regime emergente di Hitler e gli intellettuali cattolici sedotti da questo, alcuni per brevi periodi, altri più a lungo.

Quella seduzione era terribile. Nel maggio 1933, ad esempio, l'Associazione Accademica Cattolica si incontrò nell'abbazia benedettina di Maria Laach (uno dei centri del movimento liturgico pre-Vaticano II). Per quello che Hildebrand descriveva come il suo “grande dolore”, il vicecancelliere di Hitler, Franz von Papen, un cattolico, fu invitato a intervenire; cosa ancor peggiore, “un sacerdote di Maria Laach lodò il Terzo Reich come la realizzazione del Corpo di Cristo nel mondo secolare”. Hildebrand si dimise dall'associazione per protestare contro questa “faccenda ignominiosa”.

Dietrich von Hildebrand credeve che il nazismo respirasse l'antico spirito dell'Anticristo, con cui la Chiesa non poteva avere niente a che fare. Scrisse così agli amici a Monaco in occasione della Pentecoste 1933, spiegando che “è del tutto irrilevante se l'Anticristo si astiene dall'attaccare la Chiesa per ragioni politiche o se conclude un Concordato con il Vaticano. Ciò che è decisivo è lo spirito che lo anima, l'eresia che rappresenta, i crimini commessi su suo ordine. Dio viene offeso indipendentemente dal fatto che la vittima dell'omicidio sia un ebreo, un socialista o un vescovo. Il sangue che è stato versato innocentemente grida al cielo”.

Perché i cattolici intelligenti in Germania e altrove sono caduti vittima delle canzoni da sirena del nazionalsocialismo tedesco? Una lettura attenta dei diari di Hildebrand suggerisce che in parte è stato perché disprezzavano la democrazia liberale, che ritenevano “borghese” e decadente. E nella Repubblica di Weimar c'erano sicuramente elementi di decadenza e di secolarismo aggressivo.

Ma una risposta cattolica ai dilemmi della modernità politica non sarebbe stata trovata nel Terzo Reich di Hitler (che alcuni ritenevano ingenuamente il precursore di un nuovo Sacro Romano Impero) o nel fascismo di Mussolini (che per alcuni cattolici era un'espressione del “corporativismo” sposato dall'enciclica sociale del 1931 di Pio XI Quadragesimo Anno). La risposta era una democrazia (anche sotto un monarca costituzionale) legata alla verità morale attraverso una filosofia pubblica permeata religiosamente, tratta dall'eredità europea di ragione e rivelazione – dall'eredità lasciata all'Europa da Atene e Gerusalemme.

Da quanto ho letto nei diari di Hildebrand, quella opzione non era sul tavolo quando gli intellettuali cattolici europei discutevano la crisi del loro continente durante la Grande Depressione. Quel fallimento di immaginazione ha aiutato a promuovere le catastrofi dell'Olocausto e della II Guerra Mondiale e a spianare la strada all'attuale sclerosi morale e culturale dell'Europa. Qui ci sono lezioni per tutti, ma soprattutto per quei “cattolici radicali” tentati di trasformare critiche legittime di pratica democratica nel disprezzo dell'esperimento democratico.

George Weigel è Distinguished Senior Fellow dell'Ethics and Public Policy Center di Washington, D.C. (Stati Uniti)

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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