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Gender: ma a loro poi come parliamo?

CC Guillaume Paumier
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Sulla lettera agli insegnanti di religione che sta facendo discutere. Ma (soprattutto) su che cosa i ragazzi sono in grado di ascoltare su questo tema

Il responsabile dell'ufficio Irc della Diocesi di Milano, don Gian Battista Rota, scrive una lettera a 6102 docenti di religione, per avere informazioni su quanto sia estesa nella scuole ambrosiane la presenza di progetti tendenti a dare forza all'ideologia "gender". Ovviamente la lettera doveva restare riservata. Nella risposta alla polemica sorta, don Rota specifica che la formulazione della lettera non era stata felice e di questo chiede scusa, precisando che l'iniziativa si inquadra negli interventi di formazione dei docenti, in modo che questi discorsi "vengano sempre affrontati dagli insegnanti di religione con competenza e rispetto delle posizioni di tutti".

Sorvolo sull'ingenuità di pensare che una lettera del genere possa di fatto restare riservata. Ma ci sta, nessuno è perfetto. Sorvolerei un po' meno però sulla malcelata intenzione di alcuni docenti di "soffiare sul fuoco". Ma ci sta, nessuno è perfetto. Non sorvolo invece sul desiderio di don Rota di offrire una migliore formazione ai docenti di religione. E su questo mi permetto di mettere lì due considerazioni, che nascono dalla mia esperienza. Forse presuntuose, può darsi. Ma ci sta, nessuno è perfetto.

1) Ascoltiamo i ragazzi. In questo scontro ideologico tra cattolici "solidi" e gender "liquidi", gli unici a non avere mai, dico mai parola sono gli studenti. Considerati sia da un parte che dall'altra vasi vuoti da riempire con il migliore materiale possibile. Da una parte vanno difesi e dall'altra indottrinati. Come se di loro non avessero nulla da dire e pensare in proprio su questo. Se lo facessimo avremmo almeno una grossa sorpresa: spesso la loro esperienza sessuale è già ben al di là di questo idealistico confine tra gender e non. Spesso sono già arrivati al sesso compiutamente privo di significati, se non quello dell'esperienza del piacere. Perciò chi ci sia dall'altra parte è perfettamente insignificante, ben più di quanto il gender stesso ipotizzi. Ho già avuto modo qui di spiegare come mai.

E gli interventi difensivi o di propaganda sono percepiti a partire da quella condizione li. Perciò è perfettamente inutile da parte ecclesiale ipotizzare di "proteggerli" utilizzando una strumentazione mentale che è totalmente dissonante da dove loro si trovano. Se la fede vuole provare a dire qualcosa di ricevibile per questa generazione, sulla sessualità, per prima cosa deve tornare a dire bene del piacere sessuale in chiave evangelica, invece di tacerne o, peggio, dirne male. Perché i ragazzi sono lì. L'ideologia gender, quando viene recepita dai ragazzi, non è accolta perché segno di libertà di scelta sull'orientamento sessuale. La stragrande maggioranza dei miei studenti reputa questa una "emerita stupidaggine". E i primi a dirlo sono proprio coloro che sentono un orientamento omosessuale e sanno molto bene dentro di loro di non avere scelto di sentirlo, ma ci si sono trovati. I ragazzi accettano il gender perché è una costruzione mentale in cui il piacere è al centro del senso della sessualità. E per questo ci si ritrovano, non per altro.

2) Lavoriamo per ricostruire una antropologia evangelica di genere. A partire proprio dalla centralità del piacere che richiama immediatamente la centralità del corpo. Cosa che noi, sicuramente da cinque secoli, (ma forse anche quindici), abbiamo bellamente messo in un angolo. E su questo noi dovremmo davvero cambiare mentalità. In nome della Bibbia stessa, che invece ha una centralità del corpo che ancora ci stupisce. Iniziando ad ammettere che siamo stai noi per primi a parificare uomo e donna sul piano antropologico, costruendo la nostra visone dell'uomo su una "natura umana" perfettamente uguale tra uomo e donna, puramente astratta, buona per tutti i tempi e tutti i luoghi, che ha finito per identificarsi spesso con l'anima e basta. Poi non ci possiamo lamentare che l'ideologia gender porti alle estreme conseguenze questo stesso nostro punto di partenza, dopo aver tolto di mezzo la dipendenza da Dio di questa natura astratta e genericamente identica. E aver rovesciato sul piano esistenziale del sentire, la paritarietà tra uomo e donna che noi abbiamo così ben iniettato per secoli sul piano dell'essere.

Si dirà che, però, in questo modo si sottrae fondamento all'oggettività del discorso sessuale e lo si lascia solo in balia del "mi sento". Bene. Sapete qual è l'unica oggettività che riconoscono i miei studenti in questo discorso sull'omosessualità? Quella di considerare le differenze anatomiche tra uomo e donna e a quel punto di non poter negare che l'uomo non è fatto per l'uomo, ma per la donna e viceversa. Ma finché per noi cattolici il corpo e la sua "corposità" resta ai margini, resta un semplice contenitore e non invece portatore in proprio di significati teologici e spirituali, continueremo a non ipotizzare mai di scendere su questo piano così "concreto" per fondare un'oggettività sessuale. Se la fede vuol provare a dire qualcosa di ricevibile per questa generazione, sulla sessualità, per seconda cosa deve ricucire il solco che lei stessa a prodotto dentro la persona. Dall'emozionalismo non ci si esce comprimendo ancora una volta le emozioni e le sensazioni sotto una costruzione mentale, altrettanto ideologica di quella che si vuole combattere. Ci si esce scendendo dentro il cuore dell'uomo e aiutandolo a ricucire dentro i riflessi interni di bellezza, bontà e verità, che sono piacere, gioia e certezza. Perché la fede vuole l'uomo intero, non appena la moralità dei suoi atti a qualsiasi costo.
 

Qui l'originale

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