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Fecondazione eterologa: risposta facile al desiderio di un figlio?

© Public Domain

Anna Pelleri - Aleteia - pubblicato il 09/09/14


Purtroppo, come abbiamo visto nel caso di stamina, si gioca sempre sulla disperazione delle persone le quali sono disposte a sperimentare qualsiasi cosa pur di veder realizzato il loro desiderio. La maggior parte delle volte i rischi non vengono detti in modo esplicito e completo alle persone che si presentano per questo tipo di pratiche; mi rendo conto di questo perché vedo le coppie che devono fare gli esami genetici per la fecondazione assistita e mi accorgo che non sanno un sacco di cose. Un altro aspetto che mi ha addolorato molto, è emerso con una donna che stava facendo gli esami per una fecondazione eterologa in svizzera, le ho chiesto – visto che si era creato un buon rapporto – se non avesse pensato all’adozione. Lei si è messa quasi a piangere perché erano quasi tre anni che provava ad adottare un bambino e per un motivo o per un altro i servizi sociali non hanno mai concesso loro l’adozione. Allora si chiedeva: ma è possibile che chi chiede l’adozione viene vagliato su decide di aspetti e spesso viene bloccata la pratica anche per aspetti minori e a chi fa la fecondazione eterologa non viene chiesto nulla? Quindi è davvero drammatico il caos su questo argomento. Sulle adozioni psicologi, giuristi ecc si sono negli anni "sbizzarriti" a porre centinaia di paletti, mentre sulla fecondazione assistita ed eterologa abbiamo assenza di norme e prevalgono gli aspetti commerciali su quelli medici. Questo crea una disparità enorme verso chi vuole adottare un bambino e chi sceglie la fecondazione in vitro dove la tutela del bambino stesso viene spesso dimenticata.


Pochi parlano di prevenzione riguardo alla fecondità e alla cura della sterilità e quindi della cura del rapporto di coppia. Queste tecniche diventano quindi la prima e principale risposta a tali problemi che dunque non  vengono di fatto affrontati e curati. Quanta responsabilità ha l’informazione che fa passare tale messaggio, quanto la crisi antropologica di cui accennava prima e la ricerca, che viene presentata come portabandiera di queste pratiche, che ruolo ha?

Dott. Coviello: Vi sono due problematiche che vanno chiarite e la prima è l’aspetto commerciale. La fecondazione in vitro viene proposta come terapia e questa è una grossa bugia perché non cura nulla ma bypassa un problema senza risolverlo. Su questo le istituzioni e la comunità scientifica avrebbero il compito di essere chiare e sottolineare che la vera soluzione è la prevenzione. Primo aspetto da considerare è quello della fisiologia della donna: il massimo della fecondità di una donna è tra i 15 e i 25 anni e quindi se spostiamo addirittura dopo i 35 anni il momento della maternità questo si scontra con la natura. Quindi, in questo caso, il vero problema è di ordine sociale e non medico e consiste nel fatto che le persone oggi hanno cambiato il loro modo di vivere spostando sempre più in avanti il loro desiderio di maternità e di paternità per dare la precedenza al lavoro o a stili di vita che privilegiano l’individuo – con rapporti meno stabili – piuttosto che la coppia e la famiglia e, ciò va contro la natura di cui la fisiologia della donna fa parte. La prevenzione è, come in questo caso fanno le istituzioni dei paesi scandinavi, aiutare i giovani a creare delle famiglie nell’epoca giusta. In Svezia e Finlandia ci sono sovvenzioni per giovani che si sposano e vogliono avere una famiglia, ci sono sistemi di asili nelle università o sul lavoro.

Inoltre, mentre fino a qualche anno fa si parlava di intervenire con la fecondazione assistita dopo tre anni di infertilità, oggi la si propone già al primo anno di difficoltà.

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Tags:
bioeticaeterologafecondazione assistitasalute
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