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“Persone che hanno abortito 35 anni fa ci chiamano e scoppiano a piangere”

© Todo-Juanjo

Aleteia - pubblicato il 18/07/14

Intervista ai coordinatori del Progetto Rachele a Barcellona

Samuel Gutiérrez

“Un aborto distrugge molte vite. Vogliamo aiutarti a recuperarne una: la tua”. Così presentano il Progetto Rachele a Barcellona (Spagna) i suoi coordinatori, Gerard Manresa e Teresa Lamarca. Il progetto è un’iniziativa di carattere diocesano che vuole offrire orientamento e aiuto alle persone che soffrono per le conseguenze dell’aborto.

In cosa consiste il Progetto Rachele?

In primo luogo, vuole essere una risposta al dramma dell’aborto. Il Progetto Rachele è una proposta della Chiesa di carattere diocesano formata da una rete di persone che accolgono, psicologi, psichiatri e sacerdoti formati in modo particolare per assistere e accompagnare le persone che vivono le conseguenze dell’aborto.

Si offre un cammino di speranza, di riconciliazione e di guarigione, al cui centro c’è sempre il perdono.

Perché avete deciso di avviarlo a Barcellona?

Ci siamo resi conto che in questo ambito esiste un vuoto. In una società in cui l’aborto è concepito come diritto e come liberazione, non si prevede la possibilità che abbia controindicazioni e produca conseguenze negative per la persona.

Non si studia nemmeno la sindrome post-aborto, che è molto forte, e quando la persona ne soffre spesso non è compresa. L’aborto provoca una ferita che interessa tutte le dimensioni della persona.

Ci siamo trovati di fronte a persone che hanno abortito 35 anni fa e che ci telefonano e scoppiano a piangere. Le ferite dell’aborto sono profonde, e se non si compie un processo non si curano neanche con la confessione.

Le persone si sentono colpevoli, soprattutto le donne, non si perdonano. Hanno bisogno di sapere di essere perdonate da Dio e dal loro figlio, e allo stesso tempo di perdonare le persone che incolpano del proprio aborto.

Ogni donna e ogni uomo che decide di abortire soffre della sindrome post-aborto?

All’inizio c’è sempre un periodo di negazione, che può essere più o meno lungo, durando anche anni. Arriva però un momento nella vita, motivato spesso da un fattore scatenante, in cui questo dolore si risveglia. Prima o poi finisce per saltar fuori e può arrivare ad essere fonte di grande angoscia.

È un peso che provoca amarezza e tristezza, ma anche ansia, bassa autostima, sensi di colpa e di fallimento, rancore, isolamento, impotenza…

Molte volte le persone sognano il figlio. Sono convinte che sia vivo. Anche se si dice che si tratta solo di qualche cellula, sanno che c’è qualcosa di più.

Cosa propone il Progetto Rachele per curare queste ferite?

La chiave è la misericordia di Dio, ma bisogna prima preparare il terreno. Il Progetto Rachele propone un itinerario che inizia con la conoscenza e la comprensione di ciò che è accaduto.

Bisogna aprire la ferita, anche se è doloroso, per poi poterla curare. La ferita dell’aborto è soprattutto una ferita interiore, spirituale, che si manifesta psicologicamente e anche fisicamente.

È importante che le persone esprimano e riconoscano la propria storia. Bisogna superare i meccanismi di difesa e aprirsi alla verità.

A partire da qui i consulenti, con il sostegno di specialisti, guidano verso la riconciliazione. Una volta ricevuto il perdono di Dio, resta un altro passo importante: bisogna passare per il lutto e riconciliarsi con il bambino.

Aiuta molto sapere che il figlio vive e perdona i genitori. L’esperienza ci dice che nelle persone che hanno completato il percorso ci sono un “prima” e un “dopo”.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
bioeticatrauma post aborto
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