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Trenta raggi luminosi attraversano l’oscurità del bosco di Szpęgawsk

Szpęgawsk forest

© Public Domain

Gerardo Rodríguez - Aleteia - pubblicato il 14/07/14

Sacerdoti polacchi martiri durante la II Guerra Mondiale: un cimitero tra gli alberi

Il 16 ottobre 1939 è stato definito il “lunedì nero”. Il preludio al sacrificio di alcuni sacerdoti fu la notte tra il venerdì 13 e il sabato 14 ottobre, quando tutti i sacerdoti del distretto di Starogard vennero strappati alle proprie parrocchie e messi in prigione.

Trenta raggi luminosi, trenta vite donate, trenta martiri pro Deo et Patria illuminano il bosco di Szpęgawsk, che prende il nome dal villaggio omonimo e si estende tra Starogard Gdański e Tczew su una superficie di oltre 7.000 ettari.

Allo scoppio della II Guerra Mondiale, Starogard era una città di medie dimensioni, ma un’industria altamente sviluppata la poneva tra i centri urbani più importanti della Pomerania. Alla periferia della città, a Kocborowo, c’era un ospedale psichiatrico moderno, e vicino al centro era alloggiato il secondo Reggimento di Cavalleria. A Starogard vivevano polacchi, tedeschi ed ebrei.

Nell’autunno 1939, Hitler annunciò che la Pomerania “tornava alla patria tedesca”. I lavoratori metallurgici tedeschi e i commercianti si misero dei braccialetti con la scritta “Selbstschutz” e iniziarono a “prendere in mano la questione”. Prima vennero assassinati gli ebrei, poi arrivò il turno dei polacchi.

I sacerdoti vennero considerati gli agitatori più pericolosi della Pomerania, seguiti dai maestri, dai membri dell’Unione Polacca d’Occidente e dai funzionari dell’amministrazione statale e locale. Nel decanato di Starogard il regolamento dei conti con il clero iniziò nella notte tra il 13 e il 14 ottobre 1939. Vennero arrestati tutti i sacerdoti, tranne pochi già ritirati.

Grazie alla testimonianza di un commerciante di Sumin, Franciszek Gołuński, presentata dopo la guerra davanti al tribunale della città di Starogard, sappiamo chi ebbe un ruolo chiave negli arresti. Il 13 ottobre, verso mezzanotte, Gołuński sentì il rumore del motore di un camion. Mezz’ora dopo venne svegliato da alcuni colpi alla porta. Vide due uomini, che aveva conosciuto prima della guerra: Egon Siewert, con la tonaca, e Gerhard Wiechert, con l’uniforme dell’esercito polacco. Siewert era un impiegato di una farmacia di Starogard, sposato con una donna polacca. I due chiesero aiuto perché il camion che era caduto in un fossato. Visto che Gołuński non riuscìva ad aiutarli, se ne andarono.

Nel frattempo il polacco trovò sulle scale il maltrattato parroco di Sumin, padre Reginald Krzyzanowski, terrorizzato. Si offrì di aiutarlo a fuggire, ma questi, nonostante i denti rotti e il fatto che sputasse sangue, rifiutò. Non voleva esporre alla morte i suoi fedeli.

Dopo la razzia di cavalli nel villaggio, i nazisti locali tirarono il camion fuori dal fossato e tornarono a cercare padre Krzyzanowski. Gołuński ricordava che il camion era pieno di vestiti appartenenti agli ecclesiastici. Parte di questi indumenti venne trovata in seguito in casa di un certo Drews.

L’operazione fu ben coordinata. Oltre al duo Siewert-Wiechert di Sumin, partecipò agli arresti Paul Drews: fabbro-elettricista, impiegato in precedenza in una fabbrica di zucchero a Pelplin, era membro del Partito Nazista. Dal 5 settembre fu il capo del "Selbstschutz" a Starogard. I suoi membri, che conoscevano i polacchi e le realtà locali, elaborarono una lista di proscrizione, e coloro che si trovavano sulla lista vennero poi uccisi. Drews, come presidente del "Volksgericht" di Starogard (il cosiddetto Tribunale del Popolo), aveva in mano la vita e la morte di migliaia di persone. Soprattutto la morte.

Alle cinque e mezza del mattino, davanti alla prigione di Starogard, si fermò un camion dal quale scesero 31 sacerdoti. Siewert e Wiechert, vestiti con indumenti clericali come berrette e stole, con l’aiuto delle armi misero in fila i sacerdoti. Il capo della prigione, l’SS-Unterscharführer Johann Wilhelm Fast, ordinò alla guardia Biernacki di mettere gli arrestati in cella. Come il nuovo governatore di Starogard Erwin Johst, Fast era cittadino di Danzica. I sacerdoti vennero condotti individualmente nel suo ufficio, dove vennero sottoposti a una registrazione preliminare che durò circa un’ora. Nel corso della giornata vennero abbandonati alla propria sorte. Le violenze iniziarono di notte.

Mezz’ora prima della mezzanotte. Erano lì il direttore della prigione Fast e il governatore Johst quando all’improvviso arrivarono il sindaco nazista della città e il padrone del quotidiano "Danziger Vorposten". Fast, calzolaio, era noto per la sua passione smodata per il bere. E quando beveva picchiava.

L’unico sacerdote che non venne maltrattato né torturato fu padre Ignazio Stryszyk, che all’epoca aveva 40 anni. Nel periodo tra le due guerre era parroco della parrocchia castrense di San Pietro a Starogard e cappellano del secondo reggimento. Aveva partecipato alla guerra del 1939 ed era stato fatto prigioniero. Dopo la liberazione da un campo di prigionieri di guerra, venne trasferito nella prigione di Starogard. I prigionieri di guerra erano sottoposti a una legge diversa rispetto alla popolazione civile.

Diamo la parola a padre Stryszyk, che nell’inverno del 1940 nel campo di concentramento di Stutthof riferì i fatti ai suoi compagni di sventura: “Eravamo seduti nel carcere di Starogard in più di trenta sacerdoti di tutto il distretto (…) Io li ho visti e ho parlato con loro. E soprattutto di notte ho sentito i gemiti disumani dei torturati. Che notti terribili! I membri ubriachi del Selbstschutz e le SS una notte dopo l’altra andavano di cella in cella in cerca dei verflüchten Pfaffen [maledetti sacerdoti]. Le grida dei torturati erano così terrificanti che pur avendo visto più di una cosa orribile durante la guerra non era niente paragonato ai gemiti che risuonavano nel silenzio della notte in carcere. Io non sono stato maltrattato, perché ogni volta che entravano nella mia cella mi presentavo come cappellano dell’esercito polacco”.

Durante una passeggiata nel cortile della prigione il giorno delle esecuzioni, padre Ignazio parlò con la maggior parte dei detenuti. “Tutti erano gonfi per i colpi ricevuti e insanguinati. Alcuni, colpiti di recente, presentavano ferite da cui usciva il sangue color porpora, altri avevano le mani e il volto di un color nero livido”.

Una singolare pietà ispirava il sacerdote e decano Jan Doering di Kokoszków, di 66 anni, al quale il Governo della Seconda Repubblica aveva concesso l’Ordine di Polonia Restituta per la lotta d’indipendenza nella spartizione della Prussia: riusciva appena a stare in piedi. Il parroco di Grabowo, padre Boleslaw Gordon (53 anni), si teneva lo stomaco; il capo della prigione gli aveva attraversato a calci il diaframma addominale. Padre Gordon, oriundo di Bydgoszcz, nel 1918 era stato delegato del Parlamento Regionale a Poznań. La sorte di padre Krzyzanowski la conosciamo già.

I sacerdoti erano collocati in fila nel corridoio della prigione. Sapevano probabilmente cosa li aspettava. Nel cortile si confessarono a vicenda, e ciascuno animava gli altri. Di fronte alle porte della prigione arrivò il camion.

Tra i detenuti c’erano tre tedeschi: i sacerdoti Kazimierz Schliep, vicario di Lubichowo, e Jan Szpitter, parroco di Klonówka, e il parroco di Bobowo Giuseppe Kuchenbecker. I condannati riuniti nel corridoio sentirono delle grida in tedesco. Padre Kuchenbecker stava riprendendo gli aguzzini. Per questo finì male. Come rappresaglia, gli tracciarono con un coltello una svastica sulla fronte.

L’ex direttore della prigione di Starogard, Marcin Żychski, che durante l’occupazione si era visto costretto ad aiutare l’amministrazione tedesca, dichiarò nel 1946: "Una volta chiesi a Fast dove fosse andato il trasporto di sacerdoti. Mi rispose a Bydg
oszcz, a 3 metri di profondità". La risposta di Fast era una mezza verità, perché i sacerdoti erano andati a Kociewo.

Diamo ancora una volta la parola a padre Ignazio Stryszyk, che riferisce ciò che accadde il 16 ottobre 1939 dopo l’uscita dall’"interrogatorio" di padre Kuchenbecker: "Dichiaro ancora una volta che sono un prigioniero di guerra, ed esigo un’udienza di fronte a un tribunale militare. Dopo un po’ siamo nel camion. Il silenzio è interrotto solo qua e là dal sussurro delle preghiere. Li vedo rassegnati, riconciliati con il destino che devono affrontare”.

“Dopo un po’ il camion si fermò. Il motivo: Der Kriegsgefangenen Ignatz Stryszyk raus! [Fuori il prigioniero di guerra Ignazio Stryszyk!]. Gettai un ultimo sguardo di congedo ai miei fratelli e scesi dal camion. La mia protesta mi salvò la vita. Dopo un po’ mi ritrovai alla porta della prigione. Il portiere mi guardò come si guarda un fantasma che appare alla piena luce del sole. Divenne pallido e fede un passo indietro”.

L’ultimo dubbio sul luogo in cui vennero giustiziati i sacerdoti viene fugato da un’altra testimonianza presentata davanti al tribunale nel 1946. Quattro giorni dopo che i sacerdoti erano stati fucilati portarono nel bosco un gruppo di maestri, tra i quali Jan Kaczmarek di Żabno. All’ultimo momento l’esecuzione venne cancellata, ma il maestro tornò in carcere letteralmente dalla tomba. “Il fondo della tomba era coperto di cadaveri, evidentemente con abiti omogenei, ovvero pantaloni neri per tutte le vittime. Suppongo che potessero essere sacerdoti”, testimoniò Kaczmarek.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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